
L’espressione “labilità mentale”, pur non essendo un termine strettamente tecnico, fa capire che si sta parlando di persone emotivamente variabili.
Senza addentrarci nella complessità delle patologie psichiatriche e delle modalità di cura, vorrei condividere alcune riflessioni per evitare la superficialità, quando si parla del soffrire. Soprattutto per non essere irrispettosi nei giudizi su persone già in sofferenza.
Riusciamo a capire la sofferenza fisica. Prima o poi succede a tutti.
Facciamo fatica a immedesimarci in quella psichica
Nel portafogli tengo il santino di Ilenia che si è lasciata morire per anoressia, all’età di ventisei anni.
Una ragazzina di tredici anni mi ha mostrato le cicatrici delle ferite che si era inferta per non sentire le sofferenze che provava dentro e mi ha descritto come aveva danzato sul davanzale per percepire vivo il suo corpo e, in questo modo, bloccare il desiderio di buttarsi giù.
Roberto camminava sui cornicioni della scuola, quand’era in quarta elementare.
Prima considerazione: le “sofferenze dentro” fanno male! E sono uguali per tutti, indipendentemente dal colore della pelle e dalla provenienza!
Una riflessione sulla labilità mentale e l’imitazione
Una volta si parlava dell’importanza dei buoni esempi. Erano e sono tuttora validi, soprattutto se proposti da relazioni gratificanti e valorizzanti e da persone coerenti.
Cosa succede quando modelli problematici sono radicalmente inculcati e rigorosamente studiati per opportune convenienze?
Compriamo le cose “sotto costo”, dimagriamo con poche mosse, scomodiamo il QI… e quant’altro, direbbero i più! Anche gli influencers per professione!
Domanda: quanta imitazione nei comportamenti delle persone che hanno problemi di labilità mentale? Le visualizzazioni frequenti di macchine che investono le folle, di coltelli usati per strada, di bulli e delle loro gesta! Maggiore è la labilità mentale e più facili sono i comportamenti imitativi.
Impossibile cambiare radicalmente i sistemi, ma – santa pazienza! – almeno un po’ di ritegno nei commenti!
Una riflessione anche sui servizi, quando le patologie sono gravi
Si sente dire: era seguito dai servizi. Ho cercato il significato di “essere seguito”: “aver attivato un percorso di presa in carico e supporto continuativo con i Servizi Sociali o con i Servizi Sanitari (es. salute mentale, dipendenze) del proprio territorio”.
Sottolineo l’espressione “supporto continuativo”, indispensabile quando si tratta di salute mentale. Se non è continuativo, la persona con problemi di labilità mentale potrebbe rivivere stati abbandonici, molto frequenti nella storia di chi sta male dentro.
A proposito del “rischio suicidario, una “Impresa Sociale Accreditata”, fa una formazione specifica agli educatori affinché sappiano a chi rivolgersi, per evitare responsabilità giuridiche. Carabinieri, forze dell’ordine, ambulanze…!
Giusto anche questo. Pretendevo però anche progetti di formazione continua per non essere superficiali nella presa in carico e nella cura. Continuative!
Una considerazione anche sul tema della prevenzione
La prevenzione non risolve tutto, ma può:
- ridurre i fatti problematici;
- approfondire le modalità di cura;
- promuovere visioni culturali che abbiano sensibilità più umane e politiche maggiormente adeguate ai bisogni.
Senza semplificare la problematicità delle patologie psichiatriche che sono molto complesse, credo si possa però affermare che l’educare alla valorizzazione dell’unicità di ogni persona possa essere importante per prevenire alcuni aspetti della labilità mentale.
Una corretta consapevolezza di sé, per non essere spesso o sempre in balia!






C’è qualcuno che si interroghi come siamo arrivati a questo punto? Perché tanti disagi psichici e mentali nei giovani? E dopo essersi interrogati, qualcuno che provi a dare una risposta e a trovare soluzioni o cambi di rotta? C’è nessuno?
Quando ero alle superiori una mia compagna di classe tentó il suicidio.
La causa di questo furono le azioni riprovevoli di un adulto.
E altri adulti si comportarono in questa situazione con la delicatezza e l’empatia di un elefante ubriaco in una cristalleria…
È vero io che appartengo alla categoria delle persone seguite e devo dire che il termine seguite è labile direi quando si arriva al massimo guardate con curiosità. Magari impedite di farsi male ma più perché un po’ rovinano il paesaggio di chi sta’ intorno in quel periodo. In realtà sono iperpatoligizzate perché è semplice. Poi scrivono saggi molto poetici. Ecco e so che appaio duro. C’è un personaggio psichiatrico e si rende tutto gruppo. Quello che esce dallo schema bèh diventa invisibile anche agki operatori. Avrei un sacco da dire. Però davvero ti senti un peso già a partire dal giudizio degli operatori. E chi testimonia come me’ o altri gli si dice però ci sono i ruoli chi cura e chi è curato soprattutto tu alla fine sei la tua patologia anche se loro la chiamano più che altro in maniera più poetica tipo un adeguamento dell’anima. Però poi torni a casa tua e al mese prossimo . Se sopravvivi sennò pronto per le statistiche. Dico questo perché una mia persona vicina dopo una settimana nemmeno si parlava più era solo la tale passiva. Ecco le definizioni non aiutano. Il gruppo nemmeno l’unicità si ma significa parlare di esseri senzienti non di utenti. Il termine utenti l’ho sentito. E gli utenti è freddo non c’è anima né personalità. Dopo pochi giorni il numero di caso clinico. Caso chiuso. E il nome io ora lo dico in suo ricordo. Marta. Marra ah sì passiva. Chiuso . L’unicità data solo dalla patologia. Io la ricordo perché le parlavo ma come una persona che mi incuriosiva mi piacevano i suoi cappellini il modo i cappellini con le ciliegie per dire è estate e Marta c’è scopritemi. Nessuno ha più detto nulla. Dimentichiamo tutti. Mi dispiace per Marta tanto tanto