
Il recente dibattito sull’omelia ai laici, acceso dalla risposta del Dicastero per il Culto Divino alla richiesta dei vescovi tedeschi, non riguarda soltanto una questione disciplinare. In gioco non è semplicemente chi possa o non possa predicare durante l’Eucaristia, ma una più ampia visione della Chiesa, del ministero e della sinodalità.
La discussione ha messo in evidenza una tensione reale: da una parte, l’insistenza sul legame tra omelia e sacramento dell’ordine; dall’altra, la constatazione che in molte comunità ecclesiali la predicazione della Parola è già affidata, di fatto, anche a laici e laiche dotati di una solida formazione teologica e di un riconosciuto carisma ecclesiale. La domanda che emerge è se questa esperienza possa trovare una configurazione ecclesiale più stabile e riconosciuta.
Come ha osservato Andrea Grillo, il punto non consiste semplicemente nello stabilire chi sia ontologicamente abilitato a parlare, ma nel comprendere quale forma di Chiesa la liturgia esprima e generi.
Una Chiesa che riconosce i carismi
Il Vaticano II, tuttavia, ha inaugurato una svolta ecclesiologica e liturgica che non può essere ridotta alle sole formulazioni normative contenute nei suoi documenti. Il Concilio, infatti, non è stato soltanto un insieme di testi, ma l’avvio di un processo storico ed ecclesiale i cui sviluppi continuano ancora oggi.
I processi inaugurati dal Vaticano II hanno modificato profondamente i soggetti ecclesiali, le loro competenze e le forme della loro partecipazione. Quando i padri conciliari riaffermavano il legame tra omelia e ministero ordinato, il ministro era spesso l’unico membro della comunità a possedere una formazione teologica sistematica. Oggi la situazione è radicalmente cambiata: laici e laiche studiano teologia, insegnano nelle università ecclesiastiche, guidano percorsi formativi, esercitano responsabilità pastorali e svolgono un riconosciuto ministero della Parola.
Essere fedeli al Concilio non significa soltanto custodirne le norme, ma anche lasciarsi guidare dai processi che esso ha avviato, accettando che essi possano condurre a sviluppi non pienamente previsti dai testi conciliari stessi. Probabilmente anche la questione dell’omelia appartiene a questa dinamica. Un processo non si controlla: lo si accompagna, lo si discerne e, quando necessario, si ha il coraggio di ripensare forme e istituzioni alla luce delle nuove condizioni ecclesiali.
Il riconoscimento di un ministero laicale della Parola non risponde anzitutto a esigenze di supplenza dovute, in alcuni casi, a scarsa capacità del clero, come lascia intendere la risposta del Dicastero quando afferma la necessità di una formazione più approfondita dei candidati al ministero. Ridurre il problema a una logica emergenziale significherebbe non coglierne il significato più profondo.
I carismi, d’altra parte, devono essere riconosciuti non soltanto sulla base di un dono personale e di un’adeguata formazione, ma anche in risposta a bisogni reali della Chiesa.
Il nodo delle relazioni ecclesiali
Uno di questi bisogni è oggi certamente la conversione delle relazioni ecclesiali. Il Rapporto finale del Gruppo di studio 5 del Sinodo sulla sinodalità ha osservato che il clericalismo consiste anche nella «tendenza a estendere alla vita della comunità ecclesiale lo schema relazionale proprio della celebrazione eucaristica». La centralità del ministro ordinato nell’azione liturgica rischia così di essere inconsapevolmente proiettata sull’intera vita ecclesiale, generando modelli di partecipazione passivi e relazioni asimmetriche.
Se la Chiesa intende davvero assumere la sinodalità come propria forma ordinaria, il contrasto al clericalismo non può limitarsi a pie esortazioni spirituali. Occorrono anche correttivi istituzionali e ministeriali che aiutino le comunità a pensarsi e a vivere in modo meno clericale. In questo senso, il riconoscimento di ministeri laicali della Parola potrebbe costituire uno di questi correttivi, favorendo una più ampia corresponsabilità ecclesiale.
In tale prospettiva, anche l’alternativa spesso evocata tra una concezione “sacramentale” del ministero e una sua interpretazione semplicemente “funzionale” appare in parte fuorviante. Come suggerisce Paolo Gamberini, il rischio è quello di costruire opposizioni concettuali che finiscono per oscurare la realtà concreta della vita ecclesiale. Si potrebbe persino parlare di una sorta di bias cognitivo: si tende, infatti, a identificare il carattere sacramentale esclusivamente con il sacramento dell’Ordine, dimenticando che anche il battesimo appartiene pienamente alla struttura sacramentale della Chiesa.
In forza del battesimo
I ministeri laicali non sono semplicemente funzioni delegate per necessità pastorale. Essi vengono esercitati in forza del battesimo e della confermazione, cioè in forza di sacramenti che configurano il fedele a Cristo e lo rendono partecipe della missione ecclesiale. Se il ministero ordinato trova il proprio fondamento sacramentale nell’Ordine, i ministeri laicali trovano il loro fondamento sacramentale nel battesimo. L’alternativa tra “sacramentale” e “funzionale” appare dunque, almeno in parte, una falsa alternativa.
In questa prospettiva, si potrebbe immaginare il riconoscimento di un ministero della Parola non ordinato oppure un ampliamento dei ministeri istituiti del lettorato e del catechista, includendo, in condizioni ben definite e sotto discernimento ecclesiale, anche forme di predicazione omiletica. Non si tratterebbe di una liberalizzazione indiscriminata, ma del riconoscimento ecclesiale di carismi già presenti e operanti nel popolo di Dio.
In definitiva, il dibattito sull’omelia rimanda a una domanda più profonda: quale Chiesa vogliamo essere? Una Chiesa centrata prevalentemente sulla distinzione dei ruoli oppure una Chiesa che, pur custodendo la propria struttura sacramentale, sappia riconoscere e valorizzare i carismi che lo Spirito suscita nella storia?
Non si tratta di opporre istituzione e carisma, ministero ordinato e ministeri laicali. Si tratta piuttosto di imparare a pensarli insieme. Perché una Chiesa veramente sinodale non è quella che controlla lo Spirito, ma quella che sa riconoscerne i segni.






Ma che bisogno c’era di chiedere alla Congregazione che ora si chiama della Dottrina della fede, ma che sempre Sant’Uffizio rimane il permesso per l’omelia ai laici? Sappiamo bene che quando in gioco l’organismo vaticano oppone sempre e comunque dei rifiuti. Si oscura con questa presa di posizione il fatto, che trova nel Vaticano II il suo sostegno, che chi celebra è Cristo nella comunità e non chi presiede il rito, anche perché la nostra non è una religione rituale. Gesù non ha istituito dei riti, ma compiuto gesti e pronunziato parole che noi recepiamo nei sacramenti.
E’ chiaro che in ogni organizzazione ci sono organigrammi e regole, ma tutto questo deve essere subordinato al bene dell’intera organizzazione, in questo caso la chiesa, e non solo le necessità e le ambizioni del gruppo dirigene, in questo caso il clero. In questo caso, come in molti altri, io noto un arroccamento del clero su posizioni il cui obietivo prevalente è quel del mantenimento del potere del clero sull chiesa nella sua totalità, anche se questa strategia è controproducente, soprattutto per la debolezza e le carenze attuali del clero. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; infatti non entrate voi, e non lasciate entrare quelli che vogliono entrare.»
Quando in questo articolo si è parlato di processo, il pensiero è andato al processo sinodale come modo della Chiesa di camminare insieme. Così ha anche ribadito Papa Leone nel suo discorso ai Cardinali riuniti: “Come dicevo alla Curia Romana, questa comunione «si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel nostro quotidiano”. Proprio così…più che con parole e documenti, invece si continuano a osservare situazioni di blocco: la nostra Chiesa come Chiesa dal punto esclamativo e non interrogativo. In questo senso credo che il riconoscimento delle ministerialità laicali sia un punto nodale: lettrici e lettori, catechiste e catechisti, accolite e accoliti…a quando una Chiesa dove le voci femminili e maschili potranno dare il loro contributo di radicamento della Parola nel quotidiano? Si dirà esistono altri luoghi (incontri, interventi sul web, gruppi del Vangelo) fonti “non ufficiali” dove si trova un linguaggio declinato al presente, una risposta alle domande di senso. Non è che anche questo contribuisca ad allontanare dai “canali ufficiali” evidentemente non in grado più di dare le risposte a una richiesta di spiritualità che ora viene cercata altrove?
I “ministeri laicali o battesimali” sono solo ipocrisia, così come le Prefetture affidate alle donne.
Il vero nodo è il Sacramento dell’Ordine e l’ammissione femminile.
Finché la Chiesa gerarchica non risolverà questo problema saremo costretti a questi penosi stratagemmi.
Il problema è già stato risolto con Ordinatio sacerdotalis, in modo definitivo
1Cor 14,26 è forse il versetto meno citato di San Paolo, sul quale invece potrebbe imbastirsi l’omelia del futuro. Un apporto a più voci e magari con canovaccio preparato e articolato in seno ad un gruppo liturgico, spontaneo ma riconosciuto dal Consiglio pastorale, in cui possano emergere carismi tali da poter tenere insieme le voci e anche poter reggere un ruolo da protagonista dell’omelia. Protagonismo naturalmente concesso dal presidente in alternativa a sé. Ad majora
Giustissimo Linda Pocher. Si celebra insieme, si consacra insieme, perché si vive insieme, si pensa insieme e si cambia insieme. Con molta libertà e fantasia. Se mi piace un articolo di Linda Pocher, e altre Teologhe o Giornaliste, pubblicato sul mensile dell’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, o sul Regno delle Donne, spesso così centrate sui temi principali dell’annuncio Evangelico e sulle grandi tragedie che stiamo vivendo in questo nostro povero mondo, qualcuno può impedirmi di citarle nella mia sacra omelia? Qualcuno può impedirmi di far leggere la ricca e feconda citazione a una donna? Vi assicuro che le donne intelligenti e preparate fanno a gara a leggerle! E se il Dicastero per il Culto Divino non è in grado di capire dove lo Spirito soffia e ispira la sua creatività carismatica. allora sciogliamo il Dicastero. Oggi occorre recuperare il piacere dell’incontro fraterno e familiare e non temere se la nostra Liturgia Latina postconciliare sembra ridotta ai minimi termini, perché questo significa la possibilità concreta di ripensare tutto, canti, letture, partecipazione attiva di un’intera comunità. Non mi intressano paludamenti antichi o bizantinismi ridondanti e inutili. Intorno a Gesù Cristo si riunisce una comunità di donne e uomini liberi di sentirsi a casa propria, capaci di costruire relazioni vere e rispettose di amicizia sana a costruttiva. E l’ascolto della Parola deve essere condiviso come il pane spezzato e mangiato insieme. Grazie Linda Pocher. Nella Parrocchia del Sacro Cuore di Savona continueremo a leggere i tuoi articoli e quelli delle tue amiche e colleghe Bibliste, Teologhe, Giornaliste a coronamento dell’Omelia del Sacerdote.
A mio modesto parere, in tutto questo discorso manca la visione di Gesù risorto nella Chiesa (per cui dobbiamo ripensare noi, secondo la tendenza teologica di moda); e di conseguenza la vera cura della Vocazione alla Santità del fedele laico (donna o uomo), che consiste nel rispo dere a Gesù che chiama, per consacrare il mondo a Dio, nell’esercizio evangelico delle realtà temporali.
Una visione mondana ed elitaria (teologi, laici che militano in certe realtà ecclesiali più “progredite”…), una visione pregiudiziale, che privilegi per la predicazione laici formati contro laici, che, avendo cura della famiglia e facendo lavori umili, non possono studiare teologia, rischia di ofuscare la vera immagine della Chiesa di Gesù, Chiesa umile; una tale visione della ministerialità battesimale, che prescinde dalla lettera delle Scritture e del Concilio, che pretende di seguire “cammini aperti” dal Concilio Vaticano II, ignorandone i testi, “andando oltre” (Kierkegaard riderebbe di questa tendenza!), mi sembra molto fuorviante.
Essa ad etichette e staccionate vecchie ne opporrebbe di nuove. Ha senso tutto ciò? Reputo opportuno formare di più ministri all’umiltà e non insuperabiamo i fedeli laici!
Si rischia di avere donne e uomini sempre più protagonisti della vita ecclesiale, che non si prendano cura della loro vita familiare, come già è in moltissimi casi è.
Il ministro ordinato, per il fatto che agisce e parla in virtù dell’Ordine Sacro, è “profeta” di Gesù Cristo. Teologo o no, il prete rimanda allo Spirito Santo, che lo ha scelto per annunciare la Parola al popolo.
È un fatto che parroci semplici e nonne analfabete, hanno evangelizzato più di teologhe e teologi. Lo prova il fatto che i luoghi di missione sono, dopo piú di 100 anni, ancora luoghi di missione.
Se si smettesse di dare etichette e si provasse a spogliarsi di ogni mondanità, applicando il Vangelo di Gesù, senza orgoglio o titoli, forse sentiremmo di più Gesù che parla.
Mi trovo d’accordo con il no all’omelia dei laici da parte del Dicastero del Culto, perchè l’omelia è parte della messa e quindi spetta ai ministri ordinati. Il mnistero della Parola va esercitato al di fuori della liturgia eucaristica. Detto questo penso che i preti debbano cedere ai diaconi e alle diaconesse, sposati e non, non solo la proclamazione del Vangelo ma anche l’omelia. Prima o poi si arriverà a questo e non ho dubbi.
Immagino che le indicazioni del Dicastero per il culto e la liturgia siano valide per le celebrazioni dove è presente un presbitero o un diacono; perché altrimenti le Comunità dei Paesi cosiddetti di missione non potrebbero mai trovarsi per la celebrazione domenicale.
Sono stato missionario in Africa per 12 anni. Senza il servizio dei Catechisti o dei Responsabili di Comunità, che la domenica radunano fedeli e catecumeni intorno alla Parola di Dio, la Chiesa sarebbe morta da tempo.
Forse quello che manca nelle Chiese di antica fondazione è una buona preparazione teologica e biblica dei cristiani e, ancora di più, la fiducia nei laici, siano essi uomini o donne.
Condivido pienamente sulla “fiducia ai laici preparati” , che ci sono! Siamo ancora troppo bloccati sul ministero ordinato. Solo chi ha esperienza di missione si può aprire a questa realtà. Finché c’è qui da noi in Italia abbondanza di presbiteri, le cose non potranno mai cambiare. Solo le defezioni importanti faranno aprire alla ministerialita’ laicale
Nella mia parrocchia sono più vent’anni che un gruppo di famiglie legge insieme la Scrittura con vero amore. Molti di loro potrebbero fare una omelia con la vera consapevolezza del Cristo e della vita cristiana
Chiesa troppo lontana dal “Popolo di Dio” a cominciare dal linguaggio!
Bellissimo articolo che condivido in toto, grazie!
Finché non si riconoscerà pienamente il motu proprio “Ministeria quaedam” del 15 agosto 1972, chiarendo in modo definitivo per tutti, futuribili presbiteri inclusi, che accolitato e lettorato sono ministeri laicali, non se ne verrà fuori.
Si continuerà con aggettivazioni qualificanti tipo transeunte vs permanente per far capire ai futuri chierici che la distinzione c’è e deve rimanere e deve essere liturgicamente distinta celebrando l’ istituzione in momenti diversi e con folklore diverso.
“Vehementer nos” 1906.