
Dopo l’ascesa di Adolf Hitler alla cancelleria (gennaio 1933), si avviò un processo di «allineamento» di tutte le istituzioni tedesche – comprese quelle ecclesiali – attorno al partito nazista.
L’obiettivo di tale politica non era tanto quello di distruggere, in questo caso, le Chiese, quanto di sottometterle e trasformarle in strumenti della propaganda nazionalsocialista. Si aprì così un processo di «nazificazione» non solo delle diverse Chiese tedesche, ma anche di tutte le istituzioni sociali, politiche e culturali. E, per fortuna, se ne avviò anche un altro, sebbene minoritario, di presa di distanza da parte di alcune personalità di rilievo.
Mi soffermo in particolare sulla vicenda di alcuni cristiani delle Chiese evangeliche. Concretamente, l’opposizione evangelica a questa politica di «nazificazione» riunì 139 delegati a Wuppertal-Barmen (maggio 1934) per fissare le linee rosse che, per coerenza cristiana, non potevano essere oltrepassate. Si trattava di sei tesi nelle quali si richiamava «la fede comune», poiché erano in «gravissimo pericolo» sia tale fede sia l’unità «della Chiesa evangelica tedesca». Il lettore interessato può leggere integralmente su internet questa storica Dichiarazione.
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Nel corso di queste ultime settimane non ho potuto fare a meno di ricordare la prima delle tesi: «Gesù Cristo – intendo Colui che, secondo il Vangelo, si identifica con gli emarginati del mondo – è l’unica Parola di Dio. È Lui soltanto che dobbiamo ascoltare, in Lui soltanto dobbiamo confidare e obbedire in vita e in morte».
A farmela tornare alla memoria è stato il «clamoroso silenzio» dell’episcopato cattolico di Gipuzkoa di fronte al divieto delle cene solidali, così come il «clamoroso silenzio», altrettanto evidente, di una buona parte della Conferenza episcopale spagnola davanti al dramma di Ceuta e di fronte alla distinzione – che sembrano dare per buona – tra persone umane che lottano per sopravvivere e cittadini che difendono con le unghie e con i denti il proprio livello di vita. E – come non ricordarlo – me l’hanno provocato anche le «boutade», o le stravaganze, alle quali purtroppo ci ha abituati l’arcivescovo di Oviedo.
Per mia consolazione, mi è tornata alla memoria anche la terza tesi: «Respingiamo la falsa dottrina secondo cui la Chiesa potrebbe affidare la forma del proprio messaggio e del proprio ordinamento al proprio arbitrio o al mutare delle convinzioni ideologiche e politiche dominanti in un determinato momento».
Questa volta, a farmela ricordare è stata la coraggiosa posizione che la Chiesa tedesca mantiene da tempo nei confronti di Alternative für Deutschland (AfD): per i vescovi cattolici tedeschi, «il nazionalismo etnico e il cristianesimo sono incompatibili». Ciò significa che tale ideologia e le istituzioni che la rappresentano «non possono costituire uno spazio nel quale i cristiani partecipino alle attività politiche, né sono eleggibili alle elezioni».
Significa anche che la militanza in esse «è incompatibile con un servizio a tempo pieno o volontario nella Chiesa». Coloro che, nonostante questi criteri, continuino a militare nell’AfD e a prestare contemporaneamente tali servizi nella Chiesa possono – e devono – essere esclusi «dagli incarichi ecclesiali», siano essi retribuiti o meno. Più chiaro di così.
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Anche questa terza tesi mi è tornata alla memoria leggendo la dichiarazione congiunta resa pubblica dai rappresentanti delle Chiese cristiane della Sassonia-Anhalt, dal vescovo Friedrich Kramer della Chiesa evangelica della Germania centrale, dal vescovo cattolico Gerhard Feige della diocesi di Magdeburgo e da Karsten Georg Wolkenhauer, presidente della Chiesa evangelica di Anhalt (7 settembre): «Come Chiese, prendiamo atto del risultato elettorale con grande preoccupazione. Queste elezioni regionali hanno profondamente modificato l’assetto politico del Sachsen-Anhalt. Il Land è diviso» (cf. il testo su SettimanaNews).
E concludono: «La nostra preoccupazione riguarda anche le conseguenze annunciate dall’AfD che il risultato elettorale avrà sulla cultura e l’istruzione, sulla comunità e sul volontariato, sulla Diaconia, sulla Caritas e sulle Chiese, nonché sulla sicurezza interna ed esterna. Come Chiese, vantiamo una lunga storia di resilienza: abbiamo superato dittature e oppressioni, guerre e crisi e continueremo ad aprire le nostre porte a tutte le persone che cercano protezione e pace, guarigione e guida alla presenza di Dio».
Dopo questi richiami, sono tornati a risuonare dentro di me i «clamorosi silenzi» di una parte dell’episcopato spagnolo e le stravaganze dell’arcivescovo di Oviedo. E, allo stesso tempo, non ho potuto fare a meno di ricordare come il teologo Karl Barth, uno dei redattori della Dichiarazione di Barmen, si sia rifiutato di prestare giuramento di fedeltà a Hitler nel novembre 1934.
Nel giugno dell’anno successivo tornò nella sua Svizzera natale, assumendo l’incarico di professore all’Università di Basilea, dove rimase fino alla conclusione della sua attività accademica, nel 1968.
La libertà, allora come oggi – mi sono detto – continua ad avere un prezzo; anche per i cristiani. È la paura di pagarlo a spiegare tanti «clamorosi silenzi»? Oppure c’è qualcosa di ancora più preoccupante, come, per esempio, interessi inconfessabili?





