La CEI e l’islam

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C’è ancora qualcosa da dire sulle schede, in particolare quelle sull’islam predisposte dalla CEI con autorevoli istituti pontifici, per la formazione degli insegnanti di religione? Forse sì.

Egidio Ivetic e Marco Pellegrini, all’inizio del loro splendido volume Europa e Mediterraneo (il Mulino) scrivono: «Nel Medioevo, quando predominò un approccio alla realtà di ordine squisitamente metafisico e teologico, non si parlò tanto di Europa, quanto di cristianità, ossia di patria dei popoli cristiani. Ma questa nozione, oltre che vaga e astratta, era alquanto mistificatoria. Nel territorio europeo abitavano infatti esponenti di altre religioni; senza parlare della divisione tra cristiani cattolici e cristiani ortodossi che, a partire dall’XI secolo, relegò i secondi ai margini di uno spazio, più immaginario che geografico, occupato con sempre maggiore protagonismo da un Occidente che trovava la sua capitale morale a Roma e la sua lingua sovranazionale nel latino».

Non si può attribuire questo sviluppo mistificatorio ai testi evangelici, come non si può attribuire al Corano lo sviluppo analogo che si ebbe a est del Mediterraneo, dove la politica islamica, per regolare i rapporti conflittuali con vicini non islamici, elaborò il concetto di Dar al Islam, cioè Casa dell’islam, per definire quei territori, ignorando che, per usare anche qui le parole di Ivetic e Pellegrini, vi “abitavano infatti esponenti di altre religioni”.

Si può leggere facilmente che nella dottrina giuridica medievale islamica, questa nozione fu contrapposta alla Dar al-Harb o “Casa della guerra” e in seguito integrata da altre categorie intermedie come Dar al-ahd o Dar al-sulh (terre legate a trattati di pace o di tregua).

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Ma il punto dolente a mio avviso ha avuto due fasi: la prima, iniziata intorno al X secolo, origina con la rinuncia da parte degli ulema a due capisaldi, il consenso (ijma’) e l’interpretazione (ijtihad), sino a quel punto fonti alla stregua del Corano e della Sunna (i detti attribuiti a Maometto) e che avevano fatto fiorire l’islam.

Quando, sotto la pressione della storia e delle divisioni, vennero abbandonate cominciò l’involuzione, a tutto vantaggio del letteralismo. Fu una reazione dovuta alle difficoltà della storia (anche Costantino agì per urgenze storiche) e poi aggravatasi.

Poi, in tempi più recenti, con il patto per la conquista dello spazio arabico da parte dei Saud con la setta eretica (combattuta come la peste dal Sultano nei tempi passati) dei wahhabiti e infine con la predicazione incendiaria del vero ideologo dell’islamismo, Sayyd Qutb, che ha ridefinito il concetto di iahiliyyah, l’epoca dell’ignoranza pre-islamica, in chiave moderna.

Sosteneva che l’intera società contemporanea (inclusi i governi dei paesi a maggioranza musulmana) fosse sprofondata in una nuova forma di jahiliyyah a causa del secolarismo, del materialismo e dell’adozione di leggi create dall’uomo anziché dalla legge divina.

Conoscersi aiuta a capirsi e fa meglio comprendere i rischi che il lettaralismo sta creando anche in altri ambienti, come indicato dal Brasile.

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Il ritardo giuridico nel mondo islamico è evidente, ritengo quindi che vada favorito il suo passaggio a una logica “secolare”, quella avversata da Qutb. Non per caso il primo utilizzo di questo vocabolo, ai tempi del trattato di Vestfalia, indicava il passaggio di beni e territori dalla Chiesa a possessori civili. Ma i cambiamenti, dopo secoli, richiedono tempo, e per molti vale ancora chiedersi quale Dio venerino i musulmani. Non è il Dio Abramo?

Nelle chiese con liturgia in arabo si prega Allah, cioè Dio (o, forse meglio, “il Dio”) grazie alla grandiosa impresa realizzata nell’Ottocento da due missionari occidentali giunti a Beirut, Eli Smith e Cornelius Van Dyck, con l’ausilio di un dotto dell’islam, Yusuf al Asir. Loro tradussero la Bibbia in arabo. L’Ottocento beirutino ha qui una prova della sua grandezza.

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Dunque il Dio d’Abramo, che unisce i figli dei monoteismi. Mi sembra doveroso ricordare che papa Paolo VI, il giorno dell’Epifania del 1964, a Betlemme, al tempo territorio giordano, stando al testo ufficiale di quel discorso come appare sul sito della Santa Sede, ha affermato: «Que le monde qui Nous entoure daigne donc recevoir aujourd’hui, au nom de Jésus-Christ, Notre salut plein de respect et d’affection. Ce salut déférent, Nous l’adressons d’une manière particulière à quiconque professe le monothéisme et avec nous rend un culte religieux à l’unique et vrai Dieu, le Dieu vivant et suprême, le Dieu d’Abraham, le Très-Haut, celui que justement sur ce sol – en un jour lointain que rappellent la Bible et le Missel – un personnage mystérieux, dont l’Écriture ne nous a transmis ni la généalogie ni la fin, et dont le sacerdoce royal a servi à qualifier celui du Christ lui-même, Melchisédech, célébra comme « le Dieu Très-Haut, créateur du ciel et de la terre » (cf. Gn 14, 19). Nous chrétiens, instruits par la révélation, nous savons que Dieu subsiste en trois Personnes, Père, Fils et Saint-Esprit, mais toujours nous célébrons la nature divine comme étant unique, nous proclamons unique le Dieu vivant et vrai.»

Trad.: Possa dunque il mondo che ci circonda degnarsi di ricevere oggi, nel nome di Gesù Cristo, il nostro saluto pieno di rispetto e affetto. Questo saluto deferente, lo rivolgiamo in modo particolare a chi professa il monoteismo e con noi rende culto religioso all’unico e vero Dio, il Dio vivente e supremo, il Dio di Abramo, l’Altissimo, colui che proprio su questa terra – in un giorno lontano ricordato dalla Bibbia e dal Messale – un personaggio misterioso, la cui genealogia e fine non ci sono state trasmesse dalla Scrittura, e il cui sacerdozio regale servì a qualificare quello di Cristo stesso, Melchisedec, ha celebrato come “l’Altissimo Dio, creatore del cielo e della terra” (cfr. Gen 14,19). Noi cristiani, istruiti dalla rivelazione, sappiamo che Dio sussiste in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, ma celebriamo sempre la natura divina come una, proclamiamo il Dio vivente e vero come uno.

Ora la discussione sulle famose schede predisposte dalla CEI in questi anni, per consentire agli insegnanti di religione di esprimersi con maggiore proprietà e conoscenza in un contesto sociale complesso, mi sembra che non abbia colto l’intenzione di aiutarci ad andare al di là dei pregiudizi o degli steccati. Esigenza a mio avviso evidente, proprio nel senso indicato in questo brano da papa Paolo VI.

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