La “nevrosi del ruolo” e i suoi sintomi

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nevrosi

Recentemente, conversando con due cari fratelli di lunga avventura di amicizia e familiarità, siamo arrivati a ipotizzare, giocando a fare i poeti, che la grazia di questi rapporti risieda nella ricerca del sé su cui ciascuno di noi continua ad esistere.

Essere autentici

La comunicazione fluisce tra noi, vaccinati dai virus della paura e della presunzione, aperti alle critiche, anche quando possano essere salutarmente dolorose. Un intreccio di autenticità, senza maschere, senza ipocrisie, senza complicità corporative e opportunismi, senza certezze ostinate e inossidabili, accettando la compagnia di fragilità, incertezze, dubbi, sempre disponibili all’emergere di nuove domande. Questo perché non rinunciamo al compito, mai completato, di scoprire, tra luci e ombre, la nostra vera identità.

Gli esseri umani, però, non sono sempre in grado di riconoscere e di sviluppare le caratteristiche specifiche del loro essere, che si presentano – chiare e allo stesso tempo enigmatiche – fin dall’infanzia, che, inevitabilmente e frequentemente, tradiscono nel corso della vita. In questo senso, vivere può diventare una sequenza di errori, arrivando persino al punto di dimenticarsi chi siamo.

«Diventiamo ciò che siamo», tuttavia, non è riducibile, dialetticamente, a «siamo ciò che diventiamo», perché ciò che è in gioco non è l’essere, né il divenire, ma la misteriosa unicità e originalità di ogni essere umano. È una chiamata, una vocazione che precede le scelte di vita di ciascuno. È il nostro modo di essere, dove genetica, temperamento e il carattere che plasmeremo e definiremo sono mescolati, segnati dall’ambiente familiare e dalle circostanze sociali.

L’autenticità non è qualcosa di già pronto, ma viene sempre definita in un processo in cui lingua, cultura e influenze ambientali giocano un ruolo decisivo. Non è una prospettiva essenzialista, ma piuttosto la misteriosa miscela di ciò che è, allo stesso tempo, dato – prima dell’elaborazione – e processo permanente, che implica scegliere ed essere scelti.

Questo accento, apparentemente prevalente sulla soggettività e sull’identità, non esclude ovviamente il fatto che siamo immersi nella storia tragica e contraddittoria dell’umanità, dove ingiustizia, oppressione, violenza seminano sempre di più morte, dolore, sofferenza. Per questo motivo, sarebbe un tradimento postulare vie e soluzioni solo per intimità alienate, che si rifiutano di ascoltare i drammatici appelli della realtà.

Intimità ed estimità

Intimità ed estimità coincidono, vanno insieme. Non troveremmo giustizia nella storia se non percorrendo cammini di cambiamento per diventare giusti; non riconosceremmo la bellezza se, almeno una volta, non l’avessimo ospitata nei nostri cuori. E questo accordo tra interiorità ed esteriorità si ripresenta quando cerchiamo bontà e verità.

Le ombre esterne sono lo specchio dei limiti e delle negatività che segnano anche le nostre biografie. Tuttavia, le luci che incontriamo là fuori possono allearsi ai frammenti di luce che ospitiamo in noi. Ciò che illumina e offre significato, tuttavia, non è l’esterno che esiliamo, ma lo spirito, in un processo perenne di autenticità.

Non sto semplicemente descrivendo aspetti fondamentali dell’amore tra amici. Non intendo, anzitutto, valorizzare la capacità reciproca di gestire le luci e le ombre, i talenti e i limiti dell’altro. Quando parlavamo di questo, cercavano di apprezzare un aspetto che spesso non viene analizzato.

Si tratta della autenticità: dell’insieme delle emozioni, dello stile di pensiero, del comportamento che caratterizzano le persone che non vogliono vivere per imitazione, condizionamenti e pressioni sociali, in totale sottomissione all’autorità, rinunciando anche all’autonomia critica, etica e politica, adeguandosi persino all’obbedienza cieca ai nemici della vita.

È autenticità non falsificare, non mascherare, non truccare ciò che siamo o cercare di essere diversi a qualsiasi costo. In breve, essere autentici non è «essere visti», ma «essere reali». E questa autenticità non coincide con «ciò che sono», ma con «come vivo, anche se inconsciamente, ciò che sono».

E non può essere semplicemente identificata con personalità che si impongono con originalità, autoaffermazione pubblica, celebrità, che possono persino essere un’espressione autentica di sé stesse, ma che possono anche non essere altro che una semplice maschera performativa, appariscente, in qualche modo teatrale, modellata opportunisticamente per compiacere convenzioni sociali, religiose e politiche.

La domanda di un laico

A questo punto, potrebbe sorgere la domanda sull’utilità di questo lungo discorso. La domanda iniziale è nata in quella conversazione tra tre amici che – non so perché – cercavano di capire un laico che aveva brevemente raccontato la visita pastorale del vescovo a una parrocchia della diocesi.

La visita era stata positiva. Il vescovo aveva ascoltato attentamente le comunicazioni dei responsabili delle varie attività pastorali, aveva dialogato, aveva riconosciuto i successi e indicato nuove prospettive. Tutto era andato bene, ma, alla fine dell’evento, una domanda aveva tormentato il nostro laico: «Ma cosa pensa davvero il nostro vescovo?».

Questa domanda, apparentemente banale, ci ha fatto riflettere sul nostro stile di presbiteri e sulla – quasi mai – menzionata «nevrosi del ruolo», ove il soggetto deve sopprimere la propria soggettività per incarnare l’istituzione.

Quando diventiamo ostaggi del ruolo clericale – ed episcopale –, la libertà e l’autenticità possono essere represse e persino soppresse. Quando parliamo per confermare il nostro ruolo, siamo spinti a dire ciò che è prescritto e ciò che i fedeli si aspettano che diciamo.

In breve, rischiamo di non dire nulla e di interpretare un ruolo in un teatro vuoto, ripetendo cliché e copioni che non influenzano e che non mobilitano pensieri e sentimenti.

È in questo momento che il ruolo prende il controllo sull’identità della persona e la persona diventa il ruolo. Altri ruoli e dimensioni del sé scompaiono. Identità e funzione arrivano a coincidere. Questo perché tutte le istituzioni religiose, politiche e imprenditoriali hanno norme e regole, detengono la «verità», ci dicono cosa è giusto e cosa è sbagliato, e guidano il nostro comportamento.

Se interiorizziamo senza esitazione tutte le prescrizioni, iniziamo a comportarci come se fossimo l’istituzione stessa, o la sua estensione, e pensiamo e decidiamo come l’istituzione stessa.

Ed è in questo definirsi a partire dal ruolo che risiede il problema: la complessità del soggetto viene dimenticata, ignorata e, quando prevalgono ruoli socialmente cristallizzati, il vero «io» viene nascosto.

La soluzione, però, non consiste nel non avere un ruolo. Ognuno di noi ha un ruolo. Il problema diventa serio quando ci dimentichiamo che sono solamente ruoli, e non manifestazioni ontologiche.

«Avere» un ruolo, non «essere» un ruolo

Naturalmente, in questo senso, siamo tutti esposti alla possibilità della «nevrosi», perché dobbiamo affrontare la complessità della nostra identità e dei condizionamenti sociali. Nessuno può sfuggire al processo di apprendimento per essere uomo, donna, studente, professionista. Avere un ruolo, fin dai ruoli simbolici originari, non è opzionale, ma costitutivo dell’essere umano.

Il problema, però, non è avere un ruolo, ma pensare che siamo quel ruolo. Dimenticando così che quel ruolo è un’eredità, una costruzione, che viene dall’esterno e che c’è qualcosa di più profondo in noi, che sfugge fatalmente a questa costruzione sociale.

La lotta contro l’alienazione comporta attitudini e comportamenti che non coincidono totalmente con il ruolo. Ed è in questo cammino che valorizziamo il centro autentico della nostra persona.

La «nevrosi del ruolo» si rivela nel nostro ambiente clericale quando prevale la ripetizione del discorso istituzionale, senza creatività, senza passione; quando mancano i dubbi; quando zittiscono e sono censurate tutte le nuove domande; quando siamo guidati da una rigidità moralistica e dall’intolleranza; quando si spegne la nostra capacità di coinvolgimento empatico.

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