
Il Monastero di S. Caterina ai piedi del Monte Sinai.
L’intricata vicenda che interessa il futuro della presenza monastica ortodossa sul monte Sinai e che coinvolge la comunità con i monasteri affiliati, l’Egitto, la Grecia, l’amministrazione americana, i patriarcati e sedi primaziali (Costantinopoli, Gerusalemme, Atene) e il cristianesimo in Medio-Oriente sembra arrivare a una soluzione relativamente ai diritti di proprietà dopo la sentenza della corte di appello del Cairo (25 maggio 2025) che li rivendicava per lo stato egiziano.
L’elezione, seppur contrastata, del nuovo superiore-igumeno (l’archimandrita-vescovo Simeone Papadopoulos), l’interessamento diretto dei due presidenti (il greco Kyriakos Mitsotakis e l’egiziano Abdel Fattah Al-Sisi) e il lavoro delle commissioni dedicate alla questione sembrano giunte a un compromesso che, dopo quindici secoli di storia, formalizza nel linguaggio giuridico moderno un diritto di proprietà “condivisa” fra stato e famiglia monastica.
Una proprietà “condivisa”?
Secondo fonti ecclesiastiche citate dai siti e media interessati si prevede un “regime di doppia proprietà”, qualcosa di simile a una “nuda proprietà” per lo stato e al “pieno usufrutto” per il monastero. La fraternità monastica avrebbe in uso e gestione i beni mobili e immobili dell’edificio e delle sue proprietà ma lo stato, oltre al diritto sul territorio, condizionerebbe ogni alterazione, trasferimento o sfruttamento dei beni e dei tesori archeologi e bizantini (biblioteca, icone, documenti ecc.) con riferimento alla soprintendenza egiziana per le antichità.
Si prevedeva una conclusione il 23 agosto, ma la novità giuridica e la complessa gestione delle 71 particelle fondiarie (piccoli monasteri, terreni per gli orti, foresterie ecc.) hanno fatto slittare il testo finale. 14 andrebbero allo stato le altre 57 resterebbero in capo al monastero con un contratto d’affitto a lunga scadenza.
Nella proposta in sette punti si prevede anzitutto la cittadinanza egiziana per il vescovo Simeone e il riconoscimento del suo ruolo di abate con potere di firma e di rappresentanza e la regolamentazione del permesso di soggiorno di almeno tre anni dei monaci (in prevalenza greci, ma anche americani, libanesi ecc.) finora legati a permessi aleatori.
La preoccupazione delle istanze statuali e religiose (fra cui il Consiglio ecumenico delle Chiese) è di garantire i diritti dei monaci e le libertà di pratica della fede.
Il percorso in ordine al compromesso ha visto l’intensa attività del vescovo Simeone che, dopo la sua elezione (19 settembre 2025), si è impegnato in un confronto quindicinale con le istanze egiziane. A lui si riconosce il merito di aver coinvolto l’interesse dell’amministrazione americana nella vicenda, accettata favorevolmente dai governi greco e egiziano.
Il consigliere senior del presidente Trump, Massad Boulos, ha espresso pubblicamente l’attenzione del presidente per il monastero e la preservazione dello “status quo”. Il 28 agosto il vice segretario di stato greco-americano, Michael Rigas, ha partecipato alla funzione religiosa al metochion del monastero del Sinai al Cairo. Il documento finale dovrà attenere il consenso dell’assemblea dei monaci.
Istanze internazionali e polemiche in Grecia
Sulla questione del Sinai si è pronunciato il parlamento greco (1 agosto 2025) decretando all’unanimità il riconoscimento di personalità giuridica al monastero e alle molte istituzioni collegate, monastiche e no, presenti in Grecia e in alcuni siti medio-orientali. Si parla di circa 900 persone coinvolte.
Due mesi fa, in luglio, una delegazione del Centro del patrimonio mondiale legata all’Unesco (ICOMOS), che ha riconosciuto il monastero come patrimonio dell’umanità, ha visitato il sito sottolineando i possibili effetti negativi della spinta alla valorizzazione turistica dell’area.
L’attenzione al tema della “proprietà” statale è da decenni nell’agenda dei Fratelli musulmani che perseguono la rimozione della presenza monastica ed è sostenuta dalle mire delle grandi agenzie egiziane e internazionali per la “valorizzazione” dell’area sinaitica.
Per questo alcuni deputati greci del Parlamento europeo hanno sollevato il tema “Sinai” presso l’Unione Europea il 19 agosto affinché nel partenariato strategico con l’Egitto venga assicurata la piena libertà religiosa in conformità agli obblighi internazionali.
Il monastero voluto da Giustiniano (548-565), che secondo la tradizione sorge sul luogo dove Dio è apparso a Mosè nel roveto ardente, giace ai piedi del monte che ha visto la consegna delle tavole della legge e custodisce i resti di santa Caterina e numerose altre reliquie. Vi hanno vissuto Giovanni Climaco e Gregorio del Sinai.
Possiede un’importante biblioteca di testi antichi (oltre 4.500 volumi) e 2.000 icone bizantine del V-VI secolo. Da quindici secoli e senza interruzioni sono presenti i monaci. L’attuale comunità è composta da una ventina di persone in larga maggioranza provenienti da altri paesi, soprattutto dalla Grecia.
E in Grecia si teme che un ulteriore rinvio dell’accordo finale possa diventare elemento della incipiente campagna elettorale dove la soluzione “Sinai” potrebbe essere fortemente criticata da circoli giuridici russofili, da ambienti monastici di Atene che hanno legami con la comunità del monastero e da altri monaci di Salonicco con importanti riferimento all’Athos, dove alcuni monasteri sono molto critici verso l’indirizzo della Chiesa greca e il previsto compromesso.





