Il prete, tra spiritualità e psicologia

prete

La recente monografia della rivista di spiritualità pastorale Presbyteri (4/2026) entra nella questione «del rapporto tra spiritualità e psicologia guardando in particolare alla persona del prete, sia nel suo bisogno di essere accompagnato – e a volte curato – nelle sue fragilità anche psicologiche, sia come soggetto chiamato – e a volte tentato – ad accompagnare in cammini di fede vicini e intrecciati con le dinamiche psicologiche delle persone. Quali sono i vissuti interiori che il ministero pastorale sollecita? Come il prete può e deve curare la sua dimensione spirituale in armonia con quella psicologica? Come acquisire quella competenza psicologica necessaria nel ministero di ascolto e accompagnamento pur senza entrare in ambiti che non gli appartengono?». Riprendiamo di seguito l’editoriale di Nico Dal Molin.

L’ambiguità del titolo di questa monografia (Preti e/o psicologi) va opportunamente interpretata. Il ministero del presbitero, in molti aspetti, tocca dinamiche del cuore umano che hanno molto a che fare con la realtà psicologica ed esistenziale nella vita delle persone. Nello stesso tempo, avendo una missione propriamente spirituale, lo specifico del presbitero è quello di essere un annunciatore della fede in Gesù Cristo, morto e risorto e, di riflesso, di essere lui stesso portatore di una parola di orientamento, di consolazione e di positività nella sofferenza, talvolta drammatica, della vita stessa.

Buona parte delle persone «non addette ai lavori» tende spesso ad assimilare la figura dello psicologo a quella del prete. Più volte capita di sentir dire da qualcuno: «Non andare a buttare via soldi dallo psicologo, vai dal prete che ti dà qualche buon consiglio per molto meno!», oppure (lo dico per esperienza diretta) «Ma che ci sta a fare lo psicologo? Ci sono già tanti preti in giro!».

Anche sul «tanti» preti ora ci sarebbe qualcosa da obiettare. È comunque un argomento delicato, sia per quanto riguarda la qualità dell’aiuto che il prete oggi può proporre sia per i possibili sconfinamenti di ruolo che ci possono essere, senza averne l’opportuna consapevolezza e soprattutto le necessarie competenze.

Alcune affinità

È innegabile che tra prete e psicologo esistano alcune convergenze; per questo può essere opportuno riflettere sulle analogie e sulle differenze nel modo di esercitare il proprio ruolo, soprattutto per comprendere dove finisce il compito di uno e dove inizia quello dell’altro.

Sicuramente uno degli aspetti in comune più evidenti è la dimensione dell’ascolto: entrambe le figure ascoltano coloro che consegnano loro il proprio carico di confidenze e, con modalità diverse, cercano di fornire una rilettura della situazione e un possibile aiuto e supporto, avendo in comune l’obiettivo di far sentire meglio le persone che a loro si rivolgono.

In entrambi i casi, la mediazione è fatta di ascolto e di parola, possibilmente non troppo generica ma mirata sul problema. Entrambe le figure dovrebbero essere mosse dalla passione di prendersi cura di chi è in difficoltà, sebbene spesso le scelte siano troppo personali per essere raccolte sotto la stessa motivazione.

Una seconda convergenza è la dimensione della empatia che, come sappiamo, non ha la stessa valenza della simpatia. L’empatia è la capacità di «mettersi nei panni» dell’altro, percependo le sue emozioni come se fossero proprie. L’empatia porta a vivere una risonanza emotiva profonda, mentre la simpatia rimane su un piano più distaccato anche se solidale.

Lo sappiamo per esperienza diretta: spesso la simpatia si basa su valutazioni e approvazioni personali. L’empatia invece domanda una sospensione del giudizio per cogliere in profondità la prospettiva altrui, il che significa una capacità di condivisione di sentimenti (nel caso del prete anche la condivisione della esperienza della propria fede) a cui spesso gli itinerari formativi proposti non educano.

C’è una ulteriore analogia, che forse non è la più importante, ma sulla quale le persone oggi sono molto sensibili: il prete come lo psicologo sono tenuti al segreto professionale su quanto viene con loro condiviso. È proprio grazie a questo che entrambe le situazioni di comunicazione e condivisione assumono una connotazione di protezione e di libertà di espressione da parte dell’individuo.

Quanti cercano un prete o uno psicologo spesso hanno bisogno di parlare con qualcuno per capire meglio se stessi, sebbene le risposte che si ottengono partano da presupposti diversi. Questa variabile è alla base della scelta di chi si sceglie come interlocutore.

Qualche differenza

Tra le molte differenze si può coglierne una che ancora oggi sembra rilevante, guardando al contesto culturale attuale. Esiste ancora una sorta di stigma sociale per cui andare dallo psicologo significa avere a che fare con la malattia mentale. Sicuramente oggi è una scelta più libera e sdoganata, ma rimane sempre una remora negativa di fondo. È più semplice allora andare da un prete piuttosto che rischiare la scomoda etichetta di persona che ha «problemi di testa».

Diversa è anche la modalità di ascolto: lo psicologo è chiamato a sospendere il giudizio mentre ascolta il racconto della persona; il prete, almeno di fronte ad alcune situazioni di disordine esistenziale e spirituale, è chiamato ad un discernimento e ad una valutazione conseguente, seppure in una prospettiva di progressività e di comprensione.

In entrambi i casi si cerca una strada di guarigione. Nell’ambito religioso il confronto più frequente è con il proprio senso di colpa, in un contesto psicoterapeutico ci si avvicina più facilmente ad un sentimento di vergogna.

Senso di colpa e sentimento di vergogna sono entrambi delle emozioni morali complesse che differiscono nel loro focus centrale: il senso di colpa riguarda un comportamento specifico («ho fatto qualcosa di sbagliato»), mentre il sentimento di vergogna investe l’intera percezione di sé stessi («sono proprio una persona sbagliata»). Nella colpa si analizza l’azione sbagliata e le sue conseguenze negative. Nella vergogna l’attenzione è concentrata su sé stessi e sul vivere un profondo senso di indegnità, inadeguatezza e quindi di autosvalutazione personale.

In ogni caso sono dei percorsi che cercano di avviare un processo di guarigione e liberazione interiore. Nel cammino di un credente, attraverso la mediazione di un presbitero, ci si appella al dono della Grazia di Dio che diventa liberante e guarente, pur nella consapevolezza tutta da educare, che non si è di fronte ad una formula magica ma a un cammino progressivo di conversione personale.

Nel percorso psicologico la liberazione non avviene attraverso dei gesti simbolici ma passa attraverso un processo di introspezione e di scelte che la persona è chiamata a compiere.

In ogni caso sia per un percorso psicologico che spirituale è fondamentale attivare la leva motivazionale. È la motivazione ritrovata e purificata che aiuta a compiere un cammino non facile attraverso la ricerca della verità di sé stessi. Questo permette la riconciliazione del cuore e della vita, per riallacciare i tanti fili spezzati presenti in tante vicende di vita[1].

La profezia della fragilità

Nella nostra società del consumo e dello spreco, dell’autosufficienza e della indifferenza o negazione dei valori spirituali e morali, per molti Dio esiste solo nei casi urgenti, nella speranza di non averne bisogno, come la maschera ad os­sigeno e le cinture di sicurezza di cui ci viene spiegato il funzionamento al­l’inizio di un volo. Teoricamente tutti noi sappiamo bene che la felicità è Dio, ma finché abbiamo la fortuna di trovarla altrove, ce ne dimentichiamo.

Chi vive la fragilità e la sofferenza ci ricorda che le nostre piccole felicità di quaggiù sono effimere, che siamo tutti segnati dalla debolezza e precarietà. Chi vive la fragilità ci aiuta a trovare o a ritrovare lo stato d’animo che dovrebbe essere nostro in ogni tempo, cioè che la terra, il denaro, la visibilità e il successo non sono il nostro Dio, perché il nostro vero tesoro è il Signore Gesù. Questa è la profezia della fragilità che si fa anche profezia di speranza.

La presenza fra noi di chi vive la debolezza della fragilità è la più elo­quente ed incisiva Parola di Dio rivolta a ciascuno di noi, per farci comprendere che la terra è una casa provvisoria; per ricordarci che tutti noi siamo in cammino verso la «terra promessa», che è il vero riposo e la vera gioia. Sono loro, coloro che soffrono, che sono nella verità, quando si rimettono totalmente a Dio, quando riconoscono in Lui solo la vera vita.

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Deboli e impotenti, possiedono nella Speranza la potenza di Dio. «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4).

Il poeta francese Léon Bloy diceva: «L’uomo ha delle zone del suo cuore che non esistono ancora e dove il dolore entra perché esistano»[2]. Ciò significa mettersi in ascolto del Maestro interiore – utilizzando un’immagine stupenda di Sant’Agostino – per riconoscerlo e seguirlo, evitando il rischio di essere dei «pellegrini solitari», che si ritrovano in una spirale di presunzione ingenua o di desolazione senza speranza.

È un abbraccio che ci rassicura, che ci tiene in piedi e ci fa camminare con il cuore più leggero. La poetessa francese Mercedes de Gournay, morta missionaria in Africa nel 1932, di cui racconta Raissa Maritain nel libro I grandi amici, in un suo poemetto scrive: «Chi potrà dimostrarmi che ho un volto, se non il bacio di Dio stesso?»[3].


[1] Cf. F. Camon, La donna dei fili, Garzanti, Milano 1995.

[2] Léon Bloy (1846-1917) è stato uno scrittore, saggista e poeta francese.

[3] R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991.

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