O l’ordine o il caos?

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esposito11

Roberto Esposito – filosofo, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa – è autore del saggio Geopolitica e metafisica nel volume Kaos (Il Mulino, Bologna 2026, 136 pp.) scritto con Massimo Cacciari. L’intervista è stata curata da Giordano Cavallari.

  • Dunque, Professore, la storia umana non è altro che dialettica tra ordine e caos? Ci spieghi…

Se ci si pone fuori da una prospettiva provvidenzialista – come faccio io –, si arriva necessariamente a una simile conclusione. Il che non vuol dire assumere il punto di vista nietzschiano dell’eterno ritorno. Per esempio, quello che sta accadendo oggi nel mondo non è comparabile a quanto avveniva un secolo fa, con il fascismo in Italia, il comunismo in Russia e il nazismo alle porte. La storia non si ripete mai in forma eguale, anche se nulla scompare definitivamente, come si vede dalle forti venature autoritarie oggi presenti anche nelle nostre democrazie occidentali.

La successione di ordine e caos – più precisamente di ordine e conflitto, che può sempre degenerare in caos – cui il mio saggio si richiama vuol segnalare l’impossibilità di assumere un ordine, divino o umano, come presupposto da cui partire. Del resto, se all’inizio vi fosse l’ordine, la storia non potrebbe che degenerare. Ma le cose non stanno così.

Non veniamo da un ordine che poi si è infranto, ma da una dimensione in cui ordine e caos si alternano e si affrontano a vicenda.

In termini cristiani, si potrebbe dire che la ferita del peccato segna la storia intera, compresi i tentativi palingenetici che cercano di sanarla.

In una prospettiva laica – ma attenta alla grande cultura teologica – possiamo dire che la finitezza umana è ineluttabile. Che un ordine assoluto è impossibile – sia all’inizio sia alla fine. I totalitarismi nascono anche dalla presunzione di mettere fine all’imperfezione, instaurando un ordine definitivo (o quantomeno millenario, come voleva il nazismo).

  • Lei cita Agostino e un ineliminabile “animus dominandi”. Diritto e politica, poco possono?

Nella filosofia della storia agostiniana l’animus dominandi è ineliminabile dalla città terrena. Ma ciò non vuol dire che diritto e politica poco possano. Se Agostino è lontano da Pelagio, lo è altrettanto da una concezione gnostica. Egli si muove sempre sul filo di una prospettiva dialettica (non hegeliana, cioè senza sintesi). Proprio perché la natura umana implica un’inestirpabile volontà di potenza – ovviamente accanto ad altre attitudini –, la politica e il diritto hanno un ruolo fondamentale, che è quello di contenere il male, anche senza poterlo vincere.

Da questo punto di vista, penso che si possa ascrivere Agostino alla corrente del realismo politico – almeno per quel che riguarda la definizione della città dell’uomo. Naturalmente, egli resta un pensatore cristiano. Esiste anche, e anzi soprattutto, la città di Dio. La questione più complessa del suo pensiero riguarda appunto il loro rapporto, fatto di autonomia, ma anche di relazione.

Le due città, divergenti storicamente – la prospettiva storica in verità riguarda solo la città umana –, si toccano in un punto invisibile, in cui l’uomo può riconciliarsi con la propria origine divina. Ma questo punto, in tutta la storia passata e presente, sembra restare irraggiungibile.

Del resto, a questa stessa impossibilità storica rimanda la trascendenza di Dio. Se la città terrena potesse divinizzarsi, o se quella divina s’installasse sulla terra, avremmo una prospettiva immanentistica. Solo una qualche forma di dualismo consente di pensare la trascendenza.

Nel mio saggio cerco d’interrogare, da un punto di vista diverso, il rapporto tra realismo e trascendenza, al quale molti anni fa ho dedicato un libro sulla categoria di “impolitico” – l’impolitico è l’impossibile per il politico, il suo rivolgersi, in negativo, a ciò che sta ai suoi confini esterni. La trascendenza, da una prospettiva laica, è avvertita come mancanza, come ciò che ci manca, che è impossibile concettualizzare in positivo.

***

  • In Evangelii gaudium papa Francesco ha sostenuto la superiorità del tempo sullo spazio. La geopolitica sostiene quella dello spazio. Uno sforzo etico vano, quello del papa?

È vero che la geopolitica parte dal rapporto tra politica e spazio. Del resto, che esista un tale rapporto è di per sé evidente. La politica non può concepirsi senza una dimensione spaziale e lo spazio, dal momento che in cui viene abitato dagli uomini, acquista un’implicita caratterizzazione politica. Non si tratta solo di terra. Anche mare e cielo oggi sono sempre più interni alla logica e alle dinamiche politiche.

Oltre gli spazi, si può dire che anche gli elementi naturali si vanno politicizzando. Si pensi al rilievo politico che vanno assumendo le onde magnetiche. Ciononostante, il riferimento allo spazio ha segnato una novità in una tradizione filosofica finora attenta soprattutto alla dimensione del tempo. Dopo Essere e tempo di Heidegger, si aspetta ancora un’opera dedicata al rapporto tra essere e spazio.

Che la dimensione spaziale abbia un rilievo politico è evidente in tutto quel che accade, in pace e in guerra. Per esempio, la posizione spaziale dell’America, circondata dai due Oceani, è decisiva per la sua sicurezza. Così come l’enorme estensione della Russia ha deciso, a favore dei Russi, sia la guerra napoleonica contro i francesi, sia quella contro i nazisti. Se l’Inghilterra non fosse stata un’isola, sarebbe stata invasa da Hitler. Perciò la dimensione spaziale è decisiva.

Detto questo, non è affatto vero che la geopolitica non affronti la dimensione del tempo e, più precisamente, della storia. Gli esempi che ho fatto perderebbero il loro senso se separati dalla loro storicità. Capisco che “Cristo e il tempo” – la storicità di Cristo – resti la questione decisiva per il Cristianesimo, ma mi pare sbagliato separarla dal tema dello spazio. I grandi papi (compreso Francesco) hanno avuto sempre molta sensibilità per la questione dello spazio – basta pensare ai loro continui viaggi…

  • Ma in che senso anche la geopolitica contiene una metafisica?

Il titolo del mio saggio – Geopolitica e metafisica – contiene anche una provocazione, sottintende il rifiuto a pensare la geopolitica solo in termini empirici o materialistici. La stessa politica, nel Novecento, è stata interpretata in chiave metapolitica o teologico-politica. Ciò vale anche per la geopolitica. La quale, tutt’altro che riducibile a questioni di potenza, pone soprattutto la questione del suo limite.

Ogni potenza è limitata, come testimonia il fatto che tutti gli imperi della storia, passata e presente, sono crollati. La geopolitica è convinta che non tutto sia nelle nostre mani, che ogni identità abbia a che fare con la differenza e con l’alterità. Geopolitica implica relazione, non solitudine. È un sapere aperto, non chiuso. Ragionare in termini assoluti, o esclusivi, come se l’altro non esistesse, è la negazione dell’atteggiamento geopolitico.

La geopolitica privilegia l’accordo rispetto al conflitto, anche se sa che la possibilità del conflitto è sempre alle porte. L’ordine non è mai definitivo, non solo nasce dal caos, ma rischia sempre di scivolare in un nuovo caos. Quando parlo di “metafisica”, a proposito della geopolitica, mi riferisco a quella che anche Cacciari definisce “metafisica concreta”.

Metafisica non allude necessariamente a un’altra realtà. Essa può riferirsi anche – è il caso nostro – alla profondità con cui si esamina la nostra realtà, riscattandola da una prospettiva semplificata e autocentrata. La geopolitica ha una sua metafisica nel senso che le domande che pone – sull’uomo, sul mondo, sulla vita e sulla morte – sono esse stesse domande metafisiche.

***

  • Ci troviamo oggi nel mondo – evidentemente – in una situazione di caos. Lei intravvede qualche segno di un nuovo ordine che nasce?

Ad essere chiaro è solo ciò che è finito, che non è più possibile. Come l’ordine bipolare che ha governato per più di quarant’anni il mondo, è finito anche l’ordine unipolare, governato dagli Stati Uniti d’America. L’ipotesi che restasse l’unica potenza mondiale si è esaurita nel breve arco di tempo che va dal crollo dell’impero sovietico alla fine del millennio scorso.

Quel sogno – o quell’incubo, secondo i punti di vista – si è infranto con l’esplosione delle Torri Gemelle. La crescita di altre potenze – Cina, Russia, India, Turchia, Brasile – non consente d’immaginare un mondo unificato sotto il dominio dell’America.

La stessa idea di un mondo unificato in una sorta di Stato mondiale mi pare fuori dalle possibilità reali. Quello che piuttosto si profila, direi come unica possibilità di sopravvivenza del mondo, è un nuovo multipolarismo, costruito intorno alla coesistenza pacifica di grandi spazi. Tra di essi si spera possa esserci anche l’Europa: che il nostro continente possa trovare un suo posto nel mondo, anche se al momento appare molto indietro.

Tuttavia, a volte quello che non riesce a farsi in base a una decisione, può farsi – deve farsi – in base alla necessità, oggi rappresentata dall’abbandono dell’America e da quello che esso ci impone: essere autonomi.

In questo quadro non va trascurata, e anzi fortemente valorizzata, la presenza del papa e della Chiesa – che può assumere un ruolo sempre più importante. Non solo all’interno dello scacchiere geopolitico, ma nel modo stesso di interpretare la geopolitica. Mi verrebbe da dire che papa Leone sta dimostrando – anche rispetto ad altri papi – una straordinaria attitudine geopolitica.

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