Chiara Francini, viva il varietà

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A dispetto delle stroncature dei soliti saccenti, lo spettacolo di Chiara Francini Forte e Chiara merita attenzione e può destare l’interesse di molti. Il titolo mi ricorda l’esortazione di Nilde Iotti a esprimersi con voce “alta e chiara”.

E la conduttrice lo fa, anche quando sussurra o parla, metaforicamente, sottovoce. Conduttrice? No, Francini, in realtà, interpreta il suo show; si pone come attrice, cantante, scrittrice. Il suo spettacolo si pone a metà, dunque, tra one man (ovvero: woman) show e varietà tradizionale. Cosa che, in realtà, è caratteristica proprio della migliore tradizione del varietà.

Un racconto autobiografico che diviene racconto di quell’Italia che nasce negli anni Settanta o nei primi anni Ottanta, né boomer, in senso proprio, né millennial. E, attraverso i riferimenti ai genitori e alle altre figure significative, agli adulti “che hanno contato” nella propria biografia, la narrazione si estende in maniera tentacolare, attraversando gli anni e i due secoli, il Novecento e il XXI secolo. Al riguardo, trovo assai delicato e intelligente il modo con il quale l’artista ha espresso la propria gratitudine nei confronti di Pippo Baudo: una telefonata, breve e intensa. Una discrezione appesa, letteralmente, al filo del telefono.

Artista, dicevo. Sappiamo che per Kant l’arte, se è autentica, dà da pensare. E lo show di Francini ha dato da pensare. Al “come eravamo”, certo, all’adolescenza, quando ella, “molto parca e poco porca”, sognava di andare in discoteca, all’eros, quello tenero, delicato, nutrito magari di allusioni e doppi sensi, tanto divertenti quanto poco volgari. Sì, vi era una dimensione onirica, nello spettacolo. Sogno, più che nostalgia o rimpianto. Meglio: un’atmosfera onirica, incantata, fiabesca. E cos’è la fiaba se non, appunto, racconto, “mito”?

Anche la breve conversazione con il cardinale e biblista Gianfranco Ravasi è venuta naturale, “sciolta”, “leggera”. Non la classica intervista, né una “benedizione” (quella negata da Baudo) e neppure “l’angolino” spirituale, culturale o comunque edificante. Un incontro, piuttosto, fra un uomo anziano e colto e una giovane donna curiosa e sensibile.

Un incontro illuminato da quello che tutti definiscono, lo ricordava il teologo, il grande codice della cultura occidentale e sul quale, nello stesso tempo, pochi si soffermano con lo studio e con la lettura: la Bibbia, “il Libro di tutti i libri”.

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