
Firma dell’alleanza militare fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan.
Sappiamo tutti che il limbo non esiste, eppure è difficile trovare un’altra definizione per dire dove si trovi il Medio Oriente; perché il nodo iraniano ne tiene legati tanti (Hormuz, Libano, Yemen, Iraq), da questo nodo dipendono troppe cose.
Si può provare a osservare la scena araba partendo da questa constatazione abbastanza ovvia. Gli arabi, guardando a loro, sono nel limbo, tanto che anche notizie di oggettivo rilievo, come il voto con cui il Libano è diventato il primo Paese arabo ad abolire la pena di morte (con Hezbollah che ha lasciato l’aula al momento del voto) passano in secondo piano. È una rondine, ma non fa primavera.
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Molti si aspettano una guerra peggiore delle precedenti, qualcuno teme un pessimo accordo per evitarla. La convinzione più diffusa è che Teheran voglia le chiavi del Golfo Persico, dello stretto di Hormuz, e difficilmente cambierà un’idea che per le corone arabe sarebbe esiziale e che gli iraniani stessi non sembrano in grado di poter gestire.
Quando hanno firmato il Memorandum of Uderstanding con Washington scelsero la via del memorandum e non del trattato o dell’accordo perché così si evitava il voto del Parlamento, dove i duri sono tanti, mentre la firma di un memorandum non la richiede e la fretta di procedere giustificava la scorciatoia operativa.
Il potere passa ai “gangli esecutivi”, quindi ai militari, i pasdaran. Ma firmare non vuol dire poter gestire un memorandum, che in realtà è molto di più. Lo stesso sta accadendo con il Memorandum, da giorni definito prossimo alla firma, con l’Oman.
Ci si orienta verso il varo di un unico corridoio per il transito delle navi, fatto tecnico che non richiederebbe voti, ma anche qui firmare potrebbe non implicare la possibilità di gestire un memorandum che in realtà vorrebbe essere molto di più. Dunque la consapevolezza di essere nel limbo non passerebbe neanche se si firmasse questo accordo.
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Così succedono molte cose, anche rilevanti. Il turco Erdogan, il saudita bin Salman e il nuovo protagonista della scena mediorientale, il pakistano Sharif, hanno pregato con lo sguardo rivolto verso la pietra nera, il cuore meccano dell’islam, dopo aver firmato la loro nuova alleanza militare, il nuovo patto difensivo che segnerebbe soprattutto la nuova autonomia di Riad da Washington.
Quello con Washington per Riad è un matrimonio non monogamico. Qualcuno a Teheran ha visto il tutto con favore, un minor ruolo americano nella regione loro lo hanno sempre invocato, ma linea ufficiale non è stata questa. E in effetti parlare di autonomia di Riad da Washington è troppo, ma si diversifica, e Riad cerca una formula che la ponga al centro, e questa formula è La Mecca.
Pregando con lo sguardo rivolto verso la pietra nera cercavano cosa li unirebbe, ma tutti sanno che anche la religione non li unisce: Erdogan è amico dei Fratelli Musulmani, fumo negli occhi per i sauditi, mentre i pakistani offrono il modello militare.
I commentatori mediorientali disposti a credere che questo “patto di ferro” lo sia realmente sono pochi. Piuttosto sembra un segnale, sabbia che si alza in panorami dove la sabbia è di casa, a meno che non si sviluppi un’architettura istituzionale. Ma anche il patto conferma che il nodo resta quello: o trovare un accordo accettabile con Teheran o far cadere il regime.
E così si passa dal pre bellico “o un cattivo accordo o la guerra” all’attuale “o un pessimo accordo o una grande guerra”.
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Il nodo iraniano tiene stretti tanti nodi, e l’obiettivo di Teheran è resistere. Lo dimostra la visita del capo del battaglione dei pasdaran che si occupa delle operazioni all’estero, cioè delle milizie filo iraniane. Si è recato a Baghdad per dire ai suoi di non consegnare le armi entro il 2 settembre, come ufficialmente richiesto dal nuovo governo, non più legato a Teheran come i precedenti (prima per scelta, poi per necessità).
Secondo la stampa irachena che ha raccolto i bisbigli lasciati filtrare dalla delegazione iraniana lui avrebbe suggerito alle milizie due mosse, non una sola: la non consegna delle armi va accompagnata da una non azione militare contro il governo. L’obiettivo non è vincere, è non perdere, dunque negoziare con il nuovo governo.
È la stessa linea seguita in Libano: non disarmare ma rimanere nel governo che lo chiede, avversare in tutti i modi i negoziati con Israele, ma non attraversare il Rubicone nella piazza libanese. Il limbo qui sembra un obiettivo, almeno contingente. Se una linea dura serve è quella con i curdi iraniani, troppo disposti al gioco israelo-americano.
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Il limbo mediorientale è destinato a diventare permanente? Né pace né guerra? Per i piani di ricostruzione o riconversione industriali di tante corone non andrebbe bene. Dubai è andata in crisi, il modello improvvisamente ha mostrato di reggersi sull’argilla, ma anche l’agenda avveniristica di bin Salman dovrebbe venire a ben più miti consigli.
Il fatto che ogni giorno si parli di nuovi corridoi energetici dimostra che Hormuz rimane il cuore di un sistema. Per uscire dal limbo, che non riguarda solo loro ma dal quale vorrebbero uscire, alcuni arabi vedono la necessità di accordarsi per davvero con l’Iran, altri di avvicinarsi maggiormente a Israele. È il contesto in cui si svolge la guerra non più nascosta, quella tra il saudita bin Salman e l’emiratino bin Zayed. Inseparabili fino a qualche anno fa, ora si contendono tutto.
Le intenzioni politiche di Abu Dhabi, cioè di bin Zayed, sembrano chiare: ha una linea ferma contro Teheran, si è avvicinato a Israele, corteggia a suon di miliardi soprattutto i paesi rivieraschi per sottrarre a Riad la leadership araba conquistando il controllo marittimo. Gli Emirati sono attivi in Yemen, in Somalia, in Sudan, e ora stanno ottenendo attenzioni particolari dall’Egitto, sempre sull’orlo del collasso economico, grazie a giganteschi ulteriori investimenti nei settori turistico e bancario.
Per Riad l’Egitto è un po’ il proprio “patio trassero”, perdere il controllo del piccolo Faraone sarebbe proprio un colpo. Qualcuno aveva visto una mira degli Emirati anche sui porti siriani, ma l’accordo raggiunto da Damasco con Mosca, proprio nelle ore in cui condannava a morte l’ex despota Assad riparato a Mosca con molti miliardi, dice che lì la mano forte rimarrà quella russa.
E le intenzioni regionali di Riad quali sono? È dal Libano che la strategia saudita è tornata a manifestarsi? Il loro principale alleato libanese, Samir Geagea, ha rilasciato una dichiarazione netta. Nel pieno di un negoziato paralizzato tra Libano e Israele, con i colloqui di pace che non riescono a produrre passi avanti, il leader di quella che molti chiamano la destra cristiana, principale sostenitore in Parlamento della scelta di trattare, ai ferri corti da sempre con Hezbollah, ha preso carta e penna e ha scritto che per uscire dal limbo mediorientale serve trovare una soluzione equa alla questione palestinese.
È questo che pensa Riad? È quello che Riad dice da tempo. Si può pensare a tanti motivi per spiegare perché Geagea lo abbia detto proprio ora che per il negoziato tutto si fa difficile, con il capo del governo libanese cha alza i toni contro i metodi militari usati da Israele nel Libano occupato, denunciando nuovi crimini di guerra e pretesti illogici, poco dopo che gli americani hanno detto che si continua a trattare e che i negoziati di settembre a Roma si terranno, ma pochi immaginano possibili progressi.
Tanto che ieri sera a tarda ora da Washington è arrivato un ulteriore comunicato, molto preoccupato, che conferma gli impegni presi mentre Israele estende le sue operazioni militari e il ministro della difesa afferma che l’esercito resterà nel Libano meridionale; per Washington non è così, Hezbollah va disarmato e Israele si deve ritirare. Inoltre circolano voci che gli Stati Uniti vorrebbero coinvolgere altri Paesi nel gruppo che monitora le operazioni militari in Libano.





