
Il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione, moriva Paolo VI. Per molti contemporanei si concludeva uno dei pontificati più complessi del Novecento, segnato dalle tensioni del post-Concilio, dalle contestazioni ecclesiali e dalle grandi trasformazioni della società occidentale. Per altri iniziava, forse, il tempo della sua vera ricezione.
Come spesso accade ai grandi protagonisti della storia della Chiesa, anche Giovanni Battista Montini ha conosciuto stagioni diverse: l’incomprensione, il giudizio sommario, la progressiva rivalutazione culminata nella canonizzazione.
Oggi, a quasi mezzo secolo dalla sua morte, sembra aprirsi una fase ulteriore. Non si tratta semplicemente di ricordare un pontefice del Novecento, ma di accorgersi che molte delle intuizioni sulle quali aveva costruito il proprio magistero tornano oggi a offrire criteri per leggere il presente.
Le prime parole e i primi gesti di Leone XIV rendono particolarmente evidente questo fenomeno. Sarebbe improprio parlare di un’influenza diretta o di un richiamo programmatico a Paolo VI. I contesti storici sono profondamente differenti, così come differenti sono la formazione personale, il linguaggio e le priorità pastorali dei due pontefici. Eppure alcune parole ricorrono con sorprendente insistenza: dialogo, comunione, pace, speranza, missione. Non semplici termini ricorrenti, ma autentiche categorie ecclesiologiche che, già nel magistero montiniano, costituivano una visione complessiva della Chiesa.
Il dialogo come forma della verità
L’enciclica Ecclesiam suam (1964) rappresenta probabilmente il documento nel quale Paolo VI ha delineato con maggiore chiarezza la propria concezione della Chiesa. Non a caso il termine che più frequentemente vi ricorre è quello di dialogo: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere» (Ecclesiam suam, 67).
Non si trattava di una scelta tattica né di una forma di accomodamento culturale. Il dialogo nasceva, per Montini, dall’iniziativa stessa di Dio, che entra nella storia parlando all’uomo. Per questo esso richiedeva chiarezza, rispetto, pazienza, ascolto reciproco e fedeltà alla verità. Il dialogo non sostituiva l’annuncio, ma ne diventava la forma.
Anche Leone XIV è tornato più volte su questa prospettiva, parlando della necessità di «costruire ponti», di promuovere una cultura dell’incontro e di fare dell’ascolto uno stile permanente della vita ecclesiale. In un tempo nel quale il dibattito pubblico sembra alimentarsi soprattutto di contrapposizioni, questa convergenza appare particolarmente significativa. Il dialogo non è il contrario della verità: ne costituisce il metodo evangelico.
Comunione senza uniformità
Una seconda consonanza riguarda la concezione della comunione ecclesiale.
Paolo VI fu il papa che accompagnò l’intera stagione della ricezione del Concilio Vaticano II. Istituì il Sinodo dei vescovi, promosse la corresponsabilità ecclesiale e cercò instancabilmente di custodire l’unità della Chiesa in un periodo segnato da tensioni profonde. Per lui la comunione non coincideva mai con l’omologazione. L’unità nasceva dalla comune appartenenza a Cristo, non dall’eliminazione delle differenze.
Anche Leone XIV insiste sulla necessità di una Chiesa capace di vivere le diversità senza trasformarle in contrapposizioni ideologiche. In un’epoca nella quale la polarizzazione attraversa anche il linguaggio ecclesiale, questa prospettiva recupera una delle intuizioni più feconde del pontificato montiniano: la comunione non elimina la pluralità, ma le offre un principio di unità.
La pace come responsabilità
Fra tutte le parole che accomunano i due pontificati, quella della pace è forse la più evidente.
Il 4 ottobre 1965 Paolo VI si presentò all’Assemblea generale delle Nazioni Unite pronunciando uno dei discorsi destinati a segnare il Novecento. Le sue parole sono rimaste scolpite nella memoria collettiva: «Jamais plus la guerre! Mai più la guerra!». Non era uno slogan. Era la sintesi di una visione della politica internazionale fondata sulla dignità della persona, sulla cooperazione tra i popoli e sulla forza del diritto.
Sessant’anni dopo, mentre il mondo sembra ripiombare nella logica dei conflitti permanenti, Leone XIV richiama con continuità il valore di una pace «disarmata e disarmante», costruita attraverso il dialogo, la giustizia e il riconoscimento reciproco. Non si tratta semplicemente di una somiglianza lessicale. È il riaffiorare di una medesima concezione della diplomazia pontificia, nella quale la pace rappresenta anzitutto un compito della coscienza.
La speranza come modo di abitare la storia
Se una parola attraversa silenziosamente tutto il pontificato di Paolo VI, questa è probabilmente la speranza.
Montini guidò la Chiesa durante la contestazione del Sessantotto, la secolarizzazione accelerata, la guerra fredda, il terrorismo, le crisi interne al cattolicesimo. Eppure non cedette mai alla tentazione del pessimismo storico. La sua fiducia non nasceva da un ingenuo ottimismo, ma dalla convinzione che Dio continuasse ad agire dentro la storia, anche quando essa sembrava oscurarsi.
Anche Leone XIV invita con insistenza i cristiani a non lasciarsi imprigionare dalla paura, dalla nostalgia o dalla sterile contrapposizione. La speranza non consiste nell’ignorare le difficoltà, ma nell’abitare responsabilmente il presente.
È forse questa la consonanza più profonda tra i due pontefici: la storia non è anzitutto il luogo della crisi, ma il luogo della fedeltà di Dio.
Una Chiesa che testimonia
L’ultima parola è missione.
Quando, nel 1975, Paolo VI pubblicò l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, consegnò alla Chiesa uno dei testi più influenti del magistero contemporaneo. Vi si legge una delle sue affermazioni più celebri: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri è perché sono dei testimoni.» L’evangelizzazione nasceva, dunque, dalla credibilità della vita prima ancora che dall’efficacia delle strategie pastorali.
Leone XIV sembra riprendere questa medesima prospettiva quando insiste su una Chiesa che accompagna, ascolta, serve e condivide il cammino degli uomini. Prima ancora di insegnare, la Chiesa è chiamata a testimoniare.
Anche in questo caso non si tratta di una semplice coincidenza. È il riaffiorare di una concezione profondamente evangelica della missione, che Paolo VI aveva intuito con straordinaria lucidità.
Più di una commemorazione
Le ricorrenze rischiano spesso di trasformare la memoria in nostalgia. L’anniversario della morte di Paolo VI offre invece un’occasione diversa. Non tanto per domandarsi quanto il mondo sia cambiato dal 1978, ma per verificare quanto alcune intuizioni di quel pontificato continuino ancora oggi a illuminare la vita della Chiesa.
Forse la sorpresa non consiste nel fatto che Leone XIV richiami, talvolta implicitamente, il linguaggio di Montini. La vera sorpresa è che le categorie fondamentali del suo pensiero – dialogo, comunione, pace, speranza e missione – non appaiano come il lessico di una stagione ormai conclusa, ma come strumenti ancora capaci di orientare il discernimento ecclesiale.
Nel Pensiero alla morte, scritto negli ultimi anni della sua vita, Paolo VI contemplava il mondo con uno sguardo insieme realistico e riconoscente, riconoscendo che tutta la storia è attraversata dall’amore di Dio. È forse proprio questo lo sguardo che oggi torna ad affiorare, con accenti nuovi, nel magistero di Leone XIV.
È questa, probabilmente, la forma più autentica della ricezione di un grande pontificato. Non la ripetizione delle sue formule, ma la capacità delle sue intuizioni di continuare a generare pensiero, orientare il discernimento e suggerire risposte nuove alle domande che ogni tempo porta con sé.





