
«Pace a voi!». Credo sia il saluto più desiderato, l’augurio più auspicato. Francesco d’Assisi salutava così chiunque incontrava; e con questo saluto scritto sul cartiglio lo ritrae il più antico affresco nel monastero benedettino di Subiaco.
È il saluto di Cristo risorto: due brevi parole nelle quali è tutto il suo messaggio di risurrezione, quale vita nuova che inizia nel segno della pace. Risorgere, infatti, è con-vertirsi, tras-mutare i valori, volgere altrove il cuore.
Ed è il saluto che Leone XIV fece suo al momento dell’elezione a pontefice: un augurio di pace che entrasse nel cuore di tutti, raggiungesse tutte le persone, le famiglie e i popoli della terra; un augurio nel quale era già il programma d’un pontificato che si è rivelato gradatamente in questo primo anno.
Questo saluto ripete ora nella prefazione al suo libro Disarmata e disarmante – La pace è un dono: un’antologia di interventi sulla pace, curata da Alessandro Banfi [Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2026].
Una pace disarmata
La pace di cui parla papa Leone è anzitutto disarmata; e ha come modello Gesù, che, nella notte del Getsemani, ordina a uno del seguito di rimettere al suo posto la spada con la quale aveva ferito un servo del sommo sacerdote. Gesù che tace e non reagisce alle percosse, agli sputi, agli schiaffi, agli scherni. Gesù che un giorno disse con parole dolcissime: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).
Gesù insegnava nelle sinagoghe, e tutti si stupivano del suo insegnamento. Ma quel giorno si offre come modello: «imparate da me» (màthete, dìscite) ad essere miti e umili di cuore. Aveva chiamato beati i poveri e i miti, ma ora parla di sé: io sono mite e umile di cuore. Solo imparando da lui mitezza e umiltà troveremo anàpausis: requies, ristoro, pace.
Queste parole infondono pace e sicurezza perché nascono dal cuore, non dalla forza. «La forza è ciò che fa di chiunque le è sottomesso una cosa. Quando è esercitata fino in fondo, fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale. Perché ne fa un cadavere. C’era qualcuno, e un attimo dopo non c’è nessuno» (S. Weil). Questo fa la forza della guerra e della violenza: trasforma la persona in una cosa.
Un essere umano non è una cosa: sarebbe una contraddizione, dice ancora Weil; «ma quando l’impossibile è divenuto realtà, la contraddizione diventa strazio per l’anima». La persona diviene cosa, la cosa cadavere. Questa trasformazione dovrebbe straziarci l’anima; invece vi assistiamo con vergognosa indifferenza.
Ama il prossimo anche se ti è nemico, ha detto ancora Gesù. Idea rivoluzionaria, inaccettabile alle nostre menti che si nutrono di egoismi, di utilitarismi, di bisogni immediati. Come possiamo amare un nemico? Eppure, se amiamo solo quelli che ci amano, quale ricompensa ne abbiamo? Se salutiamo solo i nostri fratelli, cosa facciamo di straordinario? (Mt 5,43-47). Non abituiamoci alla violenza – egli raccomanda –, perché l’abitudine crea indifferenza, oggi divenuta globale.
Una pace disarmante
Questi insegnamenti e lo stesso comportamento di Gesù sono, nello stesso tempo, disarmanti, soprattutto oggi in cui non solo si reagisce alla violenza, ma vi si reagisce con accanimento, rabbia, volontà di causare danni fisici o la morte.
A una guardia che lo ha percosso, Gesù risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18,23). C’è risposta più disarmante di questa?
La dottrina di Cristo è una visione di vita nuova, diversa, più alta. Chi l’ascolta e la mette in pratica è come uno che ha costruito casa sulla roccia: nessuna violenta tempesta l’abbatte. Nel cristianesimo ci sono certezze che tutti, oltre le fedi, possono riconoscere come tali. La scrittrice Natalia Gizburg scrisse una volta che «il crocifisso rappresenta tutti perché, prima di Cristo, nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi» (L’Unità del 22.10.1988).
Aggiungerei che il crocifisso è simbolo dell’umana sofferenza: per chi crede e per chi non crede. «Nel suo ultimo grido rivolto al Padre [scrive papa Leone] sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E, soprattutto, sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra» (p. 24).
Chi vuole la pace?
Chi vuole la pace? Il potere non dà pace. Nella cornice purgatoriale degli avari e dei prodighi, Dante incontra papa Adriano V. Non fu propriamente avaro, ma avido: avido di potere. Lo raggiunse; fu papa poco più di un mese; avrebbe dovuto essere soddisfatto. Non lo fu. Ed ecco il grande verso di profonda amarezza, agostiniana, eco del tormentoso bisogno di Dio: «Vidi che lì [nel potere] non s’acquetava il core» (Dante, Purgatorio, XIX,109). Il cuore continuava ad essere inquieto, perché il cuore ha bisogno di infinito e di assoluto.
Nella Consolazione della Filosofia, Boezio rivolge a Filosofia alcune domande: perché il male? perché colpisce i buoni e non i cattivi? perché la sorte d’un uomo improvvisamente si rovescia? Il disordine che è in noi e intorno a noi – gli risponde lei – è l’uomo a volerlo, allontanandosi dalla natura, senza sapere il posto che vi occupa. Dovrebbe invece sapere che non è un essere isolato, ma parte dell’armonico ordine dell’universo, mosso dall’amore del suo creatore, al quale tendono tutte le creature, e dove non può vivere senza sapere, appunto, chi è, dove va, qual è il suo compito. E potrebbe evitare dolori e delusioni, se, nell’agire, si ponesse scopi superiori a quelli immediati e utilitaristici e se considerasse che certe realtà (come la sofferenza) sono universali.
L’importanza del dialogo
La pace deve abitare prima di tutto in noi stessi, nelle nostre relazioni quotidiane; e chiede di essere responsabili, di disarmare il cuore dall’odio, dalla violenza, dalla vendetta, «perché, se non c’è pace in noi, non daremo pace» (p. 32).
Ma soprattutto chiede il dialogo. Il dialogo crea ponti (parola divenuta fondamentale nella dottrina sociale della Chiesa).
Oggi, non deve più guidarci la logica del “vincere”, ma del “convincere”. Il vincere richiede la forza delle armi, il convincere quella della parola, della riflessione, del discernimento. Per questo bisogna disarmare anche le parole, il loro uso distorto, le fake news, la comunicazione «da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività» (p. 142).
Nel dialogo, le parole devono essere chiare, corrette e precise. La chiarezza, la correttezza, la precisione terminologica sono le qualità del ben comprendere; sono l’etica della comunicazione, senza le quali ci fraintendiamo, specie nei momenti di pericolo o di tragedie collettive.
A sua volta, il dialogo richiede l’ascolto; e l’ascolto richiede attenzione. Ascoltare è un’arte oggi dimenticata o messa da parte. Nessuno ascolta più. Le voci dei parlanti s’intrecciano e, intrecciandosi, sono costrette ad essere una più alta dell’altra. Così essi non si ascoltano, né si comprendono, né li comprende chi li ascolta. Ascoltare porta ad uscire fuori da sé stessi, a comunicare, a “mettere in comune”, le proprie idee, la propria visione della realtà, e a dubitare.
Il dialogo non mira a un consenso né a una prevalenza di un’idea sull’altra. Esso serve a un confronto, durante il quale possono cadere o rafforzarsi le nostre certezze. Non si deve temere il confronto: esso arricchisce; fa capire che non c’è una sola verità.
Fondamentale è, poi, il dialogo interreligioso. Esso può fare molto per la pace. Scrivendo ai Gàlati, Paolo di Tarso dice, con la forza del convertito, che non c’è Giudeo né Greco, né schiavo né libero; né maschio né femmina, perché tutti siamo uno in Cristo (3,28). E il Corano: «Discutete con la gente del Libro solo nel modo migliore fuorché con i colpevoli e dite: “Crediamo in quel che è stato rivelato a noi ed è stato rivelato a voi, il nostro Dio e il vostro Dio sono un solo Dio, noi tutti siamo sottomessi a Lui”» (Corano, 29,46).
Un solo Dio, pur nella varietà dei riti. Questo versetto dovrebbe essere posto a epigrafe del dialogo interreligioso, divenuto oggi necessario, urgente anzi, in un mondo in cui le diverse confessioni religiose vivono una accanto all’altra, ognuna con la propria verità. Ma nessun dialogo può esserci, se perdura la convinzione della superiorità di una rispetto all’altra.
Le religioni devono dialogare per la pace nel nome del Dio unico. Una cosa sola devono evitare: non mescolare Dio con le guerre.
Ma c’è un atto unico che, oltre al dialogo, accomuna i credenti delle diverse religioni: l’atto della preghiera. Quando vediamo i rappresentanti delle religioni uniti a pregare per i problemi più gravi e urgenti dell’umanità, comprendiamo le parole di Gesù: «Se due di voi sulla terra si mettono d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Poiché dove sono due o tre uniti nel mio nome, lì sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,19-20).
In quel momento, quegli uomini, messa da parte la varietà dei riti, pregano uniti l’unico Dio che li ascolta. «Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e di riconciliazione [scrive papa Leone], la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni, e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco» (p. 57 sg).
La pace ha bisogno, inoltre, di coraggio: di qualcuno che alzi bandiera bianca – come disse una volta papa Francesco; di qualcuno che metta via la spada, che deponga le armi – dice ora papa Leone. La pace non vuole l’orgoglio, origine d’ogni conflitto e «offusca la realtà stessa e l’empatia verso il prossimo» (p. 63), prolunga la guerra e accresce la di-sperazione dei popoli coinvolti i quali, oltre alle dolorose conseguenze materiali, vedono spegnersi ogni barlume di speranza, mentre la pace «ha bisogno di speranza». La forza del perdono è più potente di quella delle armi.
La pace, infine, chiede di rimuovere idee che ritengono la guerra come fatto normale; che la pace è impossibile e, se c’è, non è vicina; che la guerra c’è sempre stata e sempre ci sarà; che le guerre sono lontane da noi, e simili. No. dice papa Leone. «Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina […]. Non esistono conflitti “lontani”, quando la dignità umana è in gioco […]. La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano» (p. 35, 38, 92).
Bisogna tener viva, allora, la memoria storica. Nella storia ci sono stati momenti di barbarie. Solo quando li avremo superati (ma non dimenticati) potremo gettare le basi per un’integrazione di popoli.
La memoria della barbarie deve trasformarsi in coscienza e conoscenza.
Conoscere deve indurci a non ripetere gli errori, a cancellare l’odio, a inculcarci un reciproco comportamento morale, perché solo quando l’orrore di certi eventi accaduti riesce a scuotere le coscienze, non li ripetiamo (almeno si spera).
Dobbiamo avere orrore per la guerra, più incisivo della pietà, che pure occorre. Invece, «si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza […]. Lo sviluppo tecnologico, in sé positivo, è messo al servizio della guerra. Questo non è progresso, è regresso» (p. 36 e 37).
Disarmata e disarmante è un libro che testimonia lo sforzo di papa Leone di diffondere l’idea e il sentimento di pace. È rivolto agli scienziati e alle persone comuni, ai governanti e alle ONG, ai cattolici e alle altre fedi, alla coscienza individuale e al diritto umanitario internazionale, perché tutti possiamo collaborare a diffondere l’idea di pace.
Raccolti in volume, questi interventi aprono lo sguardo allo scenario internazionale di guerre, violenze, oppressioni, disumanità, ma anche al diffuso sentimento di pace e agli ostacoli che le impediscono di realizzarsi. La guerra, infatti, ha toccato oggi l’apice della disumanità. Come si può rimanere indifferenti di fronte a bambini che vengono uccisi mentre sono in fila per avere un po’ di cibo? Se non ci commuove questo, cos’altro può commuoverci? Anzi, se non ci sdegniamo per questo, di cos’altro è giusto sdegnarci?
Rivolgendosi a tutti e nelle più diverse occasioni, il tono di questi interventi è pacato o riflessivo, di supplica o di fermezza, di condanna o d’incoraggiamento, ma sempre di fiducia nella fede, nella speranza e nella preghiera.
In essi senti la voce del pontefice che ha scelto come motto del suo pontificato “In illo uno unum”, e dell’uomo che si rivolge con trepidazione ad altri uomini.
Con l’enciclica Magnifica humanitas di recente pubblicazione, Disarmata e disarmante è l’altro fondamentale documento di papa Leone in questo primo anno del suo mandato petrino.





