
Il 5 luglio 1996, in un laboratorio del Roslin Institute alle porte di Edimburgo, nacque una pecora. Un agnello come tanti, bianco, indistinguibile dai suoi simili; e tuttavia il primo mammifero mai ottenuto non per generazione, ma dal nucleo di una cellula adulta – la copia tecnica di un vivente già esistente.
L’annuncio, dato dalla rivista Nature nel febbraio 1997, scosse l’opinione pubblica come pochi fatti scientifici del secolo, e la Chiesa avvertì subito che la posta non era zoologica: già nel 1997 la Pontificia Accademia per la Vita vi dedicò una riflessione specifica.[1]
Dolly, del resto, fu un successo solitario: nacque da un’unica gravidanza riuscita su 277 embrioni ricostruiti, lasciandosi dietro una lunga scia di tentativi falliti – già allora la logica della produzione mostrava il suo prezzo.[2]
Trent’anni dopo, l’anniversario merita una sosta non per nostalgia, ma perché quel giorno una soglia fu varcata e poi dimenticata. Con Dolly l’uomo non scoprì soltanto una tecnica: assaporò un sogno antichissimo, passare dalla parte di chi riceve la vita a quella di chi la produce.
Due secoli prima, una giovane scrittrice lo aveva già intravisto: Mary Shelley intitolò il suo capolavoro Frankenstein, o il moderno Prometeo, e nello scienziato che dà la vita a una creatura per poi, atterrito, abbandonarla, fissò il vero peccato dell’uomo-artefice – non creare, ma rifiutarsi di essere padre di ciò che ha chiamato all’esistenza.[3]
Generare o fabbricare
È la più antica delle tentazioni, scritta alle prime pagine della Scrittura: Eritis sicut dii, sarete come Dio (Gen 3,5). Non un peccato fra gli altri, ma quello che li contiene tutti: il rifiuto della condizione di creatura, la pretesa di fondarsi da sé. Babele ne è la versione collettiva – «facciamoci un nome» – e ritorna, intatta, a ogni soglia tecnica che varchiamo.
La fede cristiana ha custodito qui una precisione che il Credo fissa in due parole: genitus, non factus, generato e non fatto. La differenza fra generare e fabbricare non è sottigliezza da teologi: è la differenza fra un figlio e un prodotto. Generare è accogliere un altro come un pari; fabbricare è ottenere un risultato previsto; progettare è stabilire in anticipo ciò che l’altro dovrà essere: e, quando le tre logiche si confondono, il figlio scivola dal registro del dono a quello dell’oggetto.
Ciò che si genera è dello stesso rango di chi lo genera, è accolto come dono; ciò che si fabbrica è disponibile alla volontà di chi lo produce, gli appartiene, è progettato su un’utilità. Quando l’uomo passa dal generare la vita al produrla, cambia lo statuto di chi viene al mondo: da figlio diventa manufatto, da dono diventa progetto. Che cosa diventa una società quando il figlio non è più una sorpresa, ma un progetto?
E qui sta il punto: non è una preoccupazione soltanto confessionale. Tre voci lontanissime fra loro convergono sulla stessa intuizione.
San Tommaso, con la dottrina delle cause seconde, aveva mostrato che Dio non crea servi né rivali, ma collaboratori, e comunica alle creature la dignità altissima di essere, a loro volta, vere cause: negare alle creature il loro proprio agire – scriveva – sarebbe sottrarre qualcosa alla bontà stessa di Dio. Ma la causa resta seconda, agisce in virtù di un’altra; e il peccato comincia quando la creatura pretende di farsi causa prima, sorgente e non più canale della vita che ha ricevuto.[4]
Il magistero, con l’istruzione Donum vitae del 1987 – redatta dalla Congregazione allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger –, distingue con nettezza la procreazione, atto personale che accoglie un figlio come dono, dalla produzione, atto tecnico che lo dispone come prodotto: il figlio ha il diritto di essere generato, non costruito.[5]
E un filosofo non credente, Jürgen Habermas, temendo un’eugenetica «liberale», ha tracciato la medesima frontiera fra «ciò che è naturalmente cresciuto e ciò che è costruito in laboratorio»: chi è stato programmato non può più riconoscersi come autore indiviso della propria vita, e si incrina quella simmetria fra eguali su cui ogni società di persone libere si fonda, perché il programmato non potrà mai, a sua volta, progettare il proprio progettista.[6]
Tre fronti – la teologia, il magistero, la ragione laica –, una sola linea.
Il potere senza misura
Romano Guardini, a metà del Novecento, aveva dato un nome a tutto questo: la fine dell’epoca moderna. Ciò che caratterizza il tempo che viene, scriveva, è il potere – cresciuto a dismisura, ma privo della misura interiore per governarsi; la natura cessa di essere accolta come creato e diventa puro materiale a disposizione della volontà, e l’uomo si scopre capace di un dominio per cui non è ancora, spiritualmente, all’altezza.[7]
La stessa intuizione, in chiave laica, è il cuore del Principio responsabilità di Hans Jonas: a un potere così esteso deve corrispondere un’etica nuova, capace di rispondere non solo dei viventi, ma di chi ancora non è nato.[8]
Il problema, allora, non è che l’uomo abbia troppo potere, ma che possieda un potere sempre più vicino alle sorgenti della vita senza una crescita proporzionata della sapienza morale e spirituale necessaria a custodirlo.
E la frontiera, da Dolly, è soltanto avanzata. Dalla clonazione si è passati alla riscrittura del genoma e alla «sintesi del vivente» della biologia sintetica, che non si limita più a leggere la vita ma prova a comporla;[9] agli embrioni «corretti» – fino ai primi bambini venuti al mondo con il DNA riscritto in laboratorio –, al «bambino su misura», fino al sogno di un’intelligenza artificiale invocata quasi come una nuova genesi.
Oggi non si replica più soltanto una pecora: si pretende perfino di richiamare in vita ciò che era estinto, di riaprire la porta che la morte aveva chiuso. In tutti questi casi la vita non è più ricevuta: è assemblata. È il dominio sulla vita di cui ammoniva Giovanni Paolo II, che diventa idolatrico nell’istante esatto in cui smette di riceverla come dono.[10]
Resta, sempre, una soglia decisiva: finché la scienza cura, serve la vita; quando pretende di stabilire quali vite meritino di essere accolte, comincia a giudicarla – e chi giudica la vita si è già messo, in silenzio, al posto di chi la dona.
Ricevere, o fabbricarsi
Il paradosso andrebbe gridato: la vera grandezza dell’uomo non è farsi da sé, ma essere fatto e amato. «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1Cor 4,7).
Joseph Ratzinger ha racchiuso questa verità in una distinzione tagliente, quella fra il fare e il ricevere: l’uomo non è fabbricato ma generato, non è un prodotto ma un dono, e la sua dignità non riposa sull’essere ben riuscito, ma sull’essere voluto.
Sorprendentemente, un filosofo di Harvard, Michael Sandel, dice quasi lo stesso da tutt’altro versante: la pretesa eugenetica tradisce un atteggiamento di dominio che non sa più apprezzare il «carattere di dono» dell’esistenza, e smarrisce il senso di ciò che ci è dato senza che l’abbiamo chiesto – la grazia dell’imprevisto, del non-progettato.[11]
La pretesa di crearsi da soli è, in fondo, il rifiuto di essere amati gratuitamente; ed è il rischio che Habermas chiama la rottura della simmetria fra le persone, e che nelle sue forme estreme – l’«antropotecnica» di Peter Sloterdijk, l’uomo che si propone di allevare sé stesso – rovescia la creatura in artefice. L’uomo è davvero «a immagine di Dio», ma lo è proprio in quanto creatura: la somiglianza non è una conquista da strappargli, è una dignità ricevuta insieme all’esistenza.
Per questo – ammoniva la Dignitas personae –, concepire il figlio come «un prodotto della tecnologia» non eleva l’uomo: lo deforma.[12] Persino il diritto ne avverte la frattura: una persona non può essere oggetto di contratto, e la logica della produzione vi introduce di soppiatto ciò che la tradizione giuridica ha sempre escluso. Né si tratta di timori astratti: il Novecento ha mostrato tragicamente come la pretesa di stabilire quali vite meritino di nascere possa degenerare in pratiche eugenetiche incompatibili con la dignità della persona; e la memoria di quella stagione resta il monito più serio contro ogni eugenetica, anche la più mite e «terapeutica».[13]
Dolly e l’algoritmo
C’è una ragione per cui, trent’anni dopo, Dolly non appartiene soltanto alla storia della bioetica: la domanda che aprì attraversa oggi anche l’intelligenza artificiale, perché clonazione e IA sono due volti di un’unica tentazione – non interpretare la vita o l’intelligenza, ma riprodurne la sorgente, sostituendo alla logica del dono quella della fabbricazione.
Se Dolly rese pensabile una vita ottenuta senza generazione, l’IA rende pensabile un’intelligenza prodotta senza nascere. Un recente documento vaticano l’ha detto con nettezza: l’intelligenza artificiale «non è una forma artificiale dell’intelligenza, ma uno dei suoi prodotti».[14] Un modello linguistico non è una persona, e non lo diventerà; ma culturalmente l’effetto è simile, e radicalizza la distinzione fra il fare e il ricevere.
Per secoli il figlio si generava, la parola si riceveva, l’intelligenza si educava; oggi il testo si genera, l’intelligenza si addestra, e cresce la tentazione di pensare anche il figlio come un progetto.
Dopo il potere sulla trasmissione della vita, è il potere sulla conoscenza a crescere più in fretta della sapienza che dovrebbe governarlo. In entrambi i casi, non è anzitutto la tecnica a inquietare, ma l’immagine dell’uomo che vi affiora: quella di chi non si riconosce più come figlio, ma soltanto come autore di sé stesso. La tecnica, in fondo, non ci rende creatori: ci costringe a decidere che tipo di creature vogliamo essere.
Adamo afferra, Cristo non trattiene
A questa tentazione la fede oppone una sola parola, decisiva. Uno solo è stato veramente «come Dio», uguale a Dio, e proprio Lui non lo ha considerato una preda da afferrare: «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso» (Fil 2,6-7).
Adamo, che era creatura, allungò la mano per strappare la divinità come un furto; Cristo, che era Dio, rinunciò ad aggrapparvisi e discese. È ciò che i Padri chiamavano ricapitolazione: in Cristo, nuovo Adamo, l’intera vicenda umana viene riavvolta e raddrizzata.[15]
Dostoevskij ha dato un nome moderno alla medesima alternativa: da una parte, l’«uomo-dio», la creatura che pretende di farsi Dio; dall’altra, il «Dio-uomo», Dio che si fa creatura.[16] Il primo sale per usurpare, e resta solo; il secondo scende per amore, e ci porta con sé. La via per essere «come Dio» non è occupare il posto del Creatore, ma scendere nell’amore. Tutto il Vangelo, a ben vedere, è il racconto di un Dio che si fa creatura per insegnare alle creature a non voler più essere dèi.
Il nome che si riceve
C’è un filo, in tutta la Scrittura, che lega questa verità a una sola parola: il nome. A Babele gli uomini gridano «facciamoci un nome»; ma nella Bibbia il nome non si fabbrica, si riceve: è Dio che chiama ciascuno per nome, prima ancora che venga al mondo. L’uomo che vuole farsi creatore è, in fondo, l’uomo che pretende di darsi il nome da sé — e che proprio per questo, alla fine, non sa più chi è.
Trent’anni dopo Dolly, la domanda vera non è più se possiamo – possiamo, e potremo sempre di più –, ma chi accettiamo di essere: signori che afferrano o creature che ricevono. Non si tratta di rinunciare a sapere, ma di custodire, dentro il sapere, la coscienza di un limite che non umilia ma custodisce – il confine che impedisce al potere di farsi dominio –, perché ricorda all’uomo di non essere il primo e, proprio così, lo libera dall’angoscia di doversi inventare da solo.
Nel Vangelo, del resto, la pecora è la creatura che si perde e viene cercata, riportata a casa da un Pastore che la conosce per nome. Si può sognare di diventare dèi solitari, artefici di una vita che non si deve a nessuno; oppure accettare di essere la pecora amata, cercata, custodita. La prima strada finisce nella solitudine di chi non deve nulla; la seconda, soltanto, conduce a casa.
Perché l’uomo non è mai tanto simile a Dio quanto nel momento in cui rinuncia a prenderne il posto.
[1] Pontificia Accademia per la Vita, Riflessioni sulla clonazione, in «L’Osservatore Romano», 25 giugno 1997 (testo integrale in vatican.va).
[2] I. Wilmut – K. H. S. Campbell et al., Viable offspring derived from fetal and adult mammalian cells, in «Nature», 27 febbraio 1997: Dolly nacque da un solo embrione giunto a termine su 277 ricostruiti.
[3] M. Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo, 1818.
[4] Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 105, a. 5; cf. Summa contra Gentiles, III, 69-70.
[5] Congregazione per la Dottrina della Fede, istr. Donum vitae, 22 febbraio 1987; sul tema creazione e ricezione dell’essere cfr. J. Ratzinger, In principio Dio creò il cielo e la terra, e Introduzione al cristianesimo.
[6] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002.
[7] R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, 1950.
[8] H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990 (ed. orig. 1979); cf. anche L. R. Kass, Life, Liberty and the Defense of Dignity, Encounter Books, 2002 (con il saggio The Wisdom of Repugnance, 1997).
[9] Cf. C.A. Redi, «Dalla descrizione alla sintesi del vivente: cellule staminali e biologia sintetica», in L. Chieffi (a cura), Frontiere mobili. Implicazioni etiche della ricerca biotecnologica, Mimesis, Milano 2014 (accesso aperto).
[10] Cf. Giovanni Paolo II, lett. enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995.
[11] M.J. Sandel, Contro la perfezione. L’etica nell’età dell’ingegneria genetica, Vita e Pensiero, Milano 2008.
[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, istr. Dignitas personae, 8 settembre 2008.
[13] Cf. Sotto il segno della razza: lo sterminio dei bambini, a cura di C. Bianco, P. Giustiniani, G. Attademo, F. Lucrezi, Mimesis, Milano 2021.
[14] Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Antiqua et nova. Nota sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, 28 gennaio 2025, n. 35; cf. anche Bioetica, diritti e intelligenza artificiale, a cura di A. Patroni Griffi, Mimesis, Milano 2023.
[15]Cf. Ireneo di Lione, Adversus haereses, sul tema della recapitulatio in Cristo, nuovo Adamo.
[16]F. Dostoevskij, I demoni (la figura di Kirillov) e I fratelli Karamazov.





