
Era la fine del 1983, con R. Reagan alla Casa Bianca e J. Andropov al Cremlino, andava avanti la guerra tra Iran e Iraq, il Libano era dilaniato dalla guerra civile e il mondo, nel mese di settembre, si trovò alle soglie di un esito nucleare della Guerra Fredda, quando l’arcivescovo di Chicago card. Joseph Bernardin teneva presso la Fordham University la storica conferenza dal titolo «La tunica senza cuciture».
Le cosiddette «guerre culturali» gettavano le prime ombre cupe sulla Chiesa cattolica e l’unità dei fedeli, e Bernardin – ben consapevole del rischio che divenissero causa di scomposizione del cattolicesimo americano e misura di una più alta fedeltà al magistero – si prese la responsabilità di offrire alla Chiesa americana una visione di sintesi, capace di raccogliere le diverse posizioni, per disinnescare il potenziale conflitto, poi realizzatosi, senza esclusione di colpi tra i cattolici statunitensi.
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La sua proposta, a partire dalla lettera dei vescovi americani «La sfida della pace», era quella di una complessiva e coerente etica della vita. Bernardin riteneva che questo storico documento della Conferenza episcopale statunitense rappresentasse «un punto di partenza per sviluppare una coerente etica complessiva della vita (…). La sua idea centrale è la sacralità della vita umana e la responsabilità che abbiamo, personalmente e a livello della società, di proteggere e preservare la santità della vita. Proprio perché la vita è sacra, l’uccisione anche di una sola vita umana rappresenta qualcosa di importanza incalcolabile. Più precisamente, la percezione del fatto che ogni vita umana ha un valore trascendente ha condotto tutta una corrente della tradizione cristiana ad affermare che la vita non può mai essere soppressa».
Nella sua conferenza, Bernardin riteneva che la necessaria coerenza di un’etica cattolica della vita si giocasse sull’impossibilità di scindere aspetti di morale individuale (allora il tema maggiore era l’aborto) da quelli di morale sociale (al tempo in particolare la guerra): «Intendiamo la nostra opposizione all’aborto e la nostra opposizione alla guerra nucleare come applicazioni specifiche di questa più ampia disposizione. Ci siamo anche espressi contro la pena di morte perché non riteniamo che il suo uso coltivi una disposizione di rispetto per la vita all’interno della società. Lo scopo di proporre una coerente etica complessiva è quello di affermare che la riuscita in ogni singola questione che minaccia la vita richiede una preoccupazione per una più ampia disposizione nella società per ciò che concerne il rispetto della vita umana».
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I due messaggi che papa Leone XIV ha indirizzato al popolo e alla nazione americana, in occasione del conferimento della «Medaglia della Libertà» (3 luglio) e per il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza (4 luglio), ritessono i fili di questo approccio complessivo e coerente a un’etica cattolica della vita – oscurato e messo poi nel cassetto dalla scelta dei vescovi e fedeli americani di fare delle «guerre culturali» il modo di relazione interno alla Chiesa cattolica del paese.
Leone XIV sottolinea come contributo dei cattolici al progetto americano non è altro dall’esercizio della loro fede, perché questa «ben lungi dall’essere in contrasto con le responsabilità della cittadinanza — presta nuovo vigore alla ricerca della giustizia, della pace e del bene comune, portando a perfezione ogni dono naturale elargito dal Creatore».
Ogni etica della vita che non persegue anche la realizzazione di questo orizzonte sociale e globale è necessariamente monca, manca il Vangelo e non può avocare a sé il diritto di rappresentarlo in toto nell’ambito della vita civile e pubblica del paese.
La dignità umana, inerente a ogni persona chiunque essa sia, qualunque cosa abbia fatto e qualsiasi sia la sua provenienza, «esige riverenza, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio con il concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore. La difesa della vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e i cui contributi hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dall’inizio. In ogni generazione, quanti sono arrivati alla ricerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno aiutato a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è soltanto un atto di carità, ma anche il riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana».
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La storia degli Stati Uniti, la promessa e il sogno che essi hanno rappresentato per due secoli e mezzo, dice anche la misura della prova davanti alla quale il popolo americano e le sue istituzioni si trovano oggi: «Mi unisco a voi nell’invocare la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché i nobili ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare il prosperare della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace (…). Come ogni americano sa, tuttavia, il percorso verso la costruzione di una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un’opera in corso. Lo sforzo per realizzare questa visione è un impegno che deve essere ripreso di generazione in generazione – di fronte a sfide sempre nuove».
La «grandezza morale» di un paese si «manifesta in primo luogo nella sua capacità di sostenere, proteggere e valorizzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione». Ogni esclusivismo, di fede, razza, stato sociale ed economico, diminuisce la forza e la grandezza di una nazione.
Scritti pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Trump per la libertà religiosa, verso cui sono state mosse critiche in quanto concentrato quasi esclusivamente sul cristianesimo americano, papa Leone XIV richiama questo valore centrale nella costruzione degli Stati Uniti declinandolo in chiave interreligiosa e cosmopolita: «La libertà religiosa necessaria per seguire responsabilmente i dettami della coscienza a questo riguardo – liberi da paura e coercizione, come sancito dal Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. È questa libertà che considera sacra la sfera interiore della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nell’intimità del cuore umano. Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona di praticare il proprio culto secondo il proprio credo, nonché il diritto degli individui, delle comunità e delle associazioni di esprimere pubblicamente la propria fede. Infatti, la libertà religiosa ha dato origine alla tradizione americana di favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene comune e nell’arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che la nazione ha dovuto affrontare e che hanno plasmato il corso della sua storia».
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Gli Stati Uniti si trovano oggi non solo davanti a grandi questioni etiche e morali, ma hanno anche intrapreso la via di risolverle con la forza – col prevalere di una parte sull’altra, con uno spirito di risentimento e rivincita che lacera il corpo sociale della nazione. Davanti a questa condizione della società e politica americana, papa Leone esprime l’urgenza di riscoprire lo spirito e lo stile delle origini della nazione attraverso un «dibattito pubblico caratterizzato da moderazione, rispetto per le opinioni altrui e da uno sforzo costante nel trovare un terreno comune per promuovere la causa della pace e della riconciliazione, sia in patria che all’estero».
Questo terreno comune è proprio ciò che oggi gli Stati Uniti non hanno, nel momento stesso in cui l’amministrazione che governa il paese opera in modo tale che non possa essere trovato. Segno, questo, di un potere esecutivo – che ostenta la sua grandezza, forza, la sua indiscriminata volontà di dominio degli assetti costituenti degli Stati Uniti – che teme però una cittadinanza coesa proprio davanti a questioni che accendono in essa quella dialettica conflittuale che caratterizza la forza istituente del corpo sociale.
«I padri fondatori di questo paese, uomini e donne di origini, religioni e lingue diverse, sono riusciti a trovare quel terreno comune e la forza necessaria per perseguire un futuro migliore. I principi che hanno ispirato i fondatori e le fondatrici dell’America, radicati com’è nella verità della persona umana, li hanno uniti in un’unica causa, in un sogno comune. L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto Dio, agli Stati Uniti d’America. E pluribus unum — da molti, uno. Affinché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono con il passare del tempo».
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Il documento sulla pace del maggio 1983 fu l’ultimo segno di coesione all’interno della Conferenza episcopale statunitense – poi, in maniera crescente, le «guerre culturali» divennero il principio pastorale di governo della Chiesa locale. Anche davanti al suo iniziale sbriciolamento, il card. Bernardin a quell’ideale di coesione rimase coerentemente fedele. Coerenza che il primo papa americano riattiva ora per la Chiesa del suo paese.
Oggi, una persona come Bernardin nel cattolicesimo americano e tra i vescovi non c’è – e se ne sente la mancanza. Nel loro messaggio a papa Leone XIV i vescovi americani, riuniti per l’assemblea plenaria di primavera, hanno calcato molto la mano sulle questioni di morale individuale, sul secolarismo che starebbe prendendo in ostaggio gli Stati Uniti, dedicando due righe alla difesa dei diritti degli immigrati.
Del tutto assente la questione della pace, in un paese in stato di guerra, come mancante è ogni cenno a una scomposizione culturale della società americana che si approssima pericolosamente a un clima di «battaglia civile».
Indirizzati a tutti gli americani, ai cittadini e alle cittadine degli Stati Uniti, questi due messaggi di papa Leone sono indirizzati anche e in primo luogo ai vescovi – che, accanto a un’improvvisa devozione nazionalista per il Sacro Cuore, dovrebbero coltivare in maniera altrettanto convinta quella sensibilità evangelica per l’umano comune a tutti noi, anche a quelli che non sono con/di noi, che Gesù esige dai suoi discepoli e discepole.





