
È risorto (Graham Braddock).
Caro Vito,
ti ringrazio sinceramente per la passione, la prontezza e il rigore con cui hai inteso replicare ai miei articoli pubblicati su SettimanaNews. Il fatto stesso che due percorsi intellettuali e spirituali diversi si incrocino sui nodi incandescenti della teologia è un segno di salute per la cultura del nostro tempo.
La chiarezza epistemologica non è “polizia semantica”
Nel tuo intervento lamenti una presunta «mancanza di profondità qualitativa» nei miei scritti, dandomi persino del «poliziotto semantico» per aver qualificato il tuo pensiero come ateologia o teiologia. Permettimi di rassicurarti: non vi è in me alcuna volontà inquisitoria, né l’intenzione di impugnare la parola come un «manganello retorico». La teologia cattolica — che mi onoro di servire nella Chiesa e nella Pontificia Accademia di Teologia — non ha bisogno di difendersi con la forza dell’autoritarismo, piuttosto con lo splendore dell’argomentazione e la «carità intellettuale».
Tuttavia, chiamare le cose con il loro nome non è «polizia semantica»: è onestà epistemologica. Quando uso il termine teiologia non intendo affatto offenderti o negare la nobiltà del tuo cammino interiore. Intendo semplicemente chiarire un confine metodologico solido: un conto è la teiologia (un discorso filosofico e spirituale sulla trascendenza o sull’idea del divino, ammissibile anche fuori dal cristianesimo e accessibile alla sola ragione naturale); un altro conto è la teologia cristiana e cattolica, che non è un’invenzione concettuale del soggetto, ma il «sapere della fede» (intellectus fidei) nato dall’Incontro storico, reale e sacramentale con il Verbo incarnato, crocifisso e risorto.
Se tu rivendichi la sovranità della retta coscienza (principio che la grande tradizione da Tommaso d’Aquino al Concilio Vaticano II riconosce pienamente) per decretare che la carne di Gesù non ha un’efficacia salvifica unica, che i sacramenti non trasmettono la grazia, che il magistero ecclesiale è un fardello superfluo e che la risurrezione non è un evento reale accaduto a Gesù, sei liberissimo di farlo. Tuttavia devi avere l’onestà di ammettere che questo tuo «gesuanesimo» o «neo-cristianesimo» si colloca spontaneamente fuori dal perimetro della teologia cattolica. Non si tratta di una condanna personale, ma di un atto di trasparenza verso i lettori che non sanno – come me- che la cosa era stata “accertata prima” (tu citi il card. Ruini).
Nella tua replica sostieni che io avrei «eluso» i punti centrali del tuo libro. In particolare, mi accusi di non aver risposto a due tue obiezioni di fondo: la critica alla teologia del «sangue vittimale» e la negazione della «risurrezione come fatto storico». Accetto volentieri la sfida: entro subito nel merito di queste due questioni, per “dimostrare” (per quel che può valere una dimostrazione cogitante di un teologo dogmatico che non sarebbe a causa dei dogmi un “libero pensatore” e, dunque, un pensatore e basta!) che stai combattendo una grottesca caricatura di frange della teologia cattolica obiettivamente discutibili. Dicendo “caricatura” non nego che anche nella predicazione popolare ci siano i contenuti “grotteschi” di certe false immagini di Dio, contro cui io stesso mi scaglio nei tre volumi su Teologia in ginocchio, editi presso Ancora, dove mi impegno a mostrare come il cristianesimo è stato da sempre “post-teista” nel testimoniare il Dio trinitario, solo e sempre amore.
Oltre il “Dio violento”: la vera teologia del sangue e della croce
Tu ribadisci con forza la tua tesi soteriologica, sintetizzata in una battuta che riscuote sempre un facile consenso nell’opinione pubblica secolarizzata: «Un Dio che ha bisogno del sangue del figlio sulla croce per perdonare… non è precisamente un Dio di misericordia». E per convalidare questa tua accusa di “sadismo divino”, citi a piene mani i testi neotestamentari (come Eb 9,22: «senza spargimento di sangue non c’è perdono», o Rm 3,25 sul kapporet/espiazione), gli scritti di Agostino, Anselmo e perfino il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Qual è il vizio di fondo del tuo ragionamento, a mio modesto avviso? Tu pretendi di abbattere il dogma cattolico attaccando una sua deformazione giuridico-soddisfazionista (sviluppata da certa teologia medievale ed esasperata dal protestantesimo penale), come se la Chiesa fosse rimasta ferma alla teoria del risarcimento dell’onore divino offeso! Tu non ti accorgi — o fingi di non accorgerti — che la grande cristologia cattolica contemporanea (da Joseph Ratzinger a Hans Kessler, da Gerald O’Collins a Marcello Bordoni, fino a Giovanni Mazzillo, Giacomo Canobbio e PierAngelo Sequeri e Piero Coda) respinge esattamente la stessa caricatura di un “Padre sadico e irato”, offrendo una comprensione della Croce infinitamente più profonda, non violenta e intimamente trinitaria.
Rileggiamo insieme le Scritture senza le lenti del razionalismo positivista.
La semantica ebraica del sangue: nell’antropologia biblica (cfr. Lv 17,11), il sangue non è il trofeo di un macello o l’ingrediente di un rito pagano, ma è il simbolo della vita. Quando la Scrittura afferma che la salvezza avviene «nel sangue di Gesù», non sta dicendo che Dio si compiace della tortura fisica del Figlio! Sta dicendo che la redenzione si compie nella donazione totale della vita di Gesù, un’obbedienza d’amore che spinge il dono di sé fino alle estreme conseguenze.
Il capovolgimento del Kapporet (Rm 3,25): quando san Paolo applica a Gesù il termine hilastèrion (il coperchio dell’arca dell’alleanza su cui si aspergeva il sangue nel giorno del Yom Kippur), non sta teorizzando un Dio sanguinario. Come spiega magistralmente Joseph Ratzinger nel secondo volume di Gesù di Nazaret, avviene qui un capovolgimento cosmico del culto: nel rito antico l’uomo cercava di placare la divinità con il sangue degli animali; sulla Croce di Cristo è Dio stesso che prende l’iniziativa! Non è l’uomo che offre sangue a Dio per ingraziarselo, ma è Dio che versa la propria vita per l’uomo!
La transustanziazione della violenza nell’Ultima Cena: Gesù non è stato “mandato al patibolo” da un Padre giustiziere. La sua morte è il risultato storico dell’odio umano, dell’iniquità e del rifiuto del suo annuncio della basileía (Regalità di Dio), come evidenzia bene Giovanni Mazzillo. Nell’Ultima Cena, anticipando sacramentalmente il Golgota, Gesù compie il miracolo supremo: prende la violenza che gli verrà inflitta dai carnefici e la trasfigura dall’interno in un atto di amore obbediente (Hingabe). Sulla croce, l’Immensamente Puro entra in contatto con tutto lo sporco e la violenza del mondo e li assorbe, annullandoli nell’abisso della sua misericordia.
Il sangue che parla meglio di quello di Abele (Eb 12,24): il sangue di Abele gridava dal suolo chiedendo vendetta e punizione. Il sangue di Gesù versa riconciliazione e perdono. Quando preghiamo con san Paolo che siamo «giustificati nel suo sangue», la fede cattolica non celebra la tortura, ma celebra l’Amore vicario del Figlio che non risponde al male con il male, ma vince il male con il bene!
Vedi allora dove sta l’errore di una “soteriologia senza redenzione”? Tu dici che «ciò che salva è solo il bene e l’amore», e fin qui saremmo tutti d’accordo. Tuttavia la tua illusione pelagiana (tu stesso mi dicesti a Catania, rigettando le accuse di gnosticismo che Forte e Coda ti mossero a quei tempi, che meglio ti interpretavi come “pelagiano”) sta nel credere che l’uomo, con le sue sole forze naturali e mediante un puro sforzo di volontà della propria coscienza, sia capace di realizzare questo bene di fronte alla brutalità del male e della morte! La Croce ci dice che l’amore umano da solo soccombe; abbiamo bisogno che l’Amore divino s’incarni nella nostra carne fragile e la riscatti. La Croce non è un sacrificio penale, ma l’epifania dell’Amore sviscerato di Dio. Dunque per il cattolicesimo il problema non sono le “espressioni liturgiche” in cui il linguaggio vittimale pur esiste, ma la sua comprensione e predicazione pastorale per il popolo perché non si confonda: è un problema di onesta comunicazione.
Il realismo della Pasqua: perché la risurrezione non è un’idea della mente
Veniamo ora al secondo punto su cui sostieni che io ti avrei attribuito tesi non tue: la Risurrezione di Gesù.
Tu protesti vivacemente perché ti ho accostato all’esegesi razionalista di Gerd Lüdemann o David Friedrich Strauss, rivendicando che nel tuo libro non parli di «allucinazione psicogena» o di «elaborazione del lutto», ma che ti limiti a «sospendere il giudizio» sulla risurrezione, definendola un «evento escatologico avvenuto nell’eternità» e non un «fatto storico».
Caro Vito, parliamoci con estrema chiarezza. Quando tu affermi pubblicamente — e cito la tua viva voce — che «se si crede nella risurrezione, non la si deve intendere come un evento storico, quasi che il cadavere di Gesù fosse stato rianimato», e quando sostieni che la risurrezione risplende solo «nella coscienza morale di chi resta», tu stai compiendo un’operazione di radicale smaterializzazione della Pasqua.
Rispondo alla tua obiezione distinguendo ciò che la dogmatica cattolica afferma da ciò che la tua “ateologia” fraintende.
La Risurrezione non è la rianimazione di un cadavere (l’equivoco di Lazzaro): su questo punto la teologia cattolica è perfettamente d’accordo con te, ma per ragioni opposte alle tue! La Risurrezione di Gesù non è il ritorno alla vita biologica di prima, come è accaduto a Lazzaro o al figlio della vedova di Nain, i quali sono tornati in questo tempo cosmico per poi morire di nuovo. Come spiegano Ratzinger, Hans Kessler e Giacomo Canobbio, la Pasqua di Cristo è un «salto ontologico», una «mutazione decisiva» nell’evoluzione dell’essere. Il Risorto non rientra nello spazio e nel tempo ordinario (e poi quali “spazio e tempo”, quelli assoluti di Newton, di cui si servì Kant nel suo schematismo trascendentale? o quelli della relatività generale di Einstein? O ancora quelli inesistenti della meccanica quantistica?), ma entra nella dimensione definitiva di Dio, inaugurando la Nuova Creazione.
Il realismo della tomba e la trasformazione della carne: qui si consuma il nostro abisso epistemologico. Sebbene la Risurrezione trascenda le leggi fisiche immanenti (al punto che, come nota Kessler, «una videocamera messa nel sepolcro non avrebbe ripreso nulla» perché la risurrezione è uscita dal tempo cosmico), essa non è un mito disincarnato! Essa ha comportato una reale e oggettiva trasformazione della materia e del corpo stesso di Gesù. Come dimostra magnificamente Giacomo Canobbio nel suo recente trattato Sulla risurrezione (2026), non si può pensare teologicamente la Pasqua senza il riscontro reale della sparizione del cadavere e del sepolcro vuoto. Se il cadavere di Gesù fosse rimasto a marcire nella terra di Palestina — come ammette sconsolato Lüdemann (ma anche Gamberini -meno sconsolato- se non ricordo male in Deus 2.0) e come la tua “sospensione del giudizio” lascia spalancato —, allora la Risurrezione è una bugia, la morte ha vinto, e la fede cristiana è la più tragica delle illusioni.
Eventi storici (historisch) ed eventi reali (geschichtlich): tu dici che la risurrezione non è un fatto storico. Se con “storico” (historisch) intendi un fatto empirico analizzabile in laboratorio con i metodi del positivismo storiografico (i quali funzionano solo per analogia e correlazione con i fatti ordinari), è evidente che la Pasqua fuoriesce da quella gabbia. Eppure la Risurrezione è un evento reale (geschichtlich) ed extra nos (al di fuori del soggetto) che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia! L’origine della fede pasquale non nasce da una “riflessione interiore” o da un’elaborazione del trauma da parte di Pietro e dei discepoli, ma dall’automanifestazione libera e sconvolgente del Risorto. I discepoli non hanno proiettato un desiderio: sono stati conquistati da una Realtà che li ha trasformati da paurosi fuggitivi in martiri intrepidi.
La protesta della Giustizia per le vittime della storia: c’è un’ultima, immensa questione che interpella il tuo “gesuanesimo”: la teodicea. Se la Risurrezione è soltanto una “idea della coscienza” e non un fatto reale operato dalla potenza di Dio sulla carne di Gesù, allora la storia umana rimane tragica e disperata. Il Venerdì Santo sarebbe l’ultima parola: i carnefici, i tiranni e gli ingiusti avrebbero vinto per sempre, e Gesù di Nazaret sarebbe soltanto l’ennesimo martire fallito schiacciato dalla brutalità del potere. Nessuna “ispirazione etica” nel presente potrà mai risarcire le lacrime e il sangue delle vittime del passato! La Risurrezione reale del Crocifisso è la protesta della Giustizia di Dio: è la garanzia che il male non ha l’ultima parola e che la carne degli innocenti sarà risorta e glorificata.
Il cortocircuito della “armonia a prevalenza Cristo” e la custodia di Calcedonia
Nella tua replica rivendichi con orgoglio la tua formula teologica centrale: l’«armonia a prevalenza Cristo» (ispirata a Panikkar, Hick e Küng). Tu scrivi testualmente che, dopo aver distinto il Gesù storico dal Cristo della fede, occorre far prevalere il “Cristo” perché «dalla storia ci si deve salvare, ed è solo il Cristo, in quanto mediatore dell’eterno, che può salvare».
Caro Vito, affermare che «dalla storia ci si deve salvare» significa capovolgere la logica stessa dell’Inizio cristiano. Il cristianesimo non annuncia una salvezza dalla storia o dalla carne verso un’Idea universale e acosmica; annuncia la salvezza DELLA storia e DELLA carne! Contro ogni forma di gnosticismo e di docetismo. O Logos sarx egeneto: il Verbo non si è “mascherato” da uomo, si è fatto carne (Gv 1,14). Caro cardo salutis: la carne è il cardine della salvezza (Tertulliano).
Se tu separi il “Cristo” da “Gesù”, trasformando Cristo in una funzione simbolica universale “prevalente” rispetto all’uomo contingente di Nazaret, tu rendi la carne di Gesù del tutto interscambiabile con quella di Buddha, di Socrate o dei testi del Libro dei Morti egizio (come tu stesso ammetti quando neghi la “novità assoluta” di Cristo).
Diversamente, il Concilio di Calcedonia (451 d.C.) ha definito per sempre che in Gesù Cristo vi sono due nature, divina e umana, unite nell’unica Persona del Figlio, «senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione». Questa non è un’astrusità metafisica: è la custodia della nostra dignità! Il dogma di Calcedonia ci dice che l’umanità concreta di Gesù non è un involucro provvisorio da scartare per salire all’Idea, ma è l’umanità bella, riuscita e perfetta, l’originale su cui siamo stati creati.
Il “cristocentrismo obiettivo” che io difendo (sulla scia di Gronchi e Moioli) non è affatto un «colonialismo teologico» o una «volontà di potenza», come tu ingiustamente scrivi. È la consapevolezza gioiosa che ogni germe di bene, di bellezza e di verità presente in qualunque cultura o filosofia (i semina Verbi di san Giustino) trova la sua pienezza e il suo compimento nell’unico Volto del Risorto. Non siamo noi che “colonizziamo” gli altri: è Cristo che, essendo il Logos preesistente in cui tutto è stato creato (Col 1,16), attraversa la storia di ogni uomo e la condensa nel suo Amore!
Oltre il “disprezzo” per rivedere le stelle del dogma
Caro Vito, permettimi di chiudere con un’ultima, necessaria chiarezza sul piano delle intenzioni e del tono.
Tu mi rinfacci un presunto «disprezzo» verso il pensiero moderno e verso le correnti illuministe che difendi molto bene, per averle assimilate e fatte tue nelle prospettive di fondo. E però, anche io ti chiedo: dove avrei mai usato, nei miei articoli o nelle mie parole, il linguaggio del disprezzo? In me non c’è alcun disdegnoso rifiuto della ragione moderna! C’è soltanto la bruciante, ineludibile urgenza di uscire dal «Metaverso illuminista», da quella gabbia immanentistica che riduce il reale a ciò che è misurabile e la fede a una pia opzione etica. Come Dante nell’Inferno, il mio non è disprezzo per la notte, ma passione per la luce: l’urgenza di gridare che è possibile spezzare le catene del razionalismo e «quindi uscimmo a riveder le stelle»! Le “stelle” della trascendenza reale, della bellezza del Mistero, della carne risorta di Cristo!
Se proprio vogliamo parlare di «disprezzo» (ma l’espressione è tua), l’impressione — amara — è che esso risieda piuttosto nella tua sistematica svalutazione dell’autorità della Chiesa e del Dogma della Tradizione, puntualmente svuotato di ogni suo contenuto ontologico. Tu liquidi i dogmi come sovrastrutture coercitive o reperti fossili di un’epoca arcaica. Eppure la costituzione conciliare Dei Verbum (al n. 8) ci insegna che la Tradizione apostolica non è un museo di pietre morte né un prontuario immobile: essa cresce e si sviluppa organicamente nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo (crescit enim tam verborum quam rerum perceptio), affinché l’unica e immutabile fede risplenda di luce sempre nuova nei diversi contesti storici. Sviluppare il dogma non significa svuotarlo, ma farne fiorire la ricchezza!
È qui che la tua proposta dell’«armonia a prevalenza Cristo» mostra la sua insostenibile fragilità. Domando a te e ai tuoi lettori: il tuo “Cristo prevalente” custodisce ancora la densità e la sostanza dell’homoousios del Credo Niceno-Costantinopolitano? Ha ancora in sé la verità scandalosa e salvifica di quel «della stessa sostanza del Padre», vero Dio da vero Dio, che si è fatto uomo e si offre nei Sacramenti? Oppure il tuo Cristo è diventato soltanto un’etichetta scolorita, un guscio semantico svuotato della divinità ontologica per compiacere lo spirito del tempo?
Caro Vito, la nostra controversia non è un “duello personale”, ma la testimonianza di una frattura profonda. Tu proponi una spiritualità “adulta”, de-dogmatizzata, una teiologia della coscienza autonoma che riduce il Vangelo a una sapienza etica orizzontale. Io propongo la «Teologia in ginocchio», la «Pop-Christology» e «l’Illuminismo cristico»: un sapere rigoroso e appassionato che non teme di utilizzare i linguaggi popolari delle arti e delle canzoni per cantare la bellezza del Dio-Agape, ma che si rifiuta categoricamente di svuotare la Croce della sua forza salvifica e la Pasqua della sua carne.
Certo, la mia teologia è dogmatica. E però, da quando il dogma sarebbe una minaccia per la libertà di pensiero e dunque per il pensare autenticamente? Questa obiezione vive di un pregiudizio tipicamente moderno: la separazione tra fede e ragione, di cui Heidegger — con la sua opposizione tra il pensare e il credere — è stato uno dei più influenti divulgatori. È lo schema illuminista che decreta che chi pensa a partire dal dogma, in realtà non pensa, perché non sarebbe libero. Ma è un banale pregiudizio, non un argomento. Il confronto autentico comincia proprio dal superamento di questo pregiudizio. A questa condizione un confronto rigoroso è possibile: sono sicuro che la Pontificia Accademia di Teologia, è pronta ad accoglierti per un dibattito pubblico e leale, purché ci si confronti sulle cose essenziali: se la salvezza sia il frutto di un’autosalvazione etica della coscienza oppure il dono sconvolgente di un Dio che si è fatto carne, è morto per amore ed è realmente risorto dal sepolcro per la nostra vita eterna.





