
Suor Maria Cristina Tibaldo, vicentina, è Carmelitana minore della Carità. È tra le cinque suore di diverse congregazioni che attualmente vivono a Lampedusa e fanno parte del progetto dell’Unione italiana superiore generali (UISG) per accogliere i migranti durante gli sbarchi al molo Favarolo. Proseguiamo la pubblicazione di alcune delle sue lettere da Lampedusa.
Lampedusa, luglio-agosto e un po’ di settembre 2025
Fa veramente molto caldo, un caldo che non ha niente a che vedere con quello del Madagascar o del Brasile… forse può assomigliare più a un monsone umido dell’India.
In luglio sono venuti in parrocchia due seminaristi: uno del Bangladesh e uno del Sud Sudan (paese di provenienza della nostra amica Bakhita!). Il parroco ci ha chiesto di portarli al molo quando c’era qualche sbarco e così abbiamo fatto, ma uno alla volta, perché può far problema se portiamo qualcuno con noi. Per primo il seminarista sudanese: era verso sera, e il bello è che lui ha potuto parlare con tanti di loro. Era così bello vederli parlare animatamente, chissà cosa si raccontavano… sembravano amici da sempre! Quando è venuto il momento per i migranti appena sbarcati di salire sui pulmini della Croce Rossa (per il trasferimento all’hot spot) l’incaricato ha cominciato a contarli e a ricontarli e ce n’era sempre uno in più… (vengono contati quando arrivano, quando qualcuno va in bagno e quando ripartono, non si sa quante volte li contano… ma ditemi, dove mai potrebbero scappare?). Conta e riconta, e sempre ne risultava uno in più… perché contavano anche il seminarista!!!
Il secondo giorno è stato il turno del seminarista del Bangladesh: per evitare malintesi, è arrivato con il colletto del clergyman! Anche lui ha trovato parecchi suoi conterranei perché dal Bangladesh sono davvero in molti ad arrivare (quasi tutti hanno i piedi piccoli e allora ci vogliono le ciabatte infradito piccole) così anche lui ha potuto parlare tanto con i suoi nuovi amici. Quindi, siamo ritornati tutti a casa nostra. Il giorno dopo, un signore che lavora al molo da 20 anni mi ha detto che era la prima volta che vedeva un sacerdote arrivare con i migranti, e ha detto: «Il Vaticano sta facendo davvero dei progressi!».
Visto che ho incominciato con i seminaristi vi racconto un po’ della parrocchia: abbiamo due sacerdoti e un diacono che si chiama Giovanni (degno del nome che porta e del ministero che svolge), degli uomini che pregano a lungo e volentieri, in ginocchio davanti al Signore, e poi le «rosarianti» delle 18:30. A quell’ora tutti i giorni il rosario è assicurato, sono in 4 o 5 ma sempre si aggiunge qualcuno, poi in altri giorni anche al mattino (ma di questo non sono informata). In tanti chierichetti fanno servizio all’altare, un coro bravissimo e preparatissimo anima la liturgia con voci belle, tutti cantano forte e si alternano diversi suonatori. Tra i parrocchiani abbiamo anche un capitano di una motovedetta salvavita: quando viene a Messa, mi fa pensare a come può sentirsi anche lui, che così spesso si trova a contatto con situazioni estreme molto molto pesanti e mi sento in dovere di pregare per lui e per il suo equipaggio. A volte ha invitato qualche gruppo di giovani sulla sua nave per raccontare quello che può raccontare, e anche noi suore ci siamo aggregate.
Tante persone si prendono cura della chiesa. C’è una mia amica, che mi ricorda la Mercedes dell’Ospizio vecchio, in versione un po’ più giovane, che viene in chiesa quando non c’è molta gente, va davanti alla Madonnina e le da’ tante carezze e tanti baci, le tocca delicatamente i piedi, fa tanti saltelli (forse per questo mi ricorda la Mercedes davanti all’armadio nel guardaroba del vecchio Ospizio). Finito questo rito, a volte accende una candela, e se mi vede viene a salutarmi e mi dice: «Sei mia amica, la porta della mia casa è sempre aperta per te». Tutto questo lo dice in italiano, ma quando incomincia a parlare in dialetto sono fritta perché non capisco quasi più nulla.
Lampedusa, 13 agosto (antivigilia di Ferragosto): doppio naufragio al largo di Lampedusa, l’ennesima strage.
Arriviamo al molo dove siamo abituati a muoverci con disinvoltura, ma stavolta non ci lasciano entrare, perché proprio dove mettiamo il cuore e i piedi tutti i giorni ci sono le salme, allineate malamente per terra. La Polizia sta facendo il suo lavoro, l’ispezione cadaverica dei corpi e il riconoscimento per qualcuno di loro… si sente solo il rumore del mare, e mi fa venire in mente quel passo che dice: «Vi erano anche delle donne (che in questo caso eravamo noi) che guardavano da lontano…» (che lontano non era) (Mc 15,40-41).
Due carri funebri fanno i trasferimenti dal molo al cimitero. Noi rimaniamo lì senza dire nulla fino a tarda notte, fino a quando sono stati portati via tutti. Silenzio anche quando ritorniamo in casa, nessuna ha voglia di parlare.
Non tutti i corpi ripescati sono di questo naufragio… il mare è una fossa comune… è diventato il «Cimitero d’Europa». E intanto l’isola straripa di turisti…
Il giorno dopo, don Carmelo ci chiede se abbiamo voglia di accompagnarlo all’hot spot. Certo che sì! Andiamo con lui io e sr Rufina. Arriviamo al cancello, semiaperto, e arrivano subito i militari a chiuderlo davanti a noi (pensa se invece ci avessero detto: «Ben arrivati, che bello vedervi!!!»). Per fortuna, don Carmelo ha il numero del responsabile, lo chiama e dopo pochissimo viene ad aprirci, so che neppure questo numero ha sempre funzionato… anche noi proviamo una piccolissima sensazione di non essere graditi (come se ci chiedessero: «Cosa siete venuti a fare?»). Vicino al cancello, sulla destra, ci sono dodici giovani Carabinieri (né uno in più né uno in meno). Vedendoci passare, riconoscono don Carmelo e gli dicono: «Don Carmè, non ci dai una benedizione?». «Volentieri -risponde il don- ma prima facciamo una preghiera insieme». È stato un momento bello: anche loro vengono da tante parti d’Italia e cosa facessero lì l’ho scoperto subito, perché all’arrivo dei pulmini della Croce Rossa sono loro che fanno la prima accoglienza dei migranti che noi vediamo passare dal molo.
L’hot spot sembra davvero una città: ci sono in tanti, un brulicare di gente… tanti volontari della Croce Rossa ci vengono a salutare e abbracciare, contenti di vederci, ci fanno molta festa. Sono tutte persone che abbiamo conosciuto al molo, anche loro si turnano nel servizio… Entriamo negli uffici: vediamo una signora prostrata dal dolore per aver perso la sua bambina piccola e suo marito, poi vediamo anche tantissimi altri che nei giorni precedenti sono passati dal molo, quasi tutti hanno perso o un amico o un familiare nel naufragio. È un momento molto significativo… don Carmelo rinnova la sua e nostra disponibilità per qualsiasi cosa di cui avessero bisogno, anche se sappiamo che non avranno bisogno, ma la vedo una cosa molto bella poter dire: «Noi ci siamo». Quando usciamo, il don ci propone di passare anche dal cimitero per una preghiera e una benedizione. Ancora una volta, possiamo vedere solo da lontano (che lontano non è) perché la polizia sta ancora lavorando.
Siamo ai Primi Vespri dell’Assunta, vigilia di Ferragosto, e neppure a cento metri dal cimitero, a Cala Pisana, c’è una grande festa con musica e fuochi d’artificio, che si sentono fino a casa nostra. Sto andando a letto con il desiderio di chiudere presto questa giornata e penso: «Quasi tutti voi venite dall’Africa e con certezza tutta questa musica vi terrà un po’ compagnia, perché né l’isola, né il mondo si fermeranno».
Nei giorni successivi, sbarchi continui: qualcuno tranquillo, qualcuno un po’ meno, e poi… ci sono quelli che mettono alla prova… perché c’è chi scende dal barcone e non riesce a camminare, chi non riesce a star seduto, chi non riesce a stare in piedi (succede soprattutto alle donne, ma non solo, ho visto anche tanti uomini nelle stesse condizioni). Il motivo è che rimangono seduti per tanti giorni nella pancia del barcone, dove entra acqua salata che mescolandosi al kerosene provoca delle ustioni dolorosissime.
Al molo noi possiamo fare mille cose, ma nello stesso tempo non possiamo fare quasi niente… distribuiamo il the freddo o caldo (dipende dalla stagione), the che è comprato da altri, cambiamo vestiti che ci sono donati da altre persone, distribuiamo ciabatte infradito (non sono havaianas, amigos brasileiros) come piccolo segno di benvenuto, e con lo scopo ben preciso di evitare che i loro piedi si brucino sul cemento incandescente… e anche queste sono state comprate da altri. Quella delle ciabatte è una cosa che faccio molto volentieri, perché -volendo infilargliele ai piedi- mi devo inchinare davanti a loro, e questo lo faccio anche a nome vostro… sì, perché penso che in qualche modo dobbiamo chiedere PERDONO a questi nostri fratelli e sorelle, per come sono trattati (anche in suolo Italiano), e onorare la presenza del Signore che c’è in ciascuno di loro.
A proposito di non dare nulla di mio, ma solo cose offerte da altri, condivido con voi una cosa che mi ha aiutato tantissimo, soprattutto quando ho avuto un po’ le batterie scariche (non solo al molo ma anche in tantissime altre occasioni) e quando alla domenica -visto il caldo e la tanta gente- mi chiedono se posso aiutare a distribuire la Comunione. In quei momenti ripenso alla bella Icona della Visitazione che ho ricevuto in regalo da portare a Lampedusa, accompagnata da un bigliettino con su scritto:
«Come Maria che va a visitare Elisabetta e le porta Gesù,
vi auguriamo di donarLo – anche se dovesse restare invisibile –
a molti fratelli e sorelle
e di cantare il Magnificat per le grandi opere di Dio che incontrerete a Lampedusa».
Ed è proprio mentre distribuisco le ciabatte, che un giorno noto una signora seduta sulla panchina lì vicino. Sta molto male e vicino a lei è sua figlia, una bambina di forse 4 o 5 anni. Arriva una ragazza –volontaria- che, mossa da compassione, le fa aria con un ventaglio per darle un po’ di sollievo. Negli occhi della signora si legge tutta la stanchezza della vita, la ragazza le si siede accanto continuando a farle aria, e la signora, sfinita, si sdraia sulla ragazza, che l’accoglie con una delicatezza infinita (un’accoglienza senza paura di sporcarsi!) continuando a farle aria. Grazie Bianca, fai onore al tuo essere una giovane dei nostri giorni. L’altra sera un prete di passaggio ci diceva che la donna è geneticamente predisposta a fare spazio a un’altra persona… ho visto queste parole incarnate nella tua persona, Bianca, anche se poco dopo mi hai detto che hai avuto paura che quella signora si addormentasse.
Chiudo questo racconto lasciandovi una «foto», una di quelle che noi non possiamo fare al molo. Dunque, la giovane volontaria si alza (perché deve lasciare il posto a qualcun altro che si deve sedere) e fa per allontanarsi, quando la bambina le va dietro, le prende il ventaglio dalle mani e continua lei a fare aria alla sua mamma, poi prende la mini bottiglietta dell’acqua e ne versa un po’ nella sua manina… (quanta acqua può contenere la manina di una bambina, un cucchiaino da caffè?) e la passa sul viso della mamma. Quanta acqua può contenere? Quella sufficiente per far germogliare la compassione che io tante volte ho avuto paura che fosse morta. Questa è una «foto», l’altra è quella degli occhi rossi di tutti quelli che hanno visto questa scena, forze dell’ordine comprese.
E più guardo questa donna, più mi vengono in mente i letti delle case della carità di Cagnola e di Borgo Panigale (le ultime due case dove sono passata): letti che al mattino vengono accuratamente rifatti per essere pronti ad accogliere chi è stanco e si deve riposare… ecco, per questa donna e la sua bambina vorrei solo un letto dove lei potesse riposare le sue ossa stanche, e dove qualcuno le dicesse: «Puoi restare quanto vuoi».
Sr M. Cristina





