Esplosione di Colleferro e industria bellica

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All’indomani della esplosione nella fabbrica di materiali bellici KNDS di Colleferro, abbiamo interpellato Alberto Valleriani, referente territoriale di Colleferro per Emergency e A.N.P.I., attivista di Retuvasa associazione per la tutela ambientale della Valle del Sacco e di Disarmiamoli Valle del Sacco, rete di associazioni e comuni cittadini impegnati per la pace, il disarmo e il contrasto all’industria bellica.

  • Alberto, da dove viene il tuo impegno?

Il nostro territorio è, “da sempre”, orientato all’industria bellica: nel 1912 c’era la SNIA BPD, poi ereditata dalla SIMMEL-difesa, ora acquisita da KNDS Ammo Italy, industria chimica a capitale franco-tedesco, specializzata in esplosivi e propellenti.

Il mio impegno – chiaramente insieme ad altri ed altre – è sorto per la difesa ambientale della Valle. Ma da quando abbiamo capito che la questione ambientale dipendeva soprattutto dalle discariche interne al comprensorio industriale in ragione del settore bellico, ho iniziato ad occuparmi anche di questo.

Nel nostro territorio attualmente abbiamo due filoni industriali operanti al servizio delle guerre: quello chimico-bellico, con la KNDS Ammo Italy, e quello aerospaziale con la AVIO SpA.

Le guerre in atto, prima in Ucraina e poi in Palestina e Medio Oriente, hanno definitivamente preso il mio e il nostro impegno, anche proprio per i loro effetti a livello locale.

  • Qual è il rapporto tra le guerre in atto e le industrie del comprensorio di Colleferro?

La guerra in Ucraina sta dettando di fatto l’agenda dell’industria bellica in Europa: è in atto un finanziamento europeo – programma ASAP – in cui la KDNS è coinvolta con una nuova produzione di nitrogelatina (derivante da nitroglicerina), un potente esplosivo.

Il nuovo impianto dovrebbe sorgere ad Anagni a 15 chilometri da Colleferro, peraltro in un’area di alto interesse ambientale e paesaggistico, all’interno della “Macchia di Anagni”, cioè all’interno di un bosco, ma a 350 metri dall’autogrill dell’autostrada. L’impianto è prossimo alle autorizzazioni. Stiamo protestando e contestando da tempo questo impianto.

Ieri c’è stata questa esplosione a Colleferro: immaginiamo se fosse accaduta, o possa accadere, ad Anagni nel nuovo insediamento…

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  • Cosa è precisamente accaduto il 13 agosto, per quel che è dato saperne?

L’unico, prezioso, video-documento – pubblicato dai media – è quello di una signora che è riuscita a fare una ripresa col cellulare. Ho cercato questa signora per ringraziarla, perché, altrimenti, non avremmo a disposizione proprio nulla, se non le testimonianze indirette del fuoco e della detonazione. Mentre l’immagine che ci ha lasciato la ripresa è impressionante.

Non ci sono stati feriti, né tanto meno vittime, a differenza dell’incidente mortale dell’ottobre del 2007 in cui perse la vita un dipendente e 13 furono i feriti. Fortunatamente c’erano ieri pochi lavoratori in servizio al momento della deflagrazione; i sistemi di sicurezza interni hanno funzionato e prontamente sono intervenuti i vigili del fuoco interni e della zona. Poteva andare molto peggio.

  • Cosa può essere accaduto?

Dalle sole immagini a disposizione si coglie un fuoco previo all’esplosione in una zona contigua al corpo di fabbrica. Ma è una questione di secondi. In mancanza di altri elementi è impossibile capire cosa sia potuto accadere. Dall’azienda – come da tutte queste aziende – non filtra nulla: anche i lavoratori sono raccomandati, come sempre, di non parlare per effetto del vincolo contrattuale di riservatezza.

Sono in corso le indagini della Procura, che non sta escludendo alcuna ipotesi, come si è soliti dire. Aspettiamo.

Quel che posso dire io – ed è la ragione per cui da anni qui ci stiamo battendo – è che questa azienda, come tutte quelle ad alto rischio del comprensorio – e ce ne sono altre -, dovrebbe essere sottoposta a rigorosi controlli, secondo la “legge Seveso”.  Ci siamo presi la briga di andare a verificare quando siano stati fatti i controlli qui in zona, azienda per azienda: non ne abbiamo trovata una che fosse in regola con i tempi e le scadenze previste. Questo è un bel problema per la sicurezza: nostra e a livello nazionale.

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  • Quali sono le altre aziende pericolose del territorio?

Come detto, qui abbiamo l’industria bellica e l’industria dell’aerospazio. AVIO è l’altra faccia dell’attività dell’industria nel comprensorio: produce booster caricati con propellenti per lanciare razzi che sganciano satelliti nello spazio, ad uso civile e, forse, militare (ma per il militare non abbiamo conferme). Anche questa, evidentemente, è un’attività industriale ad alto rischio, di per sé soggetta ai controlli della legge Seveso.

L’insediamento di AVIO si trova vicino, anche se non vicinissimo – parliamo di centinaia di metri, non di chilometri – a quello chimico della KDNS in cui è avvenuta l’esplosione: immaginiamo uno scenario in cui le fiamme si fossero propagate a tutto il comprensorio industriale di Colleferro…

Anche AVIO è una azienda in pieno sviluppo e trasformazione degli assetti: sta beneficiando delle guerre in atto mettendosi al servizio di ciò che serve per le guerre contemporanee. «Il business è questo ora: lo dicono in tanti.

  • Quante persone lavorano nell’azienda in cui è avvenuta l’esplosione?

Dall’ultimo accesso camerale – da noi esplorato – risultavano 156 lavoratori dipendenti: pochi, se pensiamo che la SNIA, in passato, ha impiegato sino a 10.000 persone, e che Colleferro, come Comune, è nato in ragione della industria chimica degli esplosivi.

L’effetto occupazionale prodotto dalla fabbrica oggi è quindi veramente ridotto. Va considerato inoltre il ricorso a personale a “lavoro interinale” fornito dalle agenzie: personale che spesso non risiede nel territorio. Questo è un altro tema che stiamo sollevando: come possono lavorare in sicurezza, per sé e per gli altri – in una azienda che produce esplosivi – lavoratori interinali, cioè “a prestito”, che oggi sono qui, domani sono là?

  • Come la popolazione locale avverte questi problemi?  

Sensibilizzare e consapevolizzare la popolazione è il compito che, come rete di associazioni, ci stiamo dando. Non è affatto semplice.

Sussiste, infatti, un certo legame affettivo della popolazione alla fabbrica chimica, memore del tempo in cui la stessa dava lavoro e dava “da mangiare” a tanta gente del posto. Molti sostengono ancora che la chimica degli esplosivi è importante per i posti di lavoro.

Ma molti giovani neppure sanno cosa sono e cosa fanno queste fabbriche. Per questo dobbiamo fare di tutto per informarli correttamente. E aiutare a ricordare che nel 1938 ci fu una esplosione che fece 60 morti e 1.500 feriti.

  • L’esplosione avvenuta ieri può cambiare gli umori della opinione pubblica locale?

Colleferro è una cittadina di 20.000 abitanti. La fabbrica dista oggi quasi un chilometro dal centro abitato. L’esplosione non è stata percepita, mi pare, in tutta la sua gravità. Ma certamente il fatto potrà destare qualche interrogativo in più.

Dovremo comunque continuare a parlare – nelle scuole, nelle piazze, ovunque, pacificamente – per rappresentare i problemi nella loro gravità, come è avvenuto, in passato a proposito degli inceneritori, riuscendo a convincere migliaia di persone: oggi gli inceneritori non ci sono più.

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  • Al centro della sensibilizzazione, ci sono l’incolumità e la salute, oppure la salvaguardia dell’ambiente, ovvero il disarmo e la pace?

Tutte queste cose stanno insieme, come ci ha insegnato papa Francesco. Da laici, usiamo molto le parole di Francesco e, ora, quelle di papa Leone sulla “pace disarmata e disarmante”.

  • Le comunità ecclesiali locali stanno rispondendo alle vostre sollecitazioni?

Non quanto, personalmente, mi aspetterei. Ho molti amici e amiche nelle comunità. Ho parlato anche con il vescovo. Ma mentre il vescovo precedente era sceso in piazza con noi per gli inceneritori, ciò non è ancora accaduto per il disarmo.

Comprendiamo le difficoltà organizzative delle parrocchie e dei sacerdoti, ma questo è un momento molto delicato per la nostra comunità territoriale. È necessario che ogni settore si mobiliti per mostrare contrarietà al proliferare delle produzioni belliche: per la salute, l’ambiente, l’economia reale, la giustizia sociale… la pace nel mondo.

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