
Un gruppo di vicari e di delegati della pastorale del Triveneto si è domandato: che cosa deve cambiare se decidiamo di praticare la sinodalità?
«Nessuno di noi è cresciuto sinodale». La frase, emersa il 29 e 30 settembre 2026 a Bressanone durante l’incontro di un gruppo di vicari e di delegati della pastorale delle diocesi del Triveneto che si incontra periodicamente, dice più di molte definizioni. Dopo anni nei quali la Chiesa universale e le Chiese in Italia hanno imparato a parlare di sinodalità, la questione decisiva è ormai un’altra: che cosa cambia davvero nel modo di esercitare una responsabilità ecclesiale?
L’incontro aveva un titolo impegnativo: Promotori della sinodalità nelle nostre diocesi. In cammino insieme tra le Chiese del Triveneto. Non si trattava quindi semplicemente di riflettere sulla sinodalità, ma di metterla alla prova dentro il concreto della leadership pastorale e della collaborazione tra Chiese.
Arrivare «non troppo pronti»
Quando abbiamo provato a descrivere dove già oggi sperimentiamo uno stile sinodale, sono emerse parole molto concrete: ascoltare persone e territori, lavorare insieme tra presbiteri e laici, costruire processi nei quali tutti siano protagonisti, riconoscere carismi, mettere in relazione realtà diverse. Tra le espressioni annotate ce n’è una particolarmente efficace: arrivare agli incontri «non troppo pronti». Un’altra va ancora oltre: saper fare due passi indietro, fino a poter constatare con soddisfazione che qualcosa funziona bene «quando si lavora bene senza di me».
Non è rinuncia alla responsabilità. È un’altra idea di responsabilità. Chi guida non deve necessariamente occupare tutto lo spazio, fornire subito le risposte, controllare ogni passaggio. Deve piuttosto creare le condizioni perché il soggetto ecclesiale possa ascoltare, discernere e assumere responsabilità. La sinodalità, quindi, non elimina la leadership. La converte.
Il problema non sono gli strumenti
Le resistenze emerse lo mostrano con chiarezza. Fretta, sovraccarico, difficoltà a delegare, bisogno di controllo. Ma anche protagonismi, gelosie, chiusure nel ruolo, stanchezza, scarsa disponibilità ad apprendere. Fino appunto alla constatazione: «Nessuno di noi è cresciuto sinodale».
Il problema, allora, non è semplicemente introdurre nuovi organismi o nuovi strumenti partecipativi. La sinodalità domanda una conversione della cultura ecclesiale. Non basta convocare un tavolo perché il tavolo diventi sinodale. Non basta chiedere un’opinione perché vi sia discernimento. E non basta moltiplicare la partecipazione se chi detiene una responsabilità ha già deciso dove il processo dovrà arrivare. La sfida è più profonda: imparare ad assumere una responsabilità senza pretendere di possedere da soli tutto il discernimento necessario.
Custodi del fuoco, custodi del metodo
Quando abbiamo provato a delineare il profilo di chi promuove la sinodalità, non ne è uscita anzitutto una figura manageriale. Sono emerse capacità di ascolto, libertà interiore, pazienza, disponibilità a imparare, preghiera personale e comunitaria; ma anche capacità di riconoscere i carismi, accompagnare, tessere relazioni, abitare le tensioni e armonizzare le differenze.
Due immagini hanno riassunto tutto questo: «custode del fuoco» e «custode del metodo». È una coppia tutt’altro che casuale. Il fuoco ricorda che la sinodalità non è fine a sé stessa. È al servizio della comunione, della partecipazione e della missione. Il metodo, però, non è un dettaglio tecnico aggiunto dopo. È parte delle condizioni che rendono possibile un autentico ascolto ecclesiale.
Da questo punto di vista, è stata preziosa la presenza di Marina Cattoi, coach ed esperta nella moderazione di processi di gruppo, che ha preparato con grande cura la metodologia delle due giornate. La differenza si è vista: non abbiamo soltanto parlato di sinodalità, abbiamo provato a sperimentarla. Tempi, domande, composizione dei gruppi, silenzio, ascolto, restituzione: nulla è stato lasciato semplicemente alla spontaneità.
Anche la Conversazione nello Spirito ha mostrato quanto una buona architettura del processo possa impedire che prevalgano automaticamente le persone più forti, più veloci o più autorevoli.
È una lezione pastorale da non sottovalutare: la sinodalità richiede un’ottima preparazione metodologica. Non perché lo Spirito possa essere organizzato, ma perché le persone hanno bisogno di condizioni che permettano davvero di ascoltarsi. Metodo e spiritualità non sono alternativi. Possono diventare alleati.
Un antidoto alla solitudine della leadership
Un secondo nodo riguarda la collaborazione tra Chiese. Perché vicari e delegati pastorali di diocesi diverse dovrebbero incontrarsi? Una risposta emersa nei lavori è particolarmente eloquente: perché uno spazio simile può essere un «antidoto alla solitudine della leadership».
Chi porta responsabilità pastorali rischia facilmente di rimanere prigioniero del proprio contesto. Le proprie prassi diventano la misura delle cose, i propri problemi sembrano inevitabili, le soluzioni sperimentate altrove rimangono invisibili. Il confronto tra Chiese diverse permette, invece, uno «sguardo da fuori», scambio di buone pratiche, fraternità ecclesiale, formazione reciproca.
Ma proprio qui è emersa anche una domanda scomoda: a che cosa serve questa ricchezza se rimane isolata? Se non entra in relazione con i vescovi? Se non produce ricadute nelle Chiese locali? Il rischio è quello di raccogliere esperienze interessanti senza che esse riescano realmente a “contaminare” le prassi pastorali.
Esiste un «noi» tra le Chiese del Triveneto?
A un certo punto è comparsa una domanda essenziale: «Quale valore teologico della regione ecclesiastica?». È forse il nodo più interessante dell’intera esperienza. Tra la singola diocesi e la Chiesa italiana esiste uno spazio nel quale Chiese vicine possano realmente imparare le une dalle altre, discernere insieme, mettere in comune esperienze e competenze?
La questione non è necessariamente creare un’altra struttura. Anzi, nei diversi scenari presi in esame è emersa una certa cautela verso una rapida istituzionalizzazione. Un mandato più esplicito potrebbe dare continuità e maggiore efficacia, ma potrebbe anche trasformare uno spazio libero di confronto in un ulteriore organismo funzionale e pesante. Forse la sfida è proprio questa: dare consistenza ecclesiale alla comunione senza tradurla immediatamente in apparato. Non soltanto coordinarsi su ciò che bisogna fare, ma imparare a leggere insieme ciò che sta accadendo nelle nostre Chiese.
Una relazione adulta con i vescovi
Qui entra anche il rapporto con i vescovi. Non semplicemente ottenere un mandato dall’alto, ma costruire reciprocità. Invitare qualche vescovo non solo per una relazione, ma per «stare al tavolo». Offrire il frutto del confronto pastorale e lasciarsi interrogare a propria volta.
Il dialogo con Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, e già segretario speciale del Sinodo, ha dato concretezza a questa prospettiva: responsabilità episcopale, esperienza pastorale e discernimento sinodale possono incontrarsi senza sovrapporsi.
Una Chiesa sinodale non ha bisogno in primis di nuovi organismi. Ha bisogno di relazioni ecclesiali più adulte, nelle quali autorità, ministeri, competenze e carismi possano riconoscersi e interagire senza confondersi e senza isolarsi.
Un germoglio da custodire
Non è nata una nuova struttura. Uno degli scenari ha descritto il gruppo piuttosto come un «germoglio da custodire», annotando però anche il rischio di «non diventare mai pianta». Proprio per questo, più che definire subito un nuovo assetto, è emersa l’idea di mettersi a servizio di un processo concreto.
Nei prossimi mesi le diocesi saranno chiamate a rileggere il cammino sinodale compiuto, a verificarne apprendimenti e conversioni e a formulare, dopo un passaggio di discernimento comunitario, una breve “lettera di comunione” alle altre Chiese, accanto a un resoconto più articolato del proprio percorso.
La lettera non dovrebbe essere semplicemente un documento conclusivo: dovrebbe dire che cosa una Chiesa locale ha imparato, quali promesse intravede e quali domande rimangono aperte.
A Bressanone è nata allora una proposta semplice, ma potenzialmente feconda: non limitarsi a spedire queste lettere, ma ascoltarle insieme a livello del Triveneto. Trasformare, cioè, un adempimento previsto nel processo di verifica in un vero esercizio di comunione tra Chiese: leggere ciò che ciascuna diocesi consegna alle altre, riconoscere risonanze e differenze, individuare apprendimenti condivisi e domande che chiedono un discernimento comune.
È precisamente una delle piste raccolte al termine dell’incontro: fare memoria del cammino degli ultimi anni, muovendosi «dalle Chiese locali alla Chiesa tutta», e creare un momento interdiocesano di lettura comune delle lettere.
Qui il gruppo dei vicari e delegati pastorali potrebbe trovare una funzione molto concreta: farsi promotore di questo ascolto reciproco, non sostituendosi ai vescovi o agli organismi diocesani, ma aiutando le Chiese del Triveneto a non vivere la verifica sinodale ciascuna per conto proprio. Perché una lettera di comunione diventa davvero tale solo quando, dall’altra parte, c’è qualcuno che la legge, la ascolta e lascia che essa interroghi anche il proprio cammino.
Forse è proprio questa una delle verifiche più serie della sinodalità: passare dalla narrazione parallela di tanti percorsi diocesani a un autentico scambio dei doni tra Chiese. Non semplicemente raccontare che cosa abbiamo fatto, ma permettere che l’esperienza dell’altra Chiesa allarghi il nostro sguardo e modifichi, almeno in parte, il nostro modo di vedere.
In questo senso il «germoglio» non ha necessariamente bisogno, per crescere, di diventare subito una nuova struttura. Può cominciare a diventare pianta assumendosi un compito preciso: tenere aperto uno spazio nel quale le Chiese possano ascoltarsi, imparare le une dalle altre e discernere insieme ciò che lo Spirito sta facendo emergere nei loro diversi cammini.





