
Leone XIV durante un’udienza generale (Photo by Rocco Spaziani/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Il voto negli USA e lo scontro tra Donald Trump e il primo papa statunitense rivela una trasformazione profonda: la crisi del rapporto storico tra cattolicesimo e potenza americana.
Il primo papa statunitense della storia ha votato alle elezioni americane.
Leone XIV ha fatto ricorso al voto per corrispondenza per partecipare alle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026, esercitando un diritto che la Santa Sede ha definito anche un dovere di ogni cittadino. Un gesto apparentemente ordinario, ma che assume un significato particolare nel momento in cui il rapporto tra il pontefice e l’amministrazione di Donald Trump è attraversato da una tensione
L’attacco di Donald Trump a Leone XIV, accompagnato dalla pubblicazione di un’immagine del presidente americano nelle vesti di una figura assimilabile a Gesù, ha portato alla luce una questione che va ben oltre la polemica tra due personalità. Al centro dello scontro vi sono le posizioni del pontefice sulla guerra contro l’Iran e, più in generale, una diversa concezione del rapporto tra religione e potere politico. Da una parte, un’amministrazione che richiama il cristianesimo a sostegno della propria idea di grandezza nazionale; dall’altra, un papato che rivendica un orizzonte universale e richiama i governi alla responsabilità per la pace.
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Il confronto è significativo perché avviene tra un presidente americano e un papa americano. L’elezione di papa Leone sembrava poter rappresentare un elemento di avvicinamento tra Washington e Roma. È emersa, invece, una distanza che non riguarda soltanto la politica estera. Come osservava Massimo Franco sul Corriere della Sera del 14 aprile, in Vaticano si ritiene che a Washington non sia stata compresa la portata del conclave e della nuova fase del cattolicesimo. Il problema è proprio questo: il cattolicesimo non è una componente religiosa della sola società statunitense, ma un’istituzione universale, la cui appartenenza non coincide con quella nazionale.
Gli Stati Uniti si sono sviluppati dentro una cultura religiosa prevalentemente protestante, nella quale la diffidenza verso Roma ha rappresentato a lungo un elemento dell’identità nazionale. Il cattolicesimo era spesso percepito come una presenza esterna, portatrice di una fedeltà sovranazionale potenzialmente in contrasto con l’autonomia della repubblica. Non è casuale che le relazioni diplomatiche formali tra Washington e la Santa Sede siano state stabilite soltanto nel 1984.
La tensione era già evidente nell’Ottocento, quando l’inviato pontificio Gaetano Bedini sperimentò le ostilità anticattoliche presenti nella società americana. Alla fine del secolo, la questione dell’americanismo ripropose il problema in termini ecclesiali: fino a che punto la cultura statunitense poteva influenzare l’identità della Chiesa? Leone XIII intervenne per contrastare alcune tendenze considerate incompatibili con la tradizione cattolica.
Nel Novecento le condizioni cambiarono. Con l’affermazione degli Stati Uniti come principale potenza occidentale, Washington e Roma trovarono una crescente convergenza, soprattutto durante la Guerra fredda. La comune opposizione al comunismo favorì una collaborazione politica e culturale che contribuì a fare del papato un riferimento morale dell’Occidente. La convergenza non cancellò mai una differenza fondamentale: la Santa Sede non è un’istituzione nazionale e non può identificare la propria missione con gli interessi di una singola potenza.
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La questione americana va letta anche attraverso le trasformazioni religiose dell’America Latina. Per secoli il cattolicesimo ha costituito un elemento fondamentale dell’identità sociale e culturale del continente. Nel corso del Novecento, però, la diffusione delle Chiese evangeliche e pentecostali ha modificato profondamente il panorama.
Le comunità evangeliche hanno sviluppato una propria capacità di radicamento. Ma la loro crescita si è anche intrecciata con le strategie di influenza culturale degli Stati Uniti. Reti missionarie, organizzazioni religiose e ambienti politici hanno talvolta condiviso di rafforzamento dei legami con Washington.
In alcuni settori della politica americana, il cattolicesimo latinoamericano è stato percepito come una tradizione da ridimensionare, soprattutto quando ha assunto posizioni critiche nei confronti delle disuguaglianze e dei rapporti di dipendenza economica.
La teologia della liberazione rappresenta, da questo punto di vista, un passaggio interessante. Nelle sue diverse correnti ha cercato di interpretare il messaggio cristiano a partire dalla condizione dei poveri e dalle strutture sociali che producono esclusione. Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger criticarono soprattutto l’assunzione di categorie marxiste e il rischio di subordinare la fede a un progetto ideologico. La questione, tuttavia, non riguardava il rifiuto dell’impegno per i poveri, ma il rapporto tra liberazione cristiana e trasformazione politica.
Resta da chiedersi se una gestione ecclesiale più graduale di alcune istanze della teologia della liberazione avrebbe consentito di conservare un rapporto più organico con una parte del cattolicesimo popolare latinoamericano. È un’ipotesi interpretativa, ma aiuta a comprendere anche la scelta di Francesco di riportare al centro del magistero i poveri, le periferie e le disuguaglianze.
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Oggi il rapporto tra Stati Uniti e cattolicesimo presenta un ulteriore paradosso. Mentre una parte della cultura politica americana continua a guardare con diffidenza all’autonomia del Vaticano, alcuni settori del conservatorismo hanno riscoperto la tradizione cattolica come possibile fondamento di una ricostruzione dell’identità nazionale.
La conversione di J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, entrato nella Chiesa cattolica nel 2019, è uno degli esempi più visibili. In alcuni ambienti intellettuali conservatori il cattolicesimo viene apprezzato per la solidità della sua dottrina morale, la continuità storica e la capacità di offrire una critica all’individualismo liberale.
Dietro questa riscoperta vi è anche la percezione di una crisi culturale: indebolimento dei legami comunitari, difficoltà della vita familiare, secolarizzazione e perdita di riferimenti condivisi. La tradizione cattolica sembra offrire una risposta parziale a questa frammentazione. Ma emerge una distinzione decisiva: la fede non può essere ridotta a un patrimonio simbolico da utilizzare per rafforzare un progetto politico nazionale.
Non tutte le conversioni hanno un significato politico, né sarebbe corretto attribuire un’intenzione ideologica a ogni esperienza religiosa. Resta però da osservare come alcuni ambienti conservatori tendano a ricondurre il cristianesimo dentro una prospettiva di rinascita della potenza americana. È qui che la visione universale della Chiesa può entrare in conflitto con una religione utilizzata come elemento di legittimazione nazionale.
La vicenda americana richiama una costante della storia occidentale. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, il papato ha dovuto continuamente ridefinire il proprio rapporto con la potenza politica dominante. Non si è trattato sempre di contrapposizione: la storia europea è attraversata da alleanze, compromessi, reciproche legittimazioni e conflitti.
Il rapporto con l’Impero bizantino, la formazione del Sacro Romano Impero e la lotta per le investiture mostrano quanto fosse complesso il confronto tra autorità religiosa e potere temporale. Con la monarchia spagnola, l’espansione del cattolicesimo si intrecciò con la costruzione di un sistema imperiale. Con Napoleone, il Concordato del 1801 fu seguito da una nuova stagione di conflitto, culminata nella prigionia di Pio VII.
Anche il Novecento ripropose questa dialettica. Il Concordato con la Germania del 1933 non impedì alla Santa Sede di denunciare successivamente le politiche del regime nazista, come mostrò l’enciclica Mit brennender Sorge del 1937. Nel secondo dopoguerra, la collaborazione con gli Stati Uniti divenne una delle espressioni più significative del rapporto tra papato e potenza egemone.
Non si tratta di rappresentare la Chiesa come una semplice istituzione al servizio degli imperi. Piuttosto, occorre riconoscere che il papato ha sempre cercato di preservare la propria autonomia, misurandosi con le potenze dominanti e tentando di influenzarne le scelte.
La trasformazione attuale riguarda però qualcosa di più profondo: la composizione stessa della Chiesa cattolica. Il suo baricentro demografico ed ecclesiale si è progressivamente spostato fuori dall’Europa e dal Nord America. Africa, Asia e America Latina hanno assunto un peso crescente nella vita delle comunità e nella formazione del clero.
L’elezione di Francesco nel 2013 ha reso visibile questo cambiamento. Con Leone XIV, la situazione assume un significato particolare: un pontefice nato negli Stati Uniti, ma formato da una lunga esperienza missionaria e pastorale in America Latina, guida una Chiesa che non può più identificarsi con l’Occidente.
La continuità tra Francesco e Leone XIV va letta anche in questa prospettiva. Non è soltanto una questione di sensibilità pastorale, ma il riflesso di una trasformazione storica. La povertà, le migrazioni, le disuguaglianze e il rapporto tra culture sono diventati temi centrali per una Chiesa che non può assumere l’esperienza occidentale come misura universale.
La questione americana diventa così una questione ecclesiale globale. I cattolici statunitensi partecipano pienamente alla vita politica del loro paese, ma il Vaticano non può assumere come propria la prospettiva nazionale degli Stati Uniti. Il rischio è che la fedeltà alla Chiesa venga confusa con l’appartenenza a uno schieramento politico.
La crisi dei rapporti con Washington si inserisce nella trasformazione dell’ordine internazionale. Gli Stati Uniti restano una potenza principale, ma non sono più l’unico centro capace di determinare gli equilibri mondiali. La crescita della Cina, il peso delle potenze regionali e la maggiore autonomia dei paesi del Sud globale hanno modificato il quadro nel quale si muove la diplomazia vaticana.
La preoccupazione di Leone XIV per l’indebolimento del multilateralismo non implica una scelta di campo contro Washington. Richiama piuttosto la necessità di preservare un sistema internazionale nel quale la forza delle potenze non sia l’unico criterio di regolazione dei conflitti.
Già nel 2003 Giovanni Paolo II si era opposto alla guerra preventiva contro l’Iraq. La preoccupazione non riguardava soltanto le conseguenze dell’intervento, ma il precedente che avrebbe potuto creare: se una potenza può attribuirsi unilateralmente il diritto di intervenire sulla base di una minaccia, quale limite impedisce ad altre di fare altrettanto?
La questione è ancora attuale. La Santa Sede cerca di mantenere canali di interlocuzione con attori diversi, dalla Cina alla Russia, dai paesi europei alle potenze mediorientali. La sua influenza non deriva dalla forza militare o economica, ma dalla rete delle comunità ecclesiali e dalla possibilità di conservare relazioni diplomatiche anche dove altri interlocutori incontrano difficoltà.
Questa funzione richiede autonomia e credibilità. Se il Vaticano fosse identificato con uno dei blocchi geopolitici, perderebbe una parte essenziale della propria capacità di interlocuzione.
La Chiesa multipolare non significa una Chiesa indifferente alle responsabilità dei governi o equidistante da ogni conflitto. Significa piuttosto una Chiesa che, proprio perché presente in società e culture differenti, non può assumere come universale l’interesse di una sola potenza.
Lo scontro tra Trump e Leone XIV rende visibile una contraddizione che attraversa il cristianesimo contemporaneo. Mentre alcuni ambienti politici cercano nella religione una risorsa per ricostruire l’identità nazionale, la Chiesa cattolica è chiamata a misurarsi con una dimensione universale, nella quale nessuna potenza può pretendere di rappresentare da sola il mondo cristiano.





