
In questi giorni ricordavo un’affascinante esegesi di Sandro Gallazzi, che, anni fa, ci invitava a leggere attentamente alcuni versetti dei libri di Esdra e Neemia.
In effetti, vi troviamo diverse indicazioni che ci dicono che il ritorno dall’esilio delle élites ebraiche e il progetto di ricostruzione del Tempio e di Gerusalemme non furono processi armoniosi di una società unita e solidale nella realizzazione di un progetto comune, ma rivelarono conflitti strutturali attraverso numerosi episodi di tensione e minacce reciproche tra gli ʿam ha’āreṣ, il “popolo della terra” e gli ebrei che tornarono nel 538 a.C.
Un conflitto tra ebrei
Quando, nel 586 a.C., Babilonia distrusse Gerusalemme, l’élite venne deportata, ma “il popolo della terra”, soprattutto contadini – una mescolanza di israeliti rimasti e altre etnie – continuò a vivere in Giudea, ricostruendo le loro vite, per diversi decenni, con significativa autonomia. È in questo contesto che emersero nuove identità ibride, quali i samaritani, che appariranno più tardi.
Quando parliamo di esilio, dunque, non possiamo pensare che tutto il popolo sia stato deportato a Babilonia, ma solo poche centinaia di persone: l’élite dominante, gli artigiani, i sacerdoti e gli scribi.
E quando l’angoscia dell’esilio finalmente cessò, il ritorno non si è realizzato con una pacifica riunificazione con la madre terra e con coloro che vi erano rimasti. La stessa decisione di ricostruire Gerusalemme comportò un inevitabile conflitto interno tra i diversi gruppi di ebrei.
Il testo redatto dai rientrati – che noi leggiamo – cerca di presentare questo conflitto come se fosse opera di una causa esterna, ma non riesce a nascondere che, in realtà, si trattò di una lotta interna e di potere: la definizione di “chi è Israele e chi ad esso appartiene” e “chi ha il diritto di decidere e governare”.
Il gruppo Esdra/Neemia definisce Israele come “la nazione dei ritornati da Babilonia” e ignora ed esclude gli altri gruppi locali. Si auto-legittima quale leadership, e dipinge gli altri popoli rimasti come avversari, sfigurandoli e tassandoli come avversari esterni: un chiaro conflitto di identità religiosa e di potere.
Il “popolo della terra” si ribella
La questione fondamentale riguarda chi ha il diritto e la legittimità di essere Israele, e ciò comporta, simbolicamente ed efficacemente, il controllo del Tempio, l’autorità di leadership di sacerdoti e di scribi, e l’instaurazione di relazioni formali con l’impero persiano.
È necessario, perciò, comprendere che l’iniziativa politica del “popolo della terra” di non riconoscere il protagonismo e la leadership dei rientrati, non è una ribellione confusa e disorganizzata, ma una costruzione strategica e sequenziale. Il conflitto feroce ed esteso ci mostra una resistenza attiva del “popolo della terra” – dei contadini – incluso il sabotaggio paradigmatico della costruzione del Tempio.
I testi mostrano un modello strategico di opposizione, riassumibile in alcuni punti.
- Il tentativo del “popolo della terra” di infiltrarsi: si offrono, infatti, di aiutare nella costruzione del tempio; incontrando il rifiuto del popolo di Giuda, che diffida degli avversari (Esdra 4,1-3).
- La campagna del “popolo della terra” di seminare scoraggiamento e intimidazione tra i costruttori del Tempio: Allora la gente della terra instillò timore tra la gente di Giuda per fermare la costruzione (Esdra 4,4).
- Le pressioni politiche che portarono persino ad inviare varie lettere all’Impero persiano (Esdra 4,6-16).
- La ridicolizzazione dei ritornati (Neemia 4).
- Le minacce rivolte allo stesso Neemia, leader e portavoce dei ritornati, con la cospirazione sistematica (Neemia 4–6).
Una “etichetta spregiativa”
Il fatto che il titolo “popolo della terra” sia una designazione creata dagli ebrei rimpatriati ci proibisce di comprenderlo come un’autodefinizione dei contadini. Potrebbe essere considerato semplicistico e pericoloso suggerire immediatamente una lettura di classe, piuttosto rigida e priva delle necessarie sfumature chiarificatrici.
È necessario ricordare che le novità delle definizioni di identità non sono sempre il risultato di iniziative popolari. Prendiamo, ad esempio, l’etichetta “cristiani”, creata dalla burocrazia dell’Impero Romano negli anni 90, ad Antiochia, per distinguere i seguaci di Cristo dagli ebrei. E la designazione imperiale perdura ancora oggi…
“Popoli della terra” non nasce da un processo di autodefinizione dei contadini. Non è un termine neutro, ma una categoria costruita, che esprime la prospettiva e il pregiudizio dei ritornati da Babilonia.
Il meccanismo di etichettatura da parte dei deportati viene usato da loro stessi quale tentativo di delegittimare gli altri gruppi, che – notiamo la differenza – non sono soprannominati גויים, goyim, un termine usato per i gentili, cioè non ebrei, bensì עם הארץ, ʿam ha’āreṣ.
Il termine ʿam ha’āreṣ, originariamente era un termine neutrale, ma da Esdra/Neemia diventa una figura ideologica per stabilire chi è “eretico e scismatico”, cioè chi è al di fuori della comunità legittima. Il conflitto tra le parti si presenta come religioso e sociale, ma non è un conflitto etnico: ʿam ha’āreṣ sono gli abitanti della Giudea e dei monti di Benjamin che si oppongono alla ricostruzione del Tempio: sono nemici, ma sono comunque ebrei.
Successivamente, nel periodo del Secondo Tempio e nella letteratura rabbinica, i “popoli della terra” divennero gli ebrei rurali e analfabeti, visti dai farisei come gli ignoranti della Legge, negligenti della purezza rituale, ignari delle decime e delle pratiche religiose.
In altre parole, la loro condizione di classe, la loro identità contadina, era coperta da un’etichetta preconcetta usata dalle élites religiose per segnare coloro che erano al di fuori dello standard richiesto di osservanza rituale e dottrinale. Ecco perché, secoli dopo, nella Mishná, ʿam ha’āreṣ diventa sinonimo di ebreo ignorante, infedele e inaffidabile.
Nel primo secolo, ai tempi di Gesù, un termine equivalente era “galileo”, che tuttavia non significava “non ebreo”. La Galilea era ebrea, ma lontana da Gerusalemme, meno esigente nella purezza rituale, mescolata con i gentili e disprezzata dall’élite sacerdotale e farisaica della Giudea. Ecco perché, in Giovanni 7,52, i farisei dicono: Dalla Galilea non nasce alcun profeta. Il galileo, sebbene ebreo, era visto agli occhi dell’élite come un cittadino di seconda classe, proprio come l’ʿam ha’āreṣ.
Il termine “nazareno” è ancora più forte come etichetta sociale. Nazareth era un villaggio minuscolo, irrilevante, privo di prestigio. Non compare né nel Tanakh né nel Talmud. Non era niente: era il posto di nessuno. Ecco perché Nathanael chiede: Può venire qualcosa di buono da Nazareth? (Giovanni 1,46).
Nazareno è dunque un termine xenofobo e razzista, che definisce Gesù come figlio di un villaggio insignificante e quale individuo che, oltre ad avere un accento insopportabile, non appartiene all’élite religiosa né a un partito.
Il potere sfrutta i poveri
In conclusione, voglio insistere sulla legittimità di un’interpretazione che considera innegabile l’etichettatura pregiudiziale voluta dal potere sacerdotale e degli scribi in relazione al “popolo della terra”. Non dimentichiamo che il Tempio è una realtà segnata dal potere, dal controllo del denaro, dal latifondo, dal monopolio degli animali per il sacrificio.
È attraverso il commercio che i poveri – giudicati e disprezzati religiosamente – costituiscono, prima di ogni etichetta, una classe economicamente sfruttata. Sono contadini, pescatori, piccoli artigiani, conciatori, becchini, lavoratori giornalieri, poveri e oppressi in generale, non semplicemente “meno ebrei, meno puri, meno istruiti”.
In quell’anno 538 a.C., non si è dato soltanto un conflitto sociale e religioso, bensì una lotta di classe di contadini che sapevano bene quanto fosse letale il potere del Tempio per la loro vita. E quanto la religione potesse – e possa – diventare pericolosa nei processi politici quando è controllata dalle élites.





