
«Vi raccomando, non smettete mai di lottare per la giustizia, la libertà, la verità». Sono queste le ultime parole terrene che l’arcivescovo Antonio Cantisani consegna a me e agli amici Franco Cimino e Sebastian Ciancio nei tratti finali della sua esistenza, due giorni prima di spirare il primo luglio del 2021. Sono parole che oggi continuano a chiamare in causa le nostre coscienze e quelle di tutte e tutti, a cento anni dalla nascita.
Nato a Lauria (Potenza) il 2 novembre 1926 e ordinato presbitero nel 1949, è parroco per lunghi anni a Sapri (Salerno). Vescovo dal 1971, Cantisani guida prima l’arcidiocesi di Rossano e poi dal 1980 quelle di Catanzaro e di Squillace che dal 1986 saranno fuse nell’unica arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, sede metropolitana dal 2001. Per vent’anni nel Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, è presidente della Commissione per le Migrazioni dal 1985 al 1995 nonché della Fondazione “Migrantes” dal 1987 al 1995 e della Conferenza Episcopale Calabra dal 1995 al 2003.
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Cantisani serve la Chiesa spinto dall’ansia pastorale di avere «il Vangelo in una mano e il giornale nell’altra». Il suo imponente magistero è custodito nei sei volumi di «Un tempo nel mistero della Chiesa» per il servizio attivo e nei tre volumi de «La parola non può fermarsi» per gli anni dell’emeritato, che ha speso sempre nel capoluogo di regione della Calabria. È anche ricordato per gli studi storici sui vescovi della diocesi di Catanzaro e per la traduzione dal latino all’italiano del Commento ai salmi di Cassiodoro.
Profondo interprete del Concilio Vaticano II, Cantisani confida spesso di ringraziare il Signore tutte le mattine per essere stato chiamato a vivere il tempo dell’assise conciliare indetta da Papa Giovanni XXIII: una vera e propria «primavera dello Spirito».
Il motto episcopale «Evangelizo vobis gaudium magnum» testimonia un limpido ottimismo fortemente ancorato al Vangelo, la lieta notizia per eccellenza. “La gioia non si può contenere”, scrive a proprio pugno nel retro di una fotografia che lo ritrae sorridente con papa Francesco. Per Cantisani la rinnovata autocoscienza della Chiesa come «sacramento universale di salvezza» e «popolo di Dio» porta la comunità ecclesiale a compiere un autentico «salto di secoli».
La cifra di un simile episcopato risiede nella «scelta di povertà», annunciata a Rossano nel 1972 e riaffermata a Catanzaro nel 1980. La povertà per lui non è un’idea astratta, ma un radicamento nelle ferite del Meridione d’Italia. Cantisani, a riguardo, non usa mezzi termini: «la scelta di povertà vorrà dire che non scenderemo mai a compromessi, considerando davvero valore assoluto la coscienza, affermando ad ogni costo – e innanzitutto all’interno della comunità ecclesiale – i valori della verità e della giustizia».
È convinto che «più sono povere le nostre comunità e più chiaramente annunziano il Vangelo». Tant’è che ai preti ricorda che nella povertà, «più che nel celibato», si scorge il «segno della vittoria messianica».
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Al diritto restituisce la sua funzione pastorale, vedendo nel Codice uno «strumento che ci aiuta a vivere il Concilio» per la salus animarum, aprendo a una «legittima creatività giuridica», in cui la norma è al servizio della dignità della persona. L’ecclesiologia di Cantisani si basa sulla «communio», al punto che il periodico che fonda a Rossano ha come testata «Tuttinsieme» e il quindicinale che fonda a Catanzaro-Squillace porta il nome significativo di «Comunità nuova».
Così, se da parroco aveva avviato la significativa esperienza di un Consiglio pastorale su base familiare, da vescovo promuove i Consigli pastorali come «necessità» per la corresponsabilità delle laiche e dei laici. Quando iniziano a circolare le bozze di quello che sarebbe stato il Codice del 1983 si esprime sull’importanza di prevedere come «obbligatori» gli organi di partecipazione ecclesiale.
E, possiamo dire, ha ragione, come dimostra la discussione che rimane aperta ancora ai nostri giorni. In questo ambito si inserisce la sua accorata difesa della dignità femminile: afferma il pieno riconoscimento del «ruolo della donna, che non è un laico di serie B».
Parole profetiche che anticipano la decisione di Papa Francesco di rendere finalmente paritari i ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato, consentendo l’accesso anche alle donne. Un simile orientamento è recepito nel Libro che promulga al termine dek Sinodo dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace (1989-1995), in cui si chiede pure di valorizzare la donna consacrata per la sua specifica identità e non per mero funzionalismo (art. 42). Un sinodo diocesano caratterizzato da una cospicua presenza dei laici (il 57% dei membri).
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L’impegno ecumenico e civile vede Cantisani autore di gesti di audacia profetica. Nel 1990 chiede perdono ai valdesi per le responsabilità storiche della Chiesa cattolica: un gesto che Giovanni Paolo II avrebbe compiuto solo dieci anni dopo, durante il Giubileo del 2000. Nel 2002, in riferimento alla legge Bossi-Fini sull’immigrazione, dichiara che la norma «crea problemi alla mia coscienza di uomo, di cristiano, di vescovo», promuovendo una mobilitazione in diocesi con centomila firme.
Il giurista Giuseppe Dalla Torre mette in guardia da un vescovo che incita alla disobbedienza civile. Ma Cantisani chiarisce che non si tratta di incitare alla disobbedienza, bensì di affermare il rispetto dei principi e dei valori della Costituzione italiana, ritenendo peraltro che rifiutare i profughi «significa rifiutare Cristo presente in quelle persone». Per l’arcivescovo l’impegno civile richiede un’«autentica laicità». E’ davvero un vescovo “laico” Cantisani: sostiene che più di «filosofia cattolica» bisogna parlare di una «filosofia senza aggettivazioni», capace di dialogare con tutte e con tutti.
Questo stile di radicalità evangelica trova oggi continuità nel magistero del cardinale di Napoli don Mimmo Battaglia, ordinato presbitero proprio da Cantisani nel 1988. Nella presentazione dell’opera «La parola non si ferma mai. Studi per mons. Antonio Cantisani» (Esi 2024, a cura di Luigi Mariano Guzzo e Alberto Scerbo) don Mimmo ricorda il “suo” arcivescovo come «un maestro e studioso talmente colto da riuscire a tradurre il pensiero con la vita e a insegnare con la semplicità del cuore e della parola».
Le parole che gli ha rivolto il giorno dell’ordinazione diaconale orientano oggi la sua azione pastorale nella Città partenopea e il suo servizio a favore della Chiesa universale: «Grida il Vangelo, ma gridalo con la vita. Con la vita che deve essere vissuta al servizio dei poveri, dei più poveri».
A cento anni dalla nascita, la figura di Antonio Cantisani continua a risplendere per la sua straordinaria attualità. È stato precursore di temi e riforme, come opzione per i poveri, sinodalità, centralità delle donne, che sono state al centro del pontificato di Francesco e che rimangono nell’agenda del pontificato di Leone. D’altronde, per Cantisani «la Chiesa non può farsi trainare dalla storia ma deve andarle avanti».
Perché l’unica Chiesa credibile è quella che sa farsi povera, tenacemente votata alla difesa della dignità umana e della libertà.





