
In un precedente articolo, la prof.ssa Anna Massaro, intervenendo sul tema dell’etica animale e in modo particolare sulle sofferenze quando si tratta di allevamenti per fini scientifici (vedi xenotrapianti, qui una sua intervista), auspicava la possibilità di superare la prospettiva che ha trasformato gli animali da creature a strumenti il cui valore viene calcolato sulla base del vantaggio, reale o potenziale, che possono arrecare.
Il tema è molto interessante e forse poco seguito nella teologia cattolica, almeno in Italia, se si eccettua un testo del prof. padre Martin Lintner, pubblicato nel 2020 dalla Queriniana e dedicato all’Etica Animale.
Per approfondire la tematica occorre considerare che esiste una lunga serie di pensatori che hanno elaborato posizioni favorevoli agli animali e che questa tradizione è stata in gran parte dimenticata. Una rassegna, anche qui certo non esaustiva, si trova nel volume Animal Theologians, del 2023, curato dai due studiosi Andrew Linzey e Clair Linzey, anglicani. Andrew Linzey ha fondato l’Oxford Centre for Animal Ethics. Nel volume, molto ampio, purtroppo solo in inglese, si trova un ampio ventaglio di temi e di studiosi di differenti confessioni.
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Il punto di partenza è che la teologia cristiana ha parlato moltissimo di Dio e dell’uomo, ma sorprendentemente poco degli animali. Eppure, secondo i curatori del volume, nella storia del pensiero religioso esistono numerose voci che hanno attribuito agli animali un valore teologico e morale molto maggiore di quello normalmente riconosciuto dalla tradizione cristiana. In pratica la moderna discussione sui diritti degli animali, spesso fatta iniziare con Peter Singer e il movimento animalista degli anni Settanta del secolo scorso, avrebbe invece precedenti religiosi molto più antichi.
Nella prima parte del volume si recuperano figure di studiosi che hanno anticipato alcuni temi oggi centrali nell’etica animale. Tra gli altri: Michel de Montaigne, Pierre Gassendi, Thomas Tryon, John Wesley, Humphry Primatt, William Bartram, Henry David Thoreau. La sezione del libro mostra che vegetarianismo, compassione verso gli animali, critica della loro strumentalizzazione e perfino argomenti assimilabili ai diritti animali hanno precedenti molto anteriori al Novecento. È il caso di Thomas Tryon (1634–1703), al quale il volume attribuisce una delle prime forme di vegetarianismo teologicamente motivato formulate in termini vicini al linguaggio dei diritti.
Nella seconda parte entrano figure come: John Ruskin, Leo Tolstoy, Rabindranath Tagore, Albert Schweitzer, Abraham Isaac Kook, Mohandas Gandhi e altri, per far vedere come la questione animale non appartiene esclusivamente alla teologia cristiana occidentale. Il libro mette così in dialogo cristianesimo, ebraismo, induismo e altre tradizioni religiose.
Nella terza parte compaiono Albert Schweitzer, Martin Buber, Paul Tillich, Charles Hartshorne, C. S. Lewis, Isaac Bashevis Singer, Jürgen Moltmann e lo stesso Andrew Linzey, per far vedere in che modo alcuni sistemi teologici e filosofici possano essere riletti dal punto di vista della questione animale.
Ed è qui che emerge una delle idee più forti del volume: non basta aggiungere il mondo animale alla teologia ma piuttosto occorre ripensare alcune categorie fondamentali della teologia cristiana: dalla Creazione alla sofferenza, dal dominio dell’uomo ad una diversa visione antropologica in un rinnovato rapporto tra Dio e il mondo. In questo senso una delle idee forti dell’ultima parte, esplicitata dallo stesso Andrew Linzey, mostra come la redenzione debba riguardare tutta la Creazione e tutti gli esseri che ne fanno parte. La conseguenza è che gli animali non possono essere considerati semplicemente strumenti destinati all’uomo.
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Come nota B.V. E. Hyde, dell’Università di Leeds, in una recensione pubblicata l’anno scorso su Studies in Christian Ethics, «i due Linzey e la ventina di altri autori non scrivono in modo imparziale, e questo non va assolutamente considerato un manuale accademico come molti di quelli della collana Oxford Handbooks (si noti che il suo libro non fa parte di tale collana). Al contrario, il libro è stato scritto con un preciso intento: «recuperare voci dimenticate all’interno delle tradizioni teologiche che mettono in luce la preoccupazione per gli animali» (p. 9, corsivo aggiunto).
Il messaggio è che uccidere gli animali è sbagliato (o peccaminoso) e, spesso, che il vegetarianismo è una scelta positiva o addirittura moralmente e teologicamente obbligatoria. Si tratta di un’opera di impegno sociale, che riflette il fatto che la teologia animale è un campo di studio di natura attivista, proprio come la teologia femminista prima di essa».
Una delle critiche più significative è che non compaiono figure centrali della teologia cattolica classica, come Agostino e Tommaso d’Aquino, se non indirettamente nel quadro critico del volume. La recensione di Hyde sottolinea proprio l’assenza dei grandi Dottori della Chiesa e mette a confronto l’impostazione dei Linzey con la posizione tradizionale secondo cui gli animali possono essere utilizzati dall’uomo, pur restando dovuti loro alcuni doveri di benevolenza.
«Il fatto è – nota Hyde – che la maggior parte dei teologi più importanti non sono stati teologi animalisti, e la Chiesa d’Inghilterra continua a opporsi a molti dei principi che i teologi animalisti sostengono. Ad esempio, gli arcivescovi di Canterbury e York respinsero una mozione presentata al Sinodo Generale della Chiesa d’Inghilterra per vietare la caccia sui terreni ecclesiastici, portando Andrew Linzey a dichiarare di essere “profondamente vergognato di essere un membro della Chiesa d’Inghilterra” (p. 8). Parte di questa controversia è menzionata nell’introduzione del libro, ma non viene identificata come un’opera di attivismo. A mio avviso, i lettori dovrebbero essere consapevoli che un libro sulla teologia animale non è la stessa cosa di un libro sulle diverse visioni teologiche sugli animali. Ciò non significa che il suo contenuto sia errato: i lettori dovrebbero farsi una propria opinione e, per farlo, dovrebbero essere consapevoli di ciò che gli autori del libro sostengono».
Anche così, Animal Theologians dimostra che la sensibilità religiosa verso gli animali è molto più antica del moderno movimento animalista. Sposta il problema dagli aspetti semplicemente morali alla dottrina della Creazione e della Redenzione. Mette insieme figure appartenenti a tradizioni diverse, compiendo un’opera importante sul piano ecumenico ed interreligioso. E, infine, costringe la teologia cristiana a confrontarsi con una domanda scomoda: che cosa significa essere «immagine di Dio» in un mondo nel quale miliardi di animali sono esseri senzienti e soffrono le conseguenze delle attività umane?





