Il cardinale scagionato (e gli altri)

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Marc Ouellet, già prefetto del dicastero per i vescovi (2010-2023), ha vinto una causa per diffamazione dopo l’accusa di presunti abusi e comportamenti indebiti.

Il giudice Martin Castonguay della Corte suprema del Québec (Canada) ha condannato Pamela Groleau per avere falsamente accusato (il cardinale) di violenza sessuale nell’ambito di una azione collettiva contro l’arcidiocesi del Québec e l’ha condannata a pagare 100.000 dollari per violazione del diritto all’onore.

La sentenza, pubblicata il 31 agosto, conclude un procedimento avviato dal presule nel 2022, quando si è visto coinvolto in una class action contro un centinaio di persone (88 membri del clero dell’arcidiocesi), di cui alcuni sono stati noti predatori: sette bambini furono vittime di religiosi pedofili in un istituto di formazione.

Prima accusato in forma anonima dalla signora, nel 2008, in un centro di ascolto nella Chiesa, poi davanti a papa Francesco, nel 2021 è stato liberato da ogni accusa in sede canonica. L’indagine preliminare fu in capo a p. Jaques Servais.

Quando la denunciante, che nel frattempo aveva modificato le accuse, è entrata nella class action il cardinale l’ha chiamata in tribunale. I giudici hanno rilevato le palesi incongruenze della denuncia e l’intento diffamatorio dell’operazione.

Il cardinale, che ha pagato duramente una campagna diffamatoria prolungata per anni, ha risposto alla sentenza ringraziando i giudici e devolvendo l’intera somma a sostegno delle vittime di abusi nelle popolazioni autoctone canadesi, rafforzando «l’impegno della Chiesa e nella società civile contro ogni forma di abuso, in particolare quello sessuale».

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Gérard Cyprien Lacroix, cardinale e attuale arcivescovo di Québec, è anch’egli accusato di comportamenti scorretti da parte di una “vittima” che partecipa di una azione collettiva con altre 147 persone. Al momento della denuncia, il prelato si è autosospeso dall’azione pastorale affrontando subito l’indagine preliminare nel contesto canonico.

Nel maggio del 2024 il giudice André Denis, ex giudice della Corte superiore del Québec, ha sentenziato di non avere elementi sufficienti per giustificare l’avvio di un processo canonico. Ha lamentato di non aver trovato alcuna collaborazione da parte della “vittima”. Le indagini su testimoni, contesti e su momenti in cui si sarebbero prodotti i comportamenti indebiti non hanno trovato alcuna conferma.

Il mancato avvio del processo canonico e le conclusioni del giudice non coincidono con il processo civile che, per l’ampiezza degli interessati, minaccia di avere tempi lunghi. Ma l’accuratezza delle indagini ha giustificato il ritorno del cardinale alla piena responsabilità pastorale.

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George Pell, vescovo emerito di Sydney (Australia), è morto a Roma nel gennaio 2023. Chiamato in tribunale per violenze sessuali su minori, abbandona Roma dove presiedeva la segreteria per l’economia della Santa Sede, torna in Australia nel 2017 per affrontare il giudizio.

Nel 2018 il processo è sospeso per la divisione interna della giuria. Ripreso l’anno seguente, si conclude con la condanna di Pell a sei anni di carcere. Sentenza confermata dal tribunale di seconda istanza. Immediatamente incarcerato, vive per sei mesi in totale isolamento fino a che l’Alta Corte lo riconosce innocente (marzo 2020).

Così ha scritto p. Federico Lomabrdi: «Egli ha pagato un prezzo altissimo e vissuto un vero calvario, non solo perché ristretto nella libertà fisica, ma anche nella vita sacerdotale personale, non essendo neppure autorizzato a ricevere il vino per la celebrazione dell’eucaristia» (https://www.settimananews.it/diritto/pell-difficolta-limiti-della-giustizia-umana/).

Il cardinale ha raccontato la sua vicenda nel volume Diario di prigionia (Cantagalli 2021).

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Philippe Barbarin, cardinale e arcivescovo di Lione (Francia), è andato a processo nel febbraio del 2016 per fatti consumati da un prete della sua diocesi negli anni Novanta. Ha riconosciuto un ritardo nel comprendere la gravità del dramma delle vittime e una gestione malaccorta della comunicazione.

Prosciolto dalle accuse, è stato di nuovo chiamato alla sbarra dall’associazione La Parole libérée e condannato a sei mesi nel marzo del 2019.

Le sue dimissioni sono state respinte da papa Francesco in attesa della fine del processo che si è concluso con l’assoluzione nel gennaio del 2020. «Accusare un uomo non significa difendere una causa, è solo accusare un uomo. E quest’uomo è innocente». Così l’avvocato difensore del card. Barbarin chiudeva la sua arringa davanti alla Corte di appello di Lione che doveva confermare o meno una condanna del tribunale a sei mesi con la condizionale per l’accusa di mancata denuncia di un prete aggressore, Bernard Preynat.

La sentenza di assoluzione, al termine del processo di appello, ha un evidente significato giuridico rispetto all’interpretazione del reato di «mancata denuncia». Ha un peso nella coscienza ecclesiale, travagliata dal tema degli abusi e divisa sul comportamento del cardinale. Ha un impatto sull’opinione pubblica dopo anni di informazioni che scaricavano sul cardinale di Lione tutto il peso del ritardo della Chiesa istituzionale in merito.

Il cardinale ha terminato esausto la sua vicenda giudiziaria ritirandosi dal governo della diocesi prima della sentenza.

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Joseph Bernardin, vescovo di Chicago e cardinale fu accusato nel 1993 di abusi sessuali da Steven J. Cook, ex seminarista. Considerato il più prestigioso dei vescovi americani del tempo, negò sotto giuramento le accuse. L’anno seguente la pretesa “vittima” dichiarò di non poter più essere certo dell’attendibilità dei propri ricordi.

Poco prima di morire, nel 1995, Cook ritirò la sua denuncia e incontrò personalmente il cardinale che morì di cancro nel 1996. Pur non essendo mai passato dalle aule di un tribunale, il cardinale divenne l’emblema della “vittima delle vittime”.

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Accuse più indirette, ma sempre legata alla questione degli abusi, hanno coinvolto, nel 2010, il card. Gotfried Danneels, già cardinale e arcivescovo di Bruxelles (Belgio) che, nella cosiddetta “operazione Calice” della polizia belga, ha visto l’occupazione militare dell’episcopio in ragione di sospetti rivelatisi del tutto infondati per la copertura di uno scandalo, questo vero, che però interessava un altro vescovo, Roger J. Wangheluwe, morto il 1° luglio scorso, dopo essere stato dimesso dallo stato clericale.

Ingiusta si è rivelata l’accusa di rapporti sessuali impropri e di una paternità non riconosciuta verso il card. sloveno Franc Rode. Accusato sui giornali di immoralità e di irresponsabilità, si è sottoposto al test di paternità nel 2012 risultando del tutto estraneo rispetto alle accuse.

Un altro cardinale, Cristobal Lopez Romero, vescovo di Rabat (Marocco) è sotto l’indagine preliminare da parte della Santa Sede dopo l’accusa di alcune donne (luglio 2026) di comportamenti sessualmente inappropriati nei loro confronti. Il prelato nega le accuse e si è autosospeso temporaneamente dalle celebrazioni pubbliche e dalle attività pastorali per non interferire con l’indagine canonica in corso.

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