IRC: la cultura del dialogo come cura del creato

assisi

Il 1° settembre si è celebrata la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato: non un semplice evento che si conclude al tramonto, ma una vera e propria soglia che apre il Tempo del Creato, un cammino di preghiera e di impegno che va dal 1° settembre al 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, l’uomo che ha fatto della fraternità con ogni creatura una forma concreta di fede.

Quello del Creato è un tempo pensato per fermarsi, contemplare e pregare, ma anche per interrogarsi sul nostro modo di abitare la terra e sul peso delle nostre responsabilità verso la vita che ci circonda. In queste cinque settimane siamo noi, le nostre comunità, le nostre famiglie e le nostre scelte quotidiane ad essere interpellate.

Proprio in questi giorni le scuole riaprono le porte e migliaia di insegnanti tornano a incontrare bambini e ragazzi. Mentre la Chiesa invita a rinnovare l’impegno per la custodia della casa comune, noi docenti ci prepariamo a rientrare in aula per accompagnare le nuove generazioni nel loro percorso di crescita.

Non è un caso, allora, che questo tempo si apra mentre le aule tornano a riempirsi di voci, attese, libri nuovi e volti da scoprire. Per chi insegna, settembre ha sempre un sapore unico: è il mese della ripartenza. Ritroviamo studenti cambiati, accogliamo volti nuovi, incastriamo orari e programmi, eppure, al di là delle scadenze, il cuore del nostro lavoro resta quel miracolo educativo di un adulto e dei giovani che si trovano a camminare insieme per un tratto di strada. È una coincidenza che merita di essere ascoltata: due inizi apparentemente distinti si intrecciano attorno a un’unica parola chiave, cura.

Prendersi cura del Creato, prendersi cura delle creature

La cura non riguarda soltanto il modo in cui trattiamo l’ambiente, ma esprime l’atteggiamento profondo con cui ci poniamo di fronte alla realtà, agli altri e a ciò che ci è stato affidato. In questo senso, l’enciclica Laudato si’ ci offre una chiave di lettura illuminante.

Papa Francesco ci ricorda che non esistono due crisi separate — una ambientale e una sociale — ma un’unica e complessa crisi socio-ambientale. C’è un’unica realtà, nella quale tutto è connesso[1]. La ferita della terra e la fragilità dell’essere umano non sono estranee: per questo la custodia della casa comune passa inevitabilmente attraverso la cura dell’umano.

La domanda che la Giornata del 1° settembre ci consegna, aprendo questo Tempo del Creato, può accompagnarci anche varcando la soglia delle nostre aule: cosa significa, per noi che educhiamo, prenderci cura del Creato?

La prima risposta è forse la più immediata: prendersi cura del Creato significa prendersi cura delle creature, e chi, più di un insegnante, è chiamato ogni giorno a custodire e far fiorire ciò che cresce? Chi insegna sa bene che educare non si riduce a trasmettere nozioni. Significa incontrare persone nel delicato momento in cui cercano di diventare sé stesse. Significa capire che dietro un voto insufficiente può nascondersi una fatica, dietro un comportamento problematico una ferita e dietro un silenzio una domanda che non trova ancora le parole per emergere.

Molte volte una lezione non parte dalle pagine di un manuale: comincia da uno sguardo, da un ascolto autentico, da un ragazzo che finalmente si sente visto. È uno dei paradossi più belli della nostra professione: ci viene affidata la crescita di una persona, sapendo che non ci appartiene, ma che siamo lì per accompagnarla per un tratto di strada.

Imparare a guardare il mondo

È proprio nella vita quotidiana della scuola che il Tempo del Creato trova una sua declinazione naturale: insegnare che rispettare il mondo significa, prima di tutto, imparare ad avere cura degli altri. A scuola non impariamo soltanto delle cose; impariamo anche a guardare. Guardare un territorio e comprenderne la storia. Guardare il mare e riconoscerne la bellezza e la fragilità.

Guardare una città e chiederci chi la abita e chi, invece, ne rimane ai margini. Guardare un compagno e intuire che dietro quel volto c’è una storia che non conosciamo. La cultura della sostenibilità nasce anche da qui e non soltanto da ciò che sappiamo sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sulle risorse o sull’energia. La cultura della sostenibilità nasce dal modo in cui impariamo a stare nel mondo.

La Laudato si’ parla di una vera e propria «conversione ecologica»: un cambiamento che riguarda certamente i nostri comportamenti, ma prima ancora il nostro modo di percepire la realtà e di riconoscersi parte di una trama di relazioni più grande di noi[2].

Se tutto è soltanto una risorsa, prima o poi tutto rischia di diventare qualcosa da usare e da consumare; se, invece, impariamo a riconoscere il mondo come dono, allora nasce un’altra domanda: che cosa posso fare per custodire ciò che ho ricevuto? È una domanda profondamente educativa e, per chi crede, è anche una domanda profondamente spirituale.

Educare allo stupore e alla responsabilità

Nell’omelia pronunciata il 1° settembre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Papa Leone XIV ci ha invitato proprio alla contemplazione: a fermarci davanti alla bellezza delle opere di Dio e a non rimanere alla superficie, ma a lasciare che lo sguardo risalga al Creatore.

«Tutta la creazione ci parla della grandezza del Creatore, purché lo sguardo e il cuore siano aperti a tanto mistero»[3]. Forse è proprio questa una delle prime forme dell’educare: aiutare a non passare distrattamente davanti alle cose, insegnare a vedere, a stupirsi, a domandarsi. Insegnare a riconoscere che non tutto ciò che abbiamo davanti è semplicemente disponibile per noi.

Per questo educare alla sostenibilità non significa soltanto insegnare comportamenti corretti, ma significa anche educare alla responsabilità, aiutare i giovani a comprendere che le loro scelte hanno conseguenze sugli altri e sul mondo; insegnare a comprendere che esiste un legame tra ciò che facciamo oggi e la vita di chi verrà dopo di noi.  La scuola può diventare così un luogo nel quale si impara che la libertà non è soltanto poter scegliere, ma anche e soprattutto rispondere delle proprie scelte.

In questo senso la scuola è chiamata a trasformare: a trasformare l’ignoranza in conoscenza, la paura in comprensione, la solitudine in relazione, il conflitto in dialogo. Ogni volta che un ragazzo impara a non avere paura di chi è diverso, qualcosa cambia. Ogni volta che una classe impara ad accogliere chi è più fragile, qualcosa cambia. Ogni volta che un insegnante riesce a restituire fiducia a uno studente che l’aveva perduta, qualcosa cambia. Forse è proprio così che comincia una cultura della cura.

L’IRC, laboratorio dialogico della cura

Il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata del 1° settembre allarga ancora questo sguardo. Il Papa ci invita a custodire non soltanto gli ecosistemi della creazione, ma anche quelli delle relazioni umane e del cuore. Ci ricorda che gli strumenti autentici per costruire la pace sono la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore[4]. Sono parole che potrebbero accompagnare il cammino di ogni comunità scolastica.

Se la cura nasce dalla capacità di riconoscere il legame che unisce le persone, le comunità e il mondo che abitiamo, allora la scuola può diventare un luogo privilegiato nel quale questo legame viene riconosciuto, interrogato e sperimentato. Ed è proprio qui che l’insegnamento della religione cattolica può assumere una particolare valenza come laboratorio dialogico della cura: uno spazio nel quale imparare che prendersi cura dell’altro significa anche imparare ad ascoltarlo, comprenderlo e riconoscerne la dignità.

L’IRC vive infatti nel punto di incontro tra fede, cultura, domande dell’uomo e pluralità delle esperienze. Nella scuola di oggi, dove si incontrano storie familiari, sensibilità, culture e tradizioni diverse, l’ora di religione può diventare uno spazio nel quale le differenze non vengono semplicemente registrate, ma diventano occasione di conoscenza.

È un luogo nel quale si può imparare che il dialogo non nasce dal cancellare le differenze, ma dal creare le condizioni perché possano essere conosciute e accolte. In questo percorso, l’insegnante di religione cattolica può avere una responsabilità particolare: l’ora di religione può diventare uno spazio nel quale imparare che le domande importanti non devono essere messe a tacere per poter stare insieme. Domande su Dio, sul senso della vita, sul dolore, sulla giustizia, sulla morte, sulla speranza, sul futuro, e anche sul modo nel quale possiamo abitare questo mondo senza distruggerlo[5].

Se, dunque, la cura della casa comune, non può essere ridotta alla trasmissione di conoscenze ambientali o alla proposta di comportamenti sostenibili, allora l’IRC può offrire agli studenti uno spazio nel quale la questione ecologica diventa anche una questione antropologica, etica e spirituale.

L’IRC può diventare così un paradigma della missione dialogica della scuola. Come ha sottolineato papa Leone, dialogare non significa rinunciare alla propria identità[6], ma significa piuttosto avere un’identità abbastanza consapevole da poter incontrare quella dell’altro senza paura. Dialogare significa imparare ad ascoltare, a comprendere prima di giudicare, a riconoscere la differenza senza trasformarla in distanza. In questo senso, il dialogo è già una forma di cura.

Dal Creato alla fraternità

Il Tempo del Creato rende ancora più evidente questa dimensione. È un cammino condiviso da cristiani di diverse Chiese e tradizioni: dal 1° settembre al 4 ottobre, la preghiera e l’impegno per la casa comune diventano anche un luogo di incontro, nel quale riscoprire ciò che unisce e riconoscere che la custodia del Creato è una responsabilità che nessuno può affrontare da solo[7].

L’ecologia diventa così anche un terreno concreto di dialogo ecumenico, perché la cura della casa comune permette di incontrarsi a partire da una responsabilità condivisa, senza cancellare la ricchezza delle diverse tradizioni cristiane.

In questo orizzonte acquista particolare forza il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata del Creato. Riprendendo la profezia di Isaia, «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci», il Papa parla della possibilità di trasformare ciò che distrugge in qualcosa che dà vita. E invita a un rinnovamento del cuore capace di condurci «lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace»[8].

È una trasformazione che riguarda anche il compito educativo. L’educazione è chiamata a trasformare le relazioni prima ancora che i comportamenti: la diffidenza in conoscenza, la paura in ascolto, l’aggressività in parola, l’indifferenza in responsabilità. In questo senso, il dialogo non è soltanto una metodologia didattica, ma diventa una forma concreta di cura.

Forse è proprio questo uno dei contributi più preziosi che l’IRC può offrire alla scuola: fare del dialogo un’esperienza educativa, aiutando i giovani a comprendere che la cura del mondo passa attraverso la qualità delle relazioni che sappiamo costruire. Prendersi cura del Creato significa allora imparare a prendersi cura delle creature, e il dialogo diventa uno dei luoghi nei quali questa cura può essere esercitata, imparata e trasmessa.

Il tempo della cura

Non è un lavoro che produce risultati immediati. Molto di ciò che seminiamo come insegnanti non sappiamo quando germoglierà; a volte non lo sapremo mai, ma chi educa conosce il valore dei semi e, forse, questo Tempo del Creato, che ci accompagnerà fino al 4 ottobre, può ricordarci proprio questo: la cura ha i tempi della crescita. Non tutto cambia in un giorno; non tutto ciò che seminiamo vedrà subito la luce; ma nulla di ciò che viene custodito con amore è davvero inutile.

Come insegnanti sentiamo profondamente che ogni ragazzo e ogni ragazza che entra in una scuola porta con sé un pezzo di futuro. Non sappiamo ancora quale strada percorrerà, non sappiamo quali sogni realizzerà, quali difficoltà incontrerà, quali ferite dovrà attraversare. Sappiamo però che, per un tratto della sua vita, è affidato anche a noi e questo cambia il modo di insegnare. Un ragazzo non è un voto, non è una prestazione, non è un risultato e non è nemmeno soltanto ciò che riesce a fare oggi. È una persona in cammino. È una possibilità ancora aperta. È qualcuno che chiede, forse senza saperlo, di essere accompagnato verso il futuro.

La scuola ha qui una responsabilità enorme. Può insegnare ai giovani a conoscere il mondo, ma può fare qualcosa di ancora più importante: può insegnare loro ad amarlo abbastanza da sentirsi responsabili della sua custodia. Può insegnare a trasformare senza distruggere, a crescere senza lasciare indietro nessuno, a cercare il proprio posto nel mondo senza dimenticare che il mondo è abitato anche dagli altri.

La Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato è da poco trascorsa, ma il suo cammino continua nella preghiera e nell’impegno dei cristiani di tutto il mondo e, per noi, può continuare anche nelle scuole. Continua quando un insegnante entra in classe e sceglie di credere ancora nell’educazione. Quando una parola restituisce coraggio. Quando una fragilità viene accolta. Quando una differenza diventa occasione di incontro. Quando un giovane scopre di avere un valore che nessun voto può misurare.

Continua quando impariamo a guardare il mondo non come qualcosa che ci appartiene, ma come qualcosa che ci è affidato. Forse è questa la responsabilità più grande che abbiamo come adulti: custodire ciò che cresce. Custodire la terra, custodire le relazioni, custodire la dignità delle persone: custodire la speranza.

Allora il 1° settembre non rimane alle nostre spalle, ma ci apre una strada che ci accompagnerà, insieme ai cristiani di tutto il mondo, fino alla festa di san Francesco, il santo che ha saputo chiamare fratello e sorella ogni creatura e che continua a insegnarci che la lode a Dio e l’amore per il Creato non possono essere separati, perché prendersi cura del Creato significa prendersi cura delle creature.

In fondo insegnare significa proprio questo: avere cura di chi ci è affidato, perché possa un giorno diventare, a sua volta, capace di avere cura del mondo.

Luisa Locorotondo, docente di IRC all’Istituto Tecnico Nautico «Artiglio» di Viareggio, incaricata regionale della Conferenza Episcopale Toscana per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso.


[1] Cf. FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, 24 maggio 2015, nn. 137-139.

[2] Cf. FRANCESCO, Laudato si’, nn. 216-221, sulla «conversione ecologica».

[3] Cf. LEONE XIV, Omelia nella Santa Messa per la Custodia della Creazione, Borgo Laudato si’, Castel Gandolfo, 1° settembre 2026.

[4] Cf. LEONE XIV, Messaggio per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 15 agosto 2026, per la celebrazione del 1° settembre 2026.

[5] Cf. LUISA LOCOROTONDO, «La formazione alla cura della casa comune nell’insegnamento della religione», in Credere Oggi, XLV (2025), n. 270, pp. 152-159. Il contributo è inserito nel fascicolo monografico Il gemito e la custodia. Prendersi cura della terra.

[6] Cf. LEONE XIV, Discorso ai Membri Della Conferenza Episcopale Latina Nelle Regioni Arabe (Celra), 3 settembre 2026.

[7] Sul carattere ecumenico del Tempo del Creato, cfr. World Council of Churches, Season of Creation.

[8] LEONE XIV, Messaggio per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 15 agosto 2026, per la celebrazione del 1° settembre 2026.

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