
È il primo documento organico costruito dai protagonisti della nuova ondata di battesimi degli adulti in Francia. Catecumeni, accompagnatori, preti, religiosi e religiose, gruppi e comunità sono stati convocati dalle diocesi dell’Ile-de-France: comprendente Parigi e le diocesi di Créteil, Evry-Corbeil, Meaux, Nanterre, Pontoise, Saint-Denis, Versailles, a cui si è aggiunto l’Ordinariato militare.
L’invito ha avuto un’accoglienza sorprendente. Fra il 25 gennaio e il 28 giugno hanno risposto 46.000 persone in 4.850 contributi. Il tutto finalizzato ad un concilio locale, poi indicato come assemblea ecclesiale provinciale.
380 delegati si sono ritrovati il 31 maggio ad una celebrazione a Notre-Dame (Parigi) e si re-incontreranno dapprima in un ritiro a Neully, poi in tre sessioni (ottobre 2026, gennaio e maggio 2027) per costruire gli orientamenti in relazione ai nuovi battesimo degli adulti che, dopo la recognitio della Santa Sede, potrebbero diventare operativi nell’autunno del 2027.
Le numerosissime risposte arrivate sono state riprese da una trentina di “lettori” fra il 4 e l’11 luglio nell’abbazia di Saint-Benoît sur Loire. Essi hanno prodotto l’Instrumentum laboris su cui i delegati lavoreranno nelle prossime sessioni dell’assemblea.
Il documento Instrumentum laboris. Assemblée ecclésiale provinciale – Ile de France. Catéchumènes (adolescentes&adultes). Nouveaux baptisés et confirmés si articola in 70 pagine e in cinque capitoli (Vivere l’accoglienza come una visita; Discernere lungo il cammino; Camminare insieme alla sequela di Cristo; Celebrare l’itinerario catecumenale; Incorporare). Tutti i capitoli hanno questa sequenza: constatazioni, tensioni, sfide. Un glossario e un’appendice teologica chiudono il testo.
Il fenomeno del battesimo degli adulti, partito senza alcun preavviso dal 2020-2023, è significativo nel paese, ma è registrato in molte altre nazioni dell’Occidente: Belgio, Olanda, Austria, Svizzera Germania, Regno Unito e USA. In Francia si è passati dai 4.500 battesimi degli adulti nel 2020 ai 21.300 del 2026.
La riflessione e la ricerca sull’iniziazione cristiana (che comprende battesimo, eucaristia e cresima) attraversa l’intero ’900. Una specifica attenzione al catecumenato è stata operata dal Vaticano II (Sacrosanctum concilium, n. 64) e nel vissuto contemporaneo di tutte le Chiese. Per l’Italia, oltre all’insieme della pluridecennale revisione dei catechismi, posso accennare alla sperimentazione del “secondo annuncio” per i “ricomincianti”.
Il primo documento dei neofiti
«Ci hanno colti di sorpresa: da tutti gli ambienti, da tutte le età, da tutte le culture, da tutte le sensibilità, uomini e donne bussano alle porte delle nostre chiese, delle nostre cappellanie, delle nostre scuole… C’è qui, nel chiaroscuro del nostro mondo e della nostra Chiesa, la sorgente di una grande gioia e una profonda ragione di speranza» (n. 1).
La sorpresa e la gioia sono gli elementi più diffusi della narrazione di quanti sono stati coinvolti dal flusso dei catecumeni. «Alcuni di questi “cercatori di Dio” arrivano segnati dall’angoscia dell’avvenire, dall’esperienza dolorosa della solitudine o del peso delle difficoltà; altri, numerosi, arrivano condotti da curiosità sincera, dalla domanda di senso, dal desiderio di essere accolti e considerati; spesso un’autentica esperienza spirituale serve da avvio» (n. 5).
Diventano, così, uno stimolo alla Chiesa perché diventi tessitrice di speranza di un Regno che sta prendendo forma. Un vero segno dei tempi per le comunità chiamate a lasciarsi toccare e modificare dalla letizia dei nuovi catecumeni. Essi ricordano che lo Spirito precede molto spesso l’azione della Chiesa e manifestano nuovi elementi del volto di Dio.
Un percorso da trovare
Dopo la reazione di sorpresa e di gioia, diventa necessaria l’opera di discernimento sia sull’autenticità della domanda sia per portare il catecumeno a capire la propria sequela. La grande diversità dei vissuti impone di riconoscere ciò che nasce come richiesta di risposte veritative piuttosto che esperienze di consolazione, di identità piuttosto che di norme e di comportamenti.
Alle spalle vi possono essere vissuti del tutto normali o storie pesanti di violenza oppure autentiche esperienze spirituali. Alle volte vi sono convivenze irregolari, matrimoni solo civili quando non orientamenti e coppie omosessuali. Così esperienze abortive o pratiche eutanasiche (per il personale medico) fino ad ex detenuti e immigrati irregolari.
Crea inquietudine «quando essi fanno un cammino di fede e di speranza con molta convinzione e non capiscono le difficoltà che ne derivano, legate a fatti del passato che essi non possono cambiare unilateralmente» (n. 34). Con la conseguenza di dover chiarire fin dall’inizio le difficoltà.
Non meno complicato è trovare chi, nella comunità, possa accompagnare il loro percorso. Uomini e donne generose, che debbono essere iniziate alla sapienza della guida, sapendo mantenere cordialità e distanza, autorevolezza priva di elementi abusanti, oltre al superamento della tentazione di fare della propria tradizione la norma per altri. «È necessario riconoscere quanto di evangelico c’è già nella maniera di vivere e di pregare (del catecumeno). A partire di lì introdurlo alla pienezza della comunione ecclesiale, sapendo che il lavoro di conversione deve proseguire» (n. 22).
Ma quanto si può chiedere a persone già cariche di compiti e di occupazioni? Torna il suggerimento di un riconoscimento formale di un servizio ecclesiale avvicinabile a quello dei catechisti. In ogni caso, il discernimento coinvolge sempre la comunità e pone ad essa una quadruplice sfida: una disponibilità alla conversione, l’ancoraggio sul fondamento pasquale, il riconoscimento del carisma di ciascuno e la responsabilità comune in ordine al discernimento.
Risulta chiaro per tutti che il cammino catecumenale non è assimilabile alla scuola. Anche la comunicazione on-line, pur preziosa per l’avvicinamento di alcuni, non esaurisce il compito della formazione personale. C’è una domanda di spiritualità e di preghiera che diventa possibile solo nella comunicazione diretta.
Per i nuovi arrivati la via spirituale precede molto spesso la conoscenza dottrinale, anche se questa non può essere trascurata. «Numerosi contributi si interrogano sulle modalità dell’accompagnamento da proporre: personale, in piccole équipes, in gruppo? Quale accento privilegiare per iniziare: più biblico o dottrinale o spirituale o più legato al vissuto cristiano […] Nel corso del cammino è conveniente aiutare ciascuno a scoprire i propri talenti, carismi o attese, per poter proporre un avvio di impegno nel mondo o nella Chiesa» (n. 32).
Preghiera, Parola, lectio e liturgia delle ore si compongono per evitare che la preghiera ignori la Parola e la liturgia. Si tratta di attivare un circuito virtuoso in cui la Parola nutre la preghiera che apre alla fede spingendo alla conversione. Un dinamismo che sostiene i possibili momenti stanchi e quelli tragici.
Fonti e contenuto
Per quanto riguarda i testi di riferimento, vi è qualche incertezza. In un momento di statu nascenti si ricorre a formule conosciute nel cammino personale, di coppia o di comunità. Qualcuno si riferisce alla Carta di accompagnamento spirituale della Conferenza episcopale francese o della diocesi, altri a percorsi sperimentati nel movimento o nell’associazione, altri ancora all’insegnamento papale (come Amoris laetitia di papa Francesco).
L’instrumentum insiste per un riferimento al Rito di iniziazione cristiana per gli adulti, conosciuto con la sigla RICA, e ai suoi quattro tempi: evangelizzazione pre-catecumenale; appello al catecumenato; purificazione, illuminazione e celebrazione del battesimo-eucaristia-confermazione; mistagogia nel tempo pasquale.
Fra i catecumeni c’è chi chiede contenuti dottrinali e morali chiari espressi nel Catechismo della Chiesa cattolica, chi insiste sulla connessione fra indirizzo e vita. Domande di percorsi differenziati si incrociano con l’esigenza di un tratto comune e condiviso attorno ai capisaldi delle preghiere centrali e del Credo. Il testo ricorda i contenuti essenziali attorno a quattro poli: conoscenza di Gesù (Scrittura), dottrina (Credo), preghiera (Padre Nostro), vita morale.
La dialettica fra il bisogno di strutture e di regole chiare suggerite anche dalla domanda di appartenenza sociale e un cammino progressivo che richiede sì alcune regole ma anche creatività è costantemente riproposta. C’è, ad esempio, chi vive male l’allontanamento dalla celebrazione dopo la proclamazione della parola, come previsto dal RICA. In tale contesto il ruolo dei preti è di grande rilievo. Anche gli accompagnatori chiedono aiuto per il discernimento al pastore.
Fra i temi discussi vi è quello di assicurare una vicinanza personale in un contesto in cui, per i numeri crescenti, si formano necessariamente gruppi, di prevedere percorsi specifici per gli adolescenti e, per tutti, di dirimere la scelta fra la celebrazione del battesimo connessa a quella dell’eucaristia e della confermazione, come prevede il RICA, o piuttosto – come invece viene richiesto da diversi catecumeni – di distanziare nel tempo le celebrazioni sacramentali.
Su questo si innesta la necessità di trasmettere l’insieme del patrimonio sacramentale, in particolare la confessione, ma anche l’unzione degli infermi. E di far vedere i diversi stati di vita cristiana: vita consacrata, ministero sacerdotale, oltre al matrimonio e alla vita celibe. La rilettura-commento dei sacramenti celebrati che la tradizione chiama mistagogia dovrebbe garantire la connessione fra percorso catecumenale, ritmo liturgico e vita della comunità cristiana. Onde impedire quello che alcuni neo-battezzati denunciano: il senso di isolamento che segue alla celebrazione sacramentale del battesimo.
Il coraggio di bussare
Bussare alla porta della Chiesa e chiedere il battesimo è un atto di coraggio, perché significa affrontare un “frattura culturale”, vincere l’incertezza di non essere all’altezza, di non riuscire a farsi capire e di dovere entrare in un universo linguistico non consueto. E questo vale per gran parte anche per i “ricomincianti”, coloro che, per lungo tempo, hanno abbandonato la fede e la Chiesa.
Ho già accennato ai contesti di vita dei catecumeni la cui distanza dalle indicazioni ecclesiali non è avvertita e che un gruppo di accompagnatori così esprime: «Non c’è evangelizzazione senza consolazione. Non c’è una corsa al merito o alla virtù, altrimenti saremmo tutti indegni del battesimo. Perché rifiutare la grazia a chi ne ha più bisogno?» (n. 23). E, d’altra parte, come non “svendere” il sacramento, magari dando il battesimo senza possibilità per l’eucaristia?
Il primo desiderio dei catecumeni è di essere ascoltati nella loro storia e nella loro singolarità, ben prima di essere “eruditi”. La radicale diversità di accessi è visibile anche nelle precedenti appartenenze religiose.
Per chi arriva dall’islam, il passo può comportare un doloroso distacco dalla famiglia, dalla comunità di appartenenza e dalla cultura. Hanno alle spalle una fede strutturata ed esigente.
Per quelli che vengono dall’ebraismo, non si tratta di una rottura totale quanto di un compimento, che suppone di rispettare e onorare il loro radicamento biblico. Anche se non mancano episodi di rottura familiare e comunitaria.
Per quanti arrivano da Chiese protestanti o ortodosse, il battesimo è già riconosciuto, ma spesso gli evangelicali chiedono con insistenza di essere battezzati di nuovo.
Per chi viene dal paganesimo, gli esorcismi minori e l’unzione diventano il segno dell’abbandono degli idoli.
Traversale è anche la richiesta di essere accolti, come testimonia un neofita: «Non ci si vede più come semplici vicini, ma come figli dello stesso Padre. Imparare e vivere la comunione fraterna in parrocchia, a condividere il pasto, a pregare assieme: è ciò che mi ha integrato. Il sacramento mi ha dato una famiglia. Non sono più straniero, sono a casa mia, in parrocchia» (n. 98).
L’integrazione diventa più facile se, fin dall’inizio, si chiede al catecumeno un servizio e se, nel cammino, entra o forma un gruppo amicale. Per una fede adulta resta importante guardare oltre la comunità, per un servizio alla società e alla convivenza civile. Altra sfida trasversale è la perseveranza, fare della celebrazione eucaristica il vero cemento dell’appartenenza.
Le comunità: arricchite e scomodate
Gli occasionali abbandoni post-battesimali, pur previsti in ragione della libertà cristiana, evidenziano i compiti delle comunità arricchite, interpellate e scomodate dai nuovi arrivati. «È bene lasciarci interpellare dalla nuova realtà e aprire nuovi percorsi per le nostre organizzazioni» (n. 20). Come testimoniano alcuni parrocchiani della diocesi di Evry, «la presenza di catecumeni ci ha sorpresi e riempiti di gioia. È un segno che Dio chiama sempre […] La fede è contagiosa. Quando si vede la loro sete, si ha voglia di comunicare la propria gioia di credere. Ci obbligano a uscire dalla nostra routine e dal nostro “tra noi”. È una grazia anche per noi» (n. 99).
Tutto ciò richiede un grande rispetto, perché i “vecchi” non sono la norma della fede. È necessario dare tutto il tempo opportuno per il cammino dei neofiti chiamati ad entrare in una nuova comunità e in un nuovo linguaggio, anche attraverso la loro partecipazione ai pellegrinaggi e alle feste parrocchiali e diocesane.
Il catecumenato non è un settore per addetti, è una sfida per la comunità e la sua capacità di accogliere i nuovi e il cambiamento che questo richiede. «In questa logica è bene abbattere le barriere del catecumenato, spesso delegato a degli “specialisti”, al margine della vita ordinaria della comunità dove (i neofiti) non sono visibili se non nelle grandi tappe del loro cammino. Integrarli nella comunità, permette ai catecumeni di prendere coscienza che la loro fede non è solamente un’esperienza spirituale personale, ma che essa vive nel seno di un’intera assemblea chiamata alla salvezza» (n. 111).
I servizi – e soprattutto la liturgia – sono il luogo di un cammino condiviso. «La Chiesa è spesso percepita come un organismo rigido che cerca di aggregare i nuovi membri più che un corpo in evoluzione che si adatta accogliendo la novità […] Come scrive un contributo della diocesi di Nanterre “È necessario fare molta attenzione ai nostri neofiti e catecumeni. La loro energia merita di essere sostenuta. Si sentono inferiori per le loro conoscenze insufficienti e sono persuasi che gli altri membri della comunità siano tutti dei santi e dei dottori della Chiesa: un’immagine da cambiare completamente”» (n. 108).
«Come san Paolo, disarcionato e accecato, vede la sua vita scaravoltata dall’incontro col Cristo risuscitato, così i nostri catecumeni vivono un simile cambiamento interiore, non senza conseguenze per noi e le nostre comunità. Come san Paolo che, appena battezzato, “subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio” (At 9,20), i neofiti vengono similmente a scomodarci. Ci ricordano che le fede, come la vita, è sempre in movimento, nella speranza di salvezza. Come precisano i giovani di Pontoise: “I catecumeni ci chiamano a lasciarci rinnovare dall’azione dello Spirito Santo, uscendo dalle nostre abitudini per la gioia dell’incontro”» (n. 119).





