Siria: i veleni dell’ex vescovo di Homs Battikha

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Già duramente provata dai fatti, dalla realtà quotidiana con tutti i suoi fardelli, la Chiesa siriana non aveva certo bisogno dei veleni dell’ex vescovo melchita di Homs, Isidor Battikha, della sua evidente sete di riscatto e quindi di critica aperta soprattutto a papa Benedetto XVI, curiosamente divenuto nelle sue parole il primo papa gesuita, e a tutta la Chiesa.

Benedetto XVI è il papa che nel 2010 dispose il suo allontanamento dalla Siria, in Venezuela.  Ma prima di parlarne è opportuno spiegare per sommi capi di chi si parla e perché sia rilevante la decisione di intervistarlo da parte di un mezzo di comunicazione cattolico siriano che nel programma ha dimostrato solo piena solidarietà con lui.

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Vescovo melchita, Isidor Battikha – come conferma a modo suo lui stesso – era conosciuto in Siria prima della devastante guerra civile cominciata nel 2011 per i rapporti con il regime degli Assad. Lui dice che fosse indispensabile per la cura del suo gregge, per risolvere i tanti problemi quotidiani.

Il fatto che ci dica che si appartò con lui il ministro degli esteri siriano andato in visita di stato in Venezuela, dove papa Benedetto lo aveva inviato per trascorrere anni di vita nella preghiera in un monastero, sembra dire che quei rapporti non dovevano essere solo per la cura del suo gregge.

È noto poi che questa cura non gli impedisse di venire spesso in Italia, in Piemonte, dove era frequentemente ospite, quale testimonial, di Anima Universale, un gruppo New Age sul quale si potrebbe discettare a lungo, soprattutto per le testimonianze di alcuni adepti.  Ma limitiamoci a ricordare che quell’associazione era nata in ambito cattolico e presto il suo fondatore fu scomunicato.

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Ma il punto per monsignor Battikha è un altro: non vuole spiegare i motivi per cui fu mandato da assistente del patriarca in altra sede; il punto è solo la rimozione, la decisione pontificia di rimuoverlo dalla guida della diocesi di Homs e inviarlo in Venezuela, in un monastero melchita. In anni recenti, poi, gli è stato consentito di trasferirsi in Libano, ma non in Siria.

Non sarò certo io, sebbene lo abbiano fatto altri su grandi giornali italiani, a parlare dei processi canonici che con ogni probabilità lo hanno riguardato – e lui lo fa capire, dicendo che furono cattiverie.  A me non sembra che si possa parlare di segreti senza chiarire quali siano.

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Ciò che sorprende è che oggi, sedici anni dopo, un religioso di Aleppo, Souleiman Kaloume, sia andato a trovarlo in Libano, nel monastero dove risiede e gli abbia concesso di parlare per quaranta minuti ai microfoni dal canale Al Sama, che risulta supervisionato da padre Bahjat Karakash senza offrire elementi di valutazione. Ciò che ne esce è una critica alla Chiesa, al Vaticano, senza però chiarire neanche perché abbia proceduto cosi.

Monsignor Battikha non chiarisce di cosa fosse accusato, ma parla di povertà, obbedienza e castità – e si sofferma sulla castità, dicendo che è un fatto privato e che riguarda tutti.

Poi torna a ripetere i suoi luoghi comuni contro la Comunità di Mar Musa e il suo fondatore.

Ma se l’intenzione fosse stata chiarire, non era questa l’intervista che ci si poteva aspettare da un media cattolico. E quale sarebbe stata? Per me: un’intervista che affrontasse il tema del rapporto col potere, politico ed ecclesiale, del suo esercizio, del portato di una visione di come si esercita il potere – questo oggi poteva essere importante.

La caduta di quel regime e gli orrori prima immaginati, ma ora scoperti, non ha insegnato nulla? Battikha è stato vescovo fino al 2010: gli anni precedenti, alla luce di quelli successivi, non gli hanno detto nulla su come si è giunti al 2011, alla rivoluzione?

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Questa, simile o diversa dalla nostra visione, era la testimonianza che si poteva ritenere importante. Invece si è concesso a un ex vescovo di parlare per dire che per lui la Chiesa non lo ha difeso, nessuno lo ha difeso. Da cosa? Viene spontaneo domandarsi a cosa servaquesta intervista – non dal punto di vista di Battikha, ma di chi lo ha intervistato.

Non è l’esercizio del potere nei lunghi anni che hanno portato al 2011 il problema che accompagna la Siria ancora oggi? Se l’intervista avrebbe potuto essere di una qualche ultilità, era per questo: offrire una riflessione su come quel passato potrebbe essere di insegnamento per il domani, anche ai cristiani che come tutti hanno fatto delle scelte.

Non c’è dubbio, ad esempio, che buoni rapporti con il regime potevano aiutare a risolvere questioni quotidiane. A discapito di cosa?

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Invece in questo lungo intervento si sentono solo veleni. Sono i veleni del passato quelli che servono alla Chiesa in Siria? Il punto vero dunque non è lui. Non essendoci un chiarimento sul passato, né alcuna richiesta in tal senso, tutto resta oscuro, forse tenebroso.

La domanda molto semplice ma non credo pretestuosa è questa: non intervenendo alcun annuncio di revisione, di ripensamento sul passato perché sentirlo? A cosa serve un’intervista così?

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