
Un gruppo di amici sabato 16 giugno si è dato appuntamento ad Anaga (San Sebastián), dove 89 anni fa, nacque il teologo José Antonio Pagola, la cui fama continua e tenersi viva. Collaboratore strettissimo dei vescovi Setien e Uriarte, non fu certamente amato dal loro successore, Munilla, che lo vedeva come fumo negli occhi.
Pagola fece i suoi studi di teologia dogmatica all’Università Gregoriana e di Scienze bibliche al Pontificio istituto biblico di Roma. Li completò all’École biblique e archéologique di Gerusalemme.
Tre fattori decisivi
Ebbe più volte a sottolineare, nei frequenti nostri incontri, che la crescita della sua fede ebbe tre fattori, che ne segnarono l’attività di docente e la vita pastorale. Innanzitutto, la fede della mamma, poi il concilio Vaticano II e la sua permanenza in Galilea. Studiò le opere di Bernhard Häring, Karl Rahner, Yves Congar, Hans Küng, Edward Schillebeeckx.
In Galilea – raccontava – passeggiava sulle sponde del lago, contemplando il sorgere del sole ogni mattina, dove incontrava la storia di Gesù di Nazaret.
In effetti, José Antonio Pagola da subito diede più importanza alla Bibbia e alla ricerca biblica che alla teologia dogmatica. «Davo importanza assoluta a Gesù e vivevo dedicandomi a liberare la Chiesa da ciò che ci devia dal suo vangelo o ci impedisce di tornare a lui. Per capire la mia attività e il mio messaggio, questo è ciò che più mi sta a cuore e considero importante: voglio contribuire con tutte le mie forze a tornare a Gesù. Voglio lavorare in maniera umile, ma ferma, perché nella Chiesa si viva ponendo al centro con più verità e fedeltà la persona di Gesù, il suo messaggio e il suo progetto di aprire strade al regno di Dio Questo significa tornare a colui che è la fonte e l’origine della Chiesa, l’unica cosa che giustifica la sua presenza nel mondo e nella storia, l’unica verità che a noi cristiani è concesso di vivere. Significa, soprattutto, lasciare che il Dio incarnato in Gesù sia l’unico Dio della Chiesa, l’Abbà, il Dio della misericordia, il Dio amico della vita, il Padre difensore dei poveri».
Ha sempre avuto una convinzione profonda che il futuro della fede nei Paesi occidentali si deciderà soprattutto nelle parrocchie e nelle comunità cristiane. Lo diceva con forza che, nelle nostre diocesi, o la fede ristagna e si perde o incomincia a rinnovare le istanze centrali del concilio Vaticano II.
«Il rinnovamento delle nostre parrocchie e comunità cristiane non si produrrà con decreti firmati a Roma, né come frutto di piani pastorali elaborati nelle curie diocesane. È troppo tardi. Ciò che risulta decisivo è che si facciano passi fino al rinnovamento di cui abbiamo bisogno sulle strade aperte dallo Spirito di Gesù. Non scrivo per sviluppare una dottrina, né per illustrare la fede cristiana, né per fare proposte pastorali teoriche. Scrivo accanto alla gente delle nostre parrocchie, che vive la sua fede in maniera semplice, che prega, soffre in silenzio, preoccupata del futuro incerto della Chiesa».
Una dura opposizione
Pagola ebbe non poche opposizioni da parte di certi vescovi e teologi spagnoli, soprattutto con il volume su Gesù (“Gesù. Un approccio storico”, ndr), che continua ad avere un grande successo. Migliaia e migliaia di copie vendute e traduzioni in diverse lingue, anche in russo, giapponese e cinese. Si arrivò persino a toglierlo dalle librerie.
Pagola ne soffrì moltissimo. «Non avrei mai pensato di ricevere una reazione così forte e dura nei confronti dei miei sforzi per avvicinarci con più fedeltà alla persona di Gesù. Non immaginavo che ci fosse nella Chiesa tanta paura di Gesù. Ciò che vissi nella mia carne mi sta ancora aiutando a capire la forte resistenza di alcuni capi nei confronti, ad esempio, di papa Francesco. La paura nei confronti di Gesù è sempre esistita nella Chiesa. È spiegabile. Gesù rende le persone più libere, attira alla misericordia, non al diritto canonico, chiama i suoi seguaci a collaborare al progetto del regno di Dio, non a difendere il potere mondano della Chiesa, ci ricorda che gli ultimi devono sempre essere i primi, anche nella Chiesa, in Vaticano, nelle diocesi e nelle parrocchie. Non esiste niente di più pericoloso, per una gerarchia che cerca potere, sicurezza e prestigio, di un papa umile come Francesco, libero e coraggioso, che cerca di recuperare nel centro stesso della Chiesa lo spirito, il fuoco e la passione di Gesù per il regno di Dio. Con queste premesse mi sento ora più tranquillo. Ora vedo che quanto ho sofferto è stato un bene. È bene soffrire un poco qualche volta con Gesù. Mi ha obbligato a identificarmi con lui con più verità. Se non mi identificassi con lui, la mia vita e il mio lavoro, in questi momenti, non avrebbero alcun senso. Io, inoltre, non sono capace di portare risentimento contro nessuno. Non è uno sforzo ascetico. È un regalo che continua a farmi Dio tramite mia mamma. Lei era così».
Un rimedio alla crisi
Nei tanti incontri, passeggiando per le vie di San Sebastián, contemplando la famosa concha (conchiglia). Pagola ritorna sempre a Gesù. «Il sintomo più grave della crisi religiosa è l’allontanarsi dei cristiani che abbandonano le nostre parrocchie. Si possono analizzare i vari fattori che sono alla radice di questo fenomeno. Però, una cosa è chiara: la Chiesa sta perdendo il suo potere di attrazione e non ha la forza di trattenere quelli che da anni le stavano dentro. Questo dato ci obbliga a porre una domanda decisiva: “Che cosa dobbiamo fare in questi momenti? Continuiamo a fare come sempre, introducendo piccole riforme nella liturgia o nel lavoro pastorale, ma naturalmente parlando di una Chiesa che va perdendo attrazione e credibilità, o recuperare quanto prima il vangelo, mettendo al centro delle nostre parrocchie e comunità cristiane la persona di Gesù quale forza decisiva, capace di attirare gli uomini e le donne di oggi e in grado di generare una fede nuova nei loro cuori?” Sono convinto che è possibile “rifondare” le nostre parrocchie e comunità a partire da un’esperienza nuova, più diretta e viva di Gesù e della sua buona novella. Non vedo altra strada: Gesù salverà la sua Chiesa».





