
Ad inizio della primavera, la Pontificia Accademia per la Vita (PAV) si è espressa a favore degli xenotrapianti, ovvero dei trapianti di organi tra specie viventi differenti, in particolare dagli animali agli umani (cf. SettimanaNews). Rileggendo l’opinione già espressa nel 2001 alla luce degli studi scientifici condotti negli ultimi decenni, l’organismo della Chiesa cattolica ha individuato nel “principio dell’utilità” le ragioni di legittimità di tale pratica.
Per non sentirsi in colpa
Il parere della PAV offre un’interessante occasione per ripensare, dal punto di vista cristiano, il rapporto che intratteniamo con le altre creature e, in particolare, la pratica della ricerca biomedica in vivo. Si tratta di un tema controverso, che interroga, oggi come in passato, l’essere umano.
Un grande pensatore dell’età moderna – Cartesio – rilevando l’inconciliabilità tra la sofferenza generata negli animali dalla ricerca scientifica e l’idea di un Dio infinitamente buono, propose di negare la realtà della sofferenza delle altre specie viventi. Si tratta della nota teoria dell’animale macchina. Secondo Cartesio, gli animali non sarebbero in grado di sperimentare in modo soggettivo dolore e sofferenza, e i loro lamenti sarebbero paragonabili ai suoni emessi dagli ingranaggi di un orologio mosso da un artigiano maldestro.
Per quanto possa apparire controintuitiva e lontana dal vero, la proposta cartesiana aveva il vantaggio di eliminare la possibilità della colpa nel causare sofferenze agli animali, garantendo, al contempo, la bontà e l’onnipotenza divine. Venne, quindi, ampiamente richiamata nel corso del tempo per giustificare la vivisezione.
Oggi questa teoria non può più essere utilizzata, le evidenze scientifiche testimoniano a favore del senso comune: gli animali sono esseri senzienti, capaci di provare piacere e dolore, non solo fisico ma anche psicologico, come attestano numerosi documenti ufficiali, che vanno dal Brambell report (1965) alla Cambridge Declaration of Consciousness (2012).
Si è resa, quindi, necessaria la ricerca di una giustificazione differente, che è stata individuata nel principio dell’utilità, ovvero nel cosiddetto calcolo costi-benefici. Mettendo su un piatto della bilancia le reali sofferenze degli animali e sull’altro i vantaggi degli esseri umani, concreti o potenziali, presenti o futuri, un ipotetico giudice imparziale rileverebbe un peso maggiore sul secondo.
Ammesso che le cose stiano veramente così, può un calcolo consequenzialista rendere conto della sofferenza provata dagli animali nella sperimentazione animale? Questa domanda ne presuppone un’altra, relativa al valore della sofferenza animale, a cui è opportuno dapprima rispondere.
Se guardiamo alla tradizione cristiana, troviamo spunti interessanti. Ad esempio, Tommaso d’Aquino, pur escludendo gli animali dalla sfera morale, aveva riconosciuto al loro dolore la capacità di incidere profondamente sulla vita del singolo umano e della comunità. A differenza di Cartesio, Tommaso riteneva gli animali esseri senzienti, in grado di manifestare le loro sensazioni.
L’espressione della loro sofferenza non rappresenta un fatto antropologicamente insignificante, dacché genera, nell’osservatore, un intimo turbamento. Quando, attraverso l’abitudine, tale inquietudine viene meno, facilmente l’individuo diviene insensibile anche nei confronti degli altri umani. Il pensatore cristiano si mostra, quindi, interessato alla sofferenza animale, sebbene la ritenga rilevante non in sé stessa, ma al fine di garantire il benessere umano.
Gli animali provano piacere e dolore?
Una posizione più attenta al significato soggettivo delle esperienze animali viene adottata più tardi, nel corso del diciottesimo secolo, da alcuni sacerdoti e teologi anglosassoni. Attraverso una rilettura delle sacre Scritture attenta al mondo animale, costoro portarono alla luce il dovere cristiano di prendersi cura degli altri esseri viventi. Le leggi divine volte a garantire il benessere animale (si veda, ad esempio, Esodo 34,26, Levitico 22,28 e Deuteronomio 22,6-7) fondano il dovere di estendere la misericordia a ogni creatura capace di provare piacere e dolore.
L’attenzione per la sofferenza animale acquista così un nuovo significato: non risulta rilevante per la sola conservazione del bene comune, ma anche per garantire all’animale una vita buona per lui stesso. Il cristiano, infatti, non deve solo evitare la crudeltà, ma anche garantire alle altre creature la possibilità di godere dei piaceri della vita a loro appropriati.
Passiamo, ora, alla prima domanda da cui siamo partiti, che ci interroga sulla possibilità di giustificare la sofferenza delle altre creature nella ricerca biomedica quando la bilancia pende verso il vantaggio umano.
Al fine di ottenere le conoscenze scientifiche auspicate, gli animali devono essere allevati all’interno di stabulari, ovvero di gabbie poste in ambienti asettici, privi di contaminazioni provenienti dal mondo esterno, che risultano, di conseguenza, completamente innaturali. È necessario indurre loro le malattie che si intendono studiare, modificarli geneticamente per creare individui predisposti a sviluppare specifiche infermità, talvolta inibendo il loro sistema immunitario. Il loro impiego richiede molto spesso di esporli a pratiche dolorose, foriere di sofferenza e angoscia, non solo fisiche ma anche mentali.
L’Allegato A della Direttiva UE 63/2010 sugli animali da laboratorio classifica le procedure a cui vengono sottoposti gli animali in quattro categorie di gravità, proprio sulla base «del livello di dolore, sofferenza, angoscia o danno prolungato cui sarà presumibilmente sottoposto il singolo animale nel corso della procedura»: “non risveglio”, “lieve”, “moderata”, “grave”.
La sofferenza fa parte del processo. Non è l’obiettivo che si vuole perseguire, è un passaggio interno alle stesse procedure. A differenza dell’allevamento animale, ipoteticamente realizzabile in un contesto rispettoso e naturale, ove l’unica sofferenza, quella derivante dalla macellazione, potrebbe essere ridotta al minimo, la ricerca biomedica non può fare a meno di provocare dolore, non fosse altro, nei casi più fortunati, per le condizioni di detenzione.
Veniamo ai dati. Ogni anno, in Europa, oltre 9 milioni di animali vengono utilizzati a fini scientifici, sebbene il numero di individui allevati a questo scopo sia ben superiore e non compaia in nessuna statistica. Al fine di garantire la disponibilità di animali, infatti, si ritiene necessario allevarne una quantità maggiore rispetto a quella effettivamente richiesta, e i capi non utilizzati vengono eliminati senza essere conteggiati. Circa il 10% degli animali presenti nelle statistiche viene sottoposto a una procedura di quarto tipo, ovvero “grave”, tra cui sono annoverati anche gli animali per xenotrapianti.
Esistono altre possibilità?
Torniamo ancora una volta alla domanda iniziale, quella relativa alla bilancia. La bilancia è uno strumento di misura fisico, fornisce dati, di per sé, muti, che, per parlare, per parlarci, per rivestirsi di significato, necessitano di un’interpretazione. Tale interpretazione dipenderà dal punto di vista, dai valori, da una specifica concezione del mondo, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.
La nostra umanità si trova davanti a questa bilancia: può limitarsi a considerare il dato fornito secondo una scala di misura convenzionale e dare rilevanza al peso maggiore, oppure procedere oltre per ascoltare e interpretare le esigenze degli individui collocati su entrambi i piatti; può anteporre i vantaggi della propria specie, oppure farsi attenta alle sofferenze degli altri esseri viventi.
Non esiste un’unica prospettiva, né una risposta preconfezionata, neppure da un punto di vista cristiano. Si può far valere il principio dell’utilità, oppure quello della misericordia e della giustizia, guardando oltre il proprio vantaggio e prendendo in seria considerazione anche la sofferenza animale.
La prima strada è quella percorsa fino ad oggi, la seconda non è ancora stata battuta. Intraprenderla comporterebbe un ripensamento di quanto è stato fatto, del già noto, con tutte le sue criticità, superando, così, la prospettiva che ha trasformato gli animali da creature appartenenti al piano divino a strumenti il cui valore viene calcolato sulla base del vantaggio, reale o potenziale, che possono arrecare.
Si tratta certamente di una sfida che, come tale, comporta alcuni rischi: possiamo evitarla per paura, oppure affrontarla con fiducia nella capacità umana, descritta da Hannah Arendt, di dare inizio a qualcosa di nuovo. È proprio l’irruzione dell’inedito, originata dall’azione libera e responsabile, a rendere possibile la prefigurazione di un mondo più giusto, anche per le altre specie viventi.
Alma Massaro, Cultore della materia in Storia della filosofia presso l’Università di Genova, ha approfondito i temi di etica e di bioetica animale presso le Università di Yale e Harvard. Qui la sua precedente intervista su SettimanaNews (13 maggio 2026).






Mi sembra una puntualizzazione molto interessante e precisa. Penso che la posizione espressa dalla Pontificia Accademia per la Vita sia molto precaria dal punto di vista teologico. Si basa sul dettato di Genesi con il dominio dell’uomo sulla terra, su animali e piante. Testo che va contestualizzato (come la prof.ssa Massaro sottolinea nei suoi libri) e riletto alla luce delle acquisizioni che abbiamo, soprattutto in riferimento a Laudato Sì’ e alla tradizione cattolica (francescanesimo, ad esempio). Detto questo, c’è un lavoro culturale da svolgere sul tema del rispetto degli animali e dell’ambiente. Sarebbe interessante avere proposte concrete. Ad esempio sul tema degli xenotrapianti, superarlo attraverso il lavoro di ricerca che si sta facendo che riguarda la produzione di organi artificiali compatibili (organoidi) che porterebbe a superare la penuria di organi umani da trapiantare. E poi con una riflessione psicologica sugli effetti dei trapianti. Nel caso degli xenotrapianti, il citato documento vaticano è molto debole nella parte in cui sorvola sull’impatto che ha una sorta di ‘ibridazione’ uomo-animale sul ricevente essere umano. Mi sembra un tema molto attuale, forse di nicchia, ma che ha a che fare con conseguenze etiche, mediche, teologiche, molto importanti.