Cisgiordania: voci dal martirio di un popolo

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La testimonianza di alcuni cristiani della Cisgiordania che di seguito riprendiamo è stata letta durante la Veglia per la pace e la giustizia in Terra Santa proposta dalla Chiesa di Bologna con la Piccola Famiglia dell’Annunziata, fondata da Giuseppe Dossetti, tra i ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta a Casaglia, nel Parco storico di Monte Sole lo scorso 12 agosto 2026.

In Cisgiordania non è facile essere una persona normale. Il lavoro può diventare un pericolo, la fede un rischio, la quotidianità un miraggio.

Se sei un agricoltore in Cisgiordania, ogni mattina esci di casa senza sapere se troverai ancora la tua terra intatta. Non sai se verrai attaccato dai coloni, se ti ruberanno il gregge, se incendieranno la tua casa o distruggeranno il raccolto. Ogni giorno ti svegli senza sapere se potrai continuare il lavoro che sostiene la tua famiglia.

Se sei un fedele, musulmano o cristiano, non sai se il velo che indossi o la croce che porti al collo diventeranno motivo di insulti, sputi, aggressioni verbali o fisiche. Ogni giorno ti svegli senza sapere se sarà la tua fede a metterti in pericolo.

Se vivi in Cisgiordania e lavori in Israele, ti alzi quando è ancora notte. Ma neppure partire alle quattro del mattino ti garantisce di arrivare al lavoro. Non sai se il traffico del checkpoint sarà interminabile, se i cancelli si chiuderanno davanti a te senza spiegazioni, se quel giorno ti verrà semplicemente impedito di passare. Ogni giorno ti svegli senza sapere se riuscirai a lavorare.

Se sei una moglie, vivi con la paura che tuo marito possa essere arrestato e che la sua detenzione venga prolungata per mesi o anni senza un’accusa formale. Temi di non avere sue notizie, di non poterlo visitare, di non poter fare nulla per lui. Ogni giorno ti svegli senza sapere se sarà l’ultimo giorno che vedrai tuo marito.

Se sei un dottore in Cisgiordania, e hai scelto di curare chiunque bussi alla tua porta, senza guardare al denaro ma solo alla sofferenza dell’altro, potresti essere conosciuto come il “dottore dei poveri”, amato dalla tua comunità per il bene che hai seminato. Eppure, anche questo potrebbe non bastare a proteggerti. Potresti essere arrestato e trattenuto per mesi o anni senza un’accusa formale, lontano dalla tua famiglia e dai pazienti che contano su di te. Ogni giorno ti svegli senza sapere se potrai continuare a prenderti cura degli altri.

Se sei una donna incinta, non preghi soltanto per un parto sereno. Preghi che la strada verso l’ospedale rimanga aperta. Preghi che non venga allestito un checkpoint improvvisato. Preghi che chi ha il potere di fermarti scelga di lasciarti passare. Preghi per la loro misericordia, preghi affinché tu possa resistere.

Se sei un genitore, desideri soltanto far crescere tuo figlio nella sua terra, insegnargli le sue radici, la sua storia, la sua identità. Vorresti proteggerlo, ma, a volte, il solo fatto di vivere nel luogo in cui è nato sembra diventare un rischio.

Se sei un profugo, non sai quando i soldati entreranno nel tuo campo. Non sai se faranno irruzione nella tua casa, se arresteranno qualcuno della tua famiglia, se una persona che ami verrà ferita o uccisa.

Se sei palestinese, vivi ogni giorno davanti a una scelta che nessun essere umano dovrebbe essere costretto a fare. Restare nella tua terra significa custodire le radici, la memoria dei tuoi genitori e dei tuoi nonni, continuare a chiamare casa il luogo in cui sei nato. Ma restare può significare vivere nella paura, rischiare l’arresto, la violenza, essere privato della libertà o perfino essere etichettato come un terrorista solo per aver scelto di non abbandonare la propria casa.

L’altra possibilità è partire. Lasciare la propria patria, costruirsi una vita altrove, portando però nel cuore una nostalgia che non smette mai di ferire. Significa assistere da lontano alla lenta perdita della propria terra, vedere i propri luoghi cambiare senza poterli difendere, sentire che ciò che appartiene alla tua storia viene sottratto mentre il mondo sceglie il silenzio e l’indifferenza.

E se ti succede qualcosa per mano dei soldati o dei coloni, spesso non c’è nessuno a cui rivolgerti. Non c’è un’autorità capace di proteggerti. Non c’è una polizia che possa intervenire. Rimani solo. E quella solitudine pesa quanto la paura.

In Cisgiordania, qualunque sia la tua storia, è difficile svegliarsi e pensare semplicemente alla propria vita. Ciò che altrove sembra normale: andare a scuola, lavorare, organizzare un viaggio, progettare il futuro dei propri figli, vivere senza paura… qui è un privilegio.

Il peso dei nostri problemi, delle fatiche della vita quotidiana sono problemi reali, che appartengono a tutti. Ma proviamo, per un momento, a immaginare di dover affrontare anche tutto questo: l’incertezza, la paura, i controlli, la possibilità che ogni giornata venga sconvolta da qualcosa che non dipende da noi.

Per questo non possiamo lasciare solo il popolo palestinese.

Ricordare ciò che tante famiglie vivono ogni giorno, significa rifiutare l’indifferenza. Perché nessuna pace può nascere se il dolore di un popolo viene dimenticato.

Preghiamo, affinché ogni uomo, ogni donna e ogni bambino possano vivere con la stessa dignità, la stessa libertà e la stessa sicurezza che desideriamo per noi stessi. E chiediamo al Signore di rendere anche noi costruttori di una pace fondata sulla giustizia, sulla verità e sul riconoscimento della dignità di ogni persona.

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