
Gerhard Lohfink (1934-2024), è stato ordinario di Nuovo Testamento presso la Facoltà di teologia cattolica dell’Università Eberhard Karls di Tubinga. Nel 1987 fece richiesta di lasciare l’incarico di docenza per poter vivere e lavorare nella Comunità cattolica di integrazione (KIG) di Monaco di Baviera, dove proseguì una densa attività di studioso e di conferenziere, nonché di scrittore.
In questo volume egli analizza settanta «detti» (lóghia) di Gesù, particolarmente importanti per la loro concisione, densità di contenuto e profondità di impatto sull’ascoltatore/lettore.
I «detti» analizzati sono distribuiti in sette parti: 1) L’evento della signoria di Dio (10 detti, pp. 17-62); 2) L’invio dei Dodici (sei detti, pp. 62-91); 3) L’esistenza dei discepoli (13 detti, pp. 92-141); 4) Vivere alla luce della signoria di Dio (diciotto detti, pp. 142-223); 5) La pretesa dell’autorità di Gesù (sei detti, pp. 224-260); 6) la crisi d’Israele (10 detti, pp. 261-308); 7) Al cospetto della morte (sette detti, pp. 309-350).
Chiudono il volume le considerazioni conclusive (pp. 351-358), i ringraziamenti (pp. 359-360), l’indice dei passi biblici (pp. 361-368), le corrispondenze liturgiche (pp. 369-370).
Renderemo conto delle interpretazioni di Lohfink circa alcuni lóghia più intriganti.
L’evento della signoria di Dio
Nella prima parte della sua opera (pp. 17-61) Lohfink analizza dieci detti riguardanti l’evento della signoria di Dio.
Gesù proclama la signoria di Dio, afferma che il più piccolo è più grande del più grande, dice ai Dodici che sono beati gli occhi che vedono ciò che essi vedono, compie i miracoli del tempo salvifico, caccia i demòni e vede la caduta dell’avversario. Proclama «Beati voi, poveri», riferendosi ai presenti; esige otri nuovi per il vino nuovo dell’instaurarsi del regno, e si domanda se sia possibile digiunare durante le nozze.
I «violenti» della signoria di Dio
Ci soffermeremo sul detto circa i «violenti» della signoria di Dio (Mt 11,12-13).
Seguiamo da vicino il ragionamento di Lohfink.
La formulazione di Matteo sembra essere più vicina alla fonte dei detti che allo stesso Gesù. La traduzione del greco è però alquanto controversa. In questo “detto dell’assalto” è possibile tradurre il verbo nella forma passiva. Questa scelta si ripercuote anche sull’apodosi – e il detto sarebbe: «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora la signoria dei cieli [= la signoria di Dio] subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono». Tradotte in questo modo – afferma l’autore –, le parole di Gesù sono un amaro lamento: «Tutto ciò che faccio viene distrutto dai miei avversari». E così è stato anche con il Battista, al quale è stata tolta la vita. La signoria di Dio è aggredita dai violenti e i violenti la strappano via a coloro che vorrebbero prendervi parte.
Ma il verbo della protasi nella versione di Matteo può essere tradotto anche nella forma medio/intransitiva, e allora si otterrebbe il testo seguente: «Dai giorni di Giovani il Battista fino ad ora la signoria dei cieli si fa strada con violenza e i violenti se ne impadroniscono».
In questo caso, il “detto dell’assalto” non sarebbe una recriminazione, ma l’esatto contrario: sarebbe un grido di vittoria. La signoria di Dio viene con potenza, e a questo agire potente di Dio corrispondono tutte le persone che fanno il possibile, con grande impegno e massima determinazione, per prendere parte al regno di Dio.
A detta dell’autore, il “detto dell’assalto” è fra i pochi detti di Gesù sulla cui comprensione si sia tanto incessantemente discusso nell’esegesi neotestamentaria.
Nel percorso interpretativo occorre tener conto anche della versione di Luca che dice: «La Legge e i Profeti [arrivano] fino a Giovanni e ognuno si sforza di entrarvi».
Secondo Lohfink, la variante lucana spinge avanti il discorso per due motivi. Innanzitutto, il tempo della legge e dei profeti (compreso Giovanni Battista) è distinto dal tempo dalla signoria. Questo corrisponde alla netta separazione presente in Lc 7,28: «Fra i nati di donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui». Viene quindi data un’interpretazione positiva a ciò che determina l’avvento del regno di Dio: ognuno si sforza di entrarvi. Questo è, quanto meno, un indizio in base al quale anche la versione matteana potrebbe essere intesa in senso positivo.
Ci sono, inoltre, anche varie attestazioni secondo cui il “detto dell’assalto” sarebbe stato il seguente – afferma l’autore –: «La Legge e i Profeti arrivano fino a Giovanni. Da allora in poi la signoria di Dio si fa strada con violenza e i violenti se ne impadroniscono» (cf. p. 55).
Secondo Lohfink, l’autore del Vangelo di Luca ha già interpretato e livellato le cose. D’altro canto, la netta separazione presente in Luca fra il tempo della signoria di Dio e il tempo della Legge e dei Profeti corrisponde molto di più all’annuncio di Gesù, che proclama una novità radicale.
Lohfink si domanda se Gesù avrebbe dovuto davvero dire che la signoria di Dio ha subìto violenza (o quanto meno è stata fortemente limitata) e che i violenti l’avrebbero sottratta agli altri.
Sebbene Gesù sia stato colpito e ostacolato dalle manovre dei suoi avversari, ha però affrontato pubblicamente la loro ostilità. Avrebbe mai detto che erano in grado di fare violenza alla signoria di Dio? È difficili pensarlo – risponde l’autore. E non è per nulla biblico – continua. «Dio non può subire violenza. Da parte di nessuno. Nemmeno dai suoi peggiori avversari. Ben diversa è l’affermazione che la signoria di Dio sta irrompendo con violenza, si sta affermando, sta guadagnando terreno ovunque in Israele. Tale affermazione si inserisce perfettamente nella proclamazione trionfale di Gesù sulla signoria di Dio» (p. 55).
C’è chi obietta che il verbo biazō (esercitare violenza, sopprimere) ha un significato completamente negativo, come pure il sostantivo biastḗs (violento). Pur essendo vero – argomenta Lohfink –, se si considera il significato negativo di biazō e biastḗs, tutto questo non dice però molto. Questa argomentazione non tiene conto infatti di ciò che è così caratteristico di Gesù: che ci permette di giocare con termini convenzionali, immagini e persino generi testuali. Usa termini semplicemente negativi per fare un’affermazione positiva e portare così i suoi ascoltatori al punto.
Lo studioso adduce un esempio tipico della libertà con cui Gesù usa il linguaggio. Si tratta della risposta che dà alle calunnie che i suoi avversari spargevano a causa del suo celibato, diffondendo la voce secondo cui Gesù sarebbe un uomo castrato, evirato. Gesù controbatteva: sì, ci sono «eunuchi per il regno dei cieli» (Mt 19,12), cioè persone che rimangono volontariamente celibi per la signoria di Dio.
Allo stesso modo, anche nel «detto dell’assalto» Gesù gioca con il concetto di violenti. Questi sono certamente figure negative – ammette Lohfink –, ma ora ci sono «violenti» della signoria di Dio, che da questa si lascia cambiare: fanno fare violenza a sé stessi, non hanno alcun riguardo nei propri confronti, mettono tutto in gioco, donano la propria vita – e così conquistano il regno di Dio.
Lohfink riporta altri esempi di figure retoriche di questo tipo, soprattutto nelle parabole. Basta ricordare la parabola dei talenti (Mt 25,14-30) nella quale il terzo dei servi sotterra il suo capitale perché vuole mettere al sicuro ciò che ha ricevuto, mentre i primi due raddoppiano, compiendo speculazioni rischiose o addirittura ricorrendo a metodi al di fuori della legalità. Si comportano esattamente come il loro capo, che «miete dove non ha seminato» (Mt 25,26).
Si può pensare anche alla parabola dell’amministratore disonesto che, a rischio di licenziamento per appropriazione indebita, si assicura il futuro con manovre illecite (Lc 16,1-8).
Sono «eroi immorali» quelli di cui Gesù parla, afferma Lohfink citando l’importante sintagma ritrovato nell’opera di T. Schramm – K. Löwenstein, Ummoralische Helden. Anstössige Gleichnisse Jesu. È proprio attraverso queste figure che Gesù chiarisce la posta in gioco. Nessuno può fermare la signoria di Dio, perché essa è opera di Dio. Però prendono parte ad essa solo coloro che rischiano tutto e mettono in gioco la propria esistenza. La signoria di Dio ha bisogno di questi «violenti», afferma l’autore (cf. p. 56).
In fondo, secondo lui, per risolvere la disputa sul «detto dell’assalto», sarebbe stato sufficiente dare uno sguardo alla metafora della violenza in Mt 5,29-30, dove si dice: «Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene, infatti, perdere una sola delle tue membra piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna».
Qui Gesù – afferma Lohfink –, con estrema durezza e implacabilità, ci esorta a usare violenza contro noi stessi se vogliamo evitare di perdere la vita. Si può aggiungere: per guadagnarla per la signoria di Dio.
Secondo lo studioso, in Mt 11,11-12; 5,29-30 e in molti altri detti altrettanto radicali di Gesù, si è molto vicini al “detto dell’assalto”. «Violenti», in questo senso positivo, sono stati anche i discepoli di Gesù, a cui egli dedica la seconda e la terza parte della sua opera.
I Dodici e la vita dei discepoli
Nella seconda parte della sua opera (pp. 62-91), Lohfink analizza sei detti riguardanti l’invio dei Dodici.
Si tratta di andare come agnelli in mezzo ai lupi, di non prendere nulla per il viaggio, di non fermarsi a salutare nessuno lungo la strada, del comportamento da tenere nella casa in cui si entra, del pane per il giorno che verrà (secondo Mt 6,11) e dell’assicurazione sul fatto che chi ascolta i Dodici ascolta Gesù.
Nella terza parte del volume (pp. 92-141), vengono presi in esame tredici detti riguardanti l’esistenza dei discepoli.
Gesù dice loro che le volpi hanno le loro tane, ma che lui non ha dove posare il capo; occorre lasciare che i morti seppelliscano i morti; chi mette mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto per il regno di Dio. Gesù illustra il senso del celibato per il regno dei cieli, senza aver riguardo per la propria famiglia. Gesù promette però che, già ora, il discepolo ricevere il cento volte tanto, e ricorda ad essi che uno solo è il loro Padre.
Totalmente radicale e controcorrente è il detto su cosa deve fare chi vuol essere il primo fra i discepoli. Ognuno deve portare la propria croce, ma chi perderà la propria vita la salverà. Gesù mette in guardia sulla possibilità paradossale che il sale perda il suo sapore e afferma che chi porta scandalo ai piccoli si deve mettere una macina al collo. Chi darà un bicchiere d’acqua fresca a uno dei piccoli perché è un discepolo, non perderà la sua ricompensa.
Morti che seppelliscono morti
Particolarmente duro è il lóghion sul fatto che occorre lasciare che i morti seppelliscano i loro morti, mentre il discepolo deve seguire Gesù (cf. Lc 9,59-60).
I tre casi presi in considerazione da Gesù sono particolarmente importanti rispetto ai doveri presenti nelle Dieci Parole verso i propri genitori e familiari e sembra evidenziare una durezza che appare poco religiosa e addirittura disumana nei confronti dei possibili futuri discepoli.
«Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti!» dichiara Gesù.
«I morti – i morti»: una retorica calcolata con estrema precisione – afferma Lohfink (cf. p. 96). Tutti sanno che i morti non possono seppellire i morti, perché i morti sono morti. Quindi qui sarebbero coloro che sono «spiritualmente morti» a doversi preoccupare delle sepolture: le persone che non si aprono al messaggio di Gesù, che non hanno capito che l’ora è giunta.
Almeno così viene spesso interpretato il nostro testo – controbatte l’autore –. E questa interpretazione può essere dovuta al fatto che anche in altri passi del Nuovo Testamento si parla di persone spiritualmente morte (cf. 1Tm 5,6; 1Gv 3,14).
Probabilmente, però – annota lo studioso – ciò che Gesù ha detto in tale occasione era ancora più esigente. Forse intendeva dire – rimandando al commentario di U. Luz a Matteo –: «Adesso si tratta dell’annuncio del regno di Dio – adesso si tratta della vita in un mondo nuovo. Cosa mi interessa ora dei morti – lasciate che i morti, cioè i defunti, si seppelliscano tra loro»?
Sarebbe un’ironia portata all’estremo. In tale caso Gesù non avrebbe fatto differenza tra coloro che erano realmente morti e coloro che sono spiritualmente morti. Per lui ci sarebbe stato solo un aut aut: vivere nella sfera della morte o nella sfera della vita, cioè nell’ormai incipiente storia di Dio.
O così o così! Questa parola di Gesù è sconvolgente – ammette Lohfink –. Per un ebreo del tempo di Gesù, questa parola deve essere stata ancora più scandalosa che per noi. Una onorevole sepoltura dei morti, infatti, era un imperativo supremo, un comandamento importante, più importante di tutti gli altri. Anche per noi però: basti immaginare che proprio nostro padre stia morendo e non possiamo nemmeno prenderci il tempo di fargli visita o di andare al suo funerale.
L’autore si chiede se con questo lóghion Gesù si sia posto al di sopra dei comandamenti di Dio. No – risponde in modo deciso –, ma li ha interpretati in autonomia e signoria – come se fosse lui stesso il legislatore. Gli scribi collezionavano i passi biblici per reinterpretare nel modo più meticoloso possibile ciò che era scritto nella Tôrâ. Discutevano animatamente intorno a ogni lettera. Gesù è diverso! Parla e agisce effettivamente come se fosse al posto di Dio.
Alla pretesa di autorità rivendicata da Gesù, Lohfink dedicherà in modo dettagliato la quinta parte del suo volume.
Vivere alla luce della signoria di Dio
Nella quarta parte della sua opera (pp. 142-223) Lohfink si sofferma sulla tematica del vivere alla luce della signoria di Dio. Esamina diciotto detti di Gesù.
C’è il caso di chi si adira contro il proprio fratello, il divieto di qualunque culto senza riconciliazione, l’affermazione sull’adulterio compiuto già con gli occhi e l’affermazione del delitto capitale del divorzio.
Meglio una mano mozzata, che entrare con due mani nella Geénna; non bisogna giurare affatto e occorre rinunciare alla violenza. Gesù richiede l’amore per i nemici e, nella preghiera, occorre tener presente che Dio sa di quali cose abbiamo bisogno. Inoltre, non darà mai una pietra al posto del pane.
Non bisogna giudicare, ma togliere la propria trave nell’occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello. Nessuno può servire due padroni, e la ricchezza è un grosso problema: famosa è l’immagine del cammello e della cruna dell’ago.
Un lóghion decisivo è quello riguardante ciò che rende impuro l’uomo (Mc 7,15), mentre è altrettanto importante la giusta valutazione delle cose: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, ma quello che è di Dio, a Dio» (Mc 12,17). Per poter entrare nel regno di Dio, è necessario accoglierlo come lo accoglie un bambino e cercare anzitutto il regno di Dio.
La tassa a Cesare e Dio
Gesù si sottrae in modo ammirevole all’insidiosa domanda sulle tasse da pagare o no. Risponde: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, ma quello che è di Dio, a Dio».
La prima parte del versetto va chiaramente contro gli zeloti e il loro rifiuto di pagare la tassa a Cesare, per la quale serviva proprio la moneta d’argento. Questa moneta diventa una «strumento didattico» per Gesù. Ma in che modo? L’hanno detto gli avversari stessi di Gesù: immagine e iscrizione sono «di Cesare». Vale a dire: la moneta appartiene all’imperatore. Certo, non come bene di proprietà privata, ma come simbolo tangibile della sua autorità, del suo dominio e del suo potere, in circolazione ovunque.
Gesù non mette in questione questo dominio, un dato di fatto di cui prende oggettivamente atto. I decenni successivi confermeranno il senso di realtà di Gesù: la rivolta degli zeloti contro Roma porterà a cruente battaglie, a innumerevoli morti in Israele e alla distruzione di Gerusalemme e del tempio.
Naturalmente – continua Lohfink –, Gesù non si ferma a questa prima riga, ma va avanti. Spesso viene tradotto: e (kái) quello che è di Dio a Dio». Ma il kái qui ha un valore avversativo, e la giusta traduzione dovrebbe qui essere «ma».
Si deve poi aggiungere che anche questo parallelismo – come molti altri parallelismi antitetici – ha il suo vertice nella seconda riga.
Il primo stico era rivolto contro gli zeloti e i loro piani di sommossa. In quel verdetto Gesù sembrava schierarsi dalla parte dei suoi avversari sadducei. Ma poi, per così dire, fa una pausa e giunge con impeto a ciò che gli sta a cuore: «Ma rendete a Dio quello che è di Dio». E questo è un secco rifiuto dato alla classe dirigente di Gerusalemme, che non chiede quale sia la volontà del Dio vivente, ma desidera solo mettere a tacere Gesù.
Questa risposta negativa data agli avversari di Gerusalemme, che al tempo stesso fa emergere la vera relazione con Dio, è il centro del nostro lóghion.
Nei commentari più recenti si legge spesso che questo detto di Gesù non permette di trarre conclusioni sul rapporto tra Stato e Chiesa. Lohfink cita i commentari di Luz a Matteo e quello di Wolter a Luca. L’ammonimento è comprensibile, dal momento che, nella storia della Chiesa, Mc 12,17 è stato troppo spesso utilizzato per legittimare il rapporto tra Chiesa e Stato, anche se si trattava di un rapporto estremamente discutibile. Sembra però che questi richiami non centrino il bersaglio.
Secondo l’autore, dietro la risposta di Gesù c’è ben più di una brillante parata contro gli zeloti, da un lato, e contro l’aristocrazia del tempio, dall’altro. Se si va alle radici, si tratta indubbiamente della giusta conformazione sociale del popolo di Dio.
Il popolo escatologico di Dio, che Gesù vuole radunare in vista della signoria di Dio che si sta inverando – ricorda Lohfink –, non deve essere una teocrazia come gli zeloti si augurano e vogliono realizzare con la violenza e il terrore; vale a dire la completa compenetrazione tra potere statale e religione. Con l’uscita dall’Egitto, Israele è stato sottratto una volta per tutte all’infausto ordinamento della «teocrazia».
Il popolo escatologico di Dio non deve essere nemmeno una struttura di potere come l’Impero romano. Senza dubbio Gesù sa che un governo statale e le forze dell’ordine sono necessari. Da qui il «rendete a Cesare quello che è di Cesare!». Ma una struttura come l’Impero romano è fondata sul potere e sulla violenza, mentre il popolo escatologico di Dio dovrà essere assolutamente privo di violenza.
Il vero popolo di Dio, dice Gesù ai suoi avversari, deve dare a Dio «ciò che è dovuto a Dio».
Secondo l’autore, questo non può che essere un riferimento al comandamento principale di Dt 6,5: Israele deve amare il Signore suo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questo amore dev’essere vissuto concretamente secondo la Tôrâ d’Israele, certamente nel modo in cui la interpreta Gesù. E, quando si tratta della forma sociale del popolo di Dio, la Tôrâ ha in mente una società giusta, ma di sicuro non uno Stato, perché nella sua forma biblica finale la Tôrâ è stata preceduta dal fallimento dell’esperimento con lo Stato.
I corpi legislativi della Tôrâ vogliono una società che si sottometta a Dio in libera fedeltà e che imposti la sua vita comunitaria sotto la piena osservanza dei comandamenti di Dio. Una struttura di potere reale non compare affatto nei corpi normativi della Tôrâ – ricorda l’autore –. Solo nel Deuteronomio compare marginalmente la figura del re, ma appunto non come sovrano, bensì come parte di una società caratterizzata dalla separazione dei poteri. Inoltre, il re deve portare sempre con sé un rotolo della Tôrâ, studiarla per tutta la vita e vivere come un israelita modello (Dt 17,14-20).
Gesù non era un maestro della Tôrâ – scrive Lohfink –, ma la conosceva benissimo e, con la lucidità che gli era propria, ne aveva riconosciuto l’intento vero e proprio: un popolo eletto da Dio, che sceglie liberamente di amare Dio con tutta la sua esistenza e di realizzare questo amore per Dio in tutti gli ambiti della vita come «amore per il prossimo», cioè come solidarietà con tutti i fratelli e le sorelle del popolo di Dio. Anche in questo ambito risplenderebbe l’identità di tutte le cose e di tutte le relazioni orientata alla creazione.
Gesù non ha rifiutato lo Stato come forza dell’ordine – conclude lo studioso –. Ma avrebbe rigorosamente disapprovato che le persone attraverso lo Stato, e con l’aiuto dello Stato o imitando forme di governo dello Stato potessero servire il lieto annuncio della signoria di Dio. Questo è esattamente quello che, secondo l’autore, afferma Mc 12,17.
La pretesa di autorità di Gesù
Nella quinta parte della sua opera (pp. 224-260) Lohfink tratta della pretesa di autorità di Gesù.
I saggi di lettura riportati più sopra hanno già dimostrato come Gesù avesse la pretesa di possedere un’autorità a livello di Dio.
In questo capitolo si può quindi già immaginare come l’autore svilupperà il suo ragionamento.
I sei lóghia esaminati ricordano, in successione, l’affermazione radicale di Gesù rivolta al paralitico calato dal tetto: «Ti sono perdonati i tuoi peccati» (Mc 2,5). In Mt 8,10 Gesù afferma circa la fede del centurione – un comandante straniero che invoca l’aiuto di Gesù per il suo servo che è sul punto di morire –: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande» (Mt 8,10).
L’affermazione «in verità/amen» pronunciata prima del gesto fa trasparire tutta la pretesa di autorità di Gesù nel suo pronunciamento.
«Qui vi è uno più grande di Salomone», afferma Gesù – in un pronunciamento contestualizzato nel giorno del giudizio –, parlando della regina del Sud, venuta ad ascoltare la sapienza del re Salomone (cf. Lc 11,31-32). Un re famoso per la sua ricchezza e potere ma soprattutto per la sapienza e la conoscenza di ogni sorta di scienze, di arti, componimenti poetici ecc.
Gesù porta la pace, ma anche no; porta la spada della decisione per il Regno (Mt 10,34-36). Gesù risorto riconoscerà chiunque lo riconoscerà sulla terra (Lc 12,8-9). Alla domanda del sommo sacerdote se Gesù sia il Cristo (= Messia), il Figlio del Benedetto, egli risponde: «Io lo sono. E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,61-62). Il commento di Lohfink a questo lóghion è molto ricco (cf. pp. 249-256).
La crisi di Israele
Nella sesta parte del volume (pp. 261-308) Lohfink esamina i dieci lóghia di Gesù che si riferiscono alla crisi di Israele.
Gesù bolla severamente i suoi interlocutori scribi e farisei «ipocriti»: filtrano il moscerino ma ingoiano il cammello (cf. Mt 23,24). Filtrano le leggi supererogatorie frutto della loro riflessione interpretativa sulla Tôrâ, ma poi trasgrediscono le prescrizioni più gravi, importanti (in ebraico, «pesanti»/qashot): la giustizia, la misericordia e la fedeltà.
In Lc 11,52 Gesù rinfaccia ai dottori della legge: «Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
La forma al passato non corrisponde in Luca alle invettive ordinarie, che sono quasi esclusivamente al presente e tali devono essere. È evidente – annota Lohfink – che qui Mt 23,13 si avvicina maggiormente al testo originario.
Va tenuto presente – rammenta l’autore – che la trasmissione dei detti di Gesù «era un processo vivo, che non solo cercava di preservare il testo originario, ma anche di collocarlo nel presente ecclesiologico del tempo. Proprio la composizione del discorso contro scribi e farisei in Mt 23 mostra come le comunità per le quali Matteo scrisse il suo vangelo fossero ancora coinvolte in dispute con la sinagoga» (p. 265).
Vi sono alcuni aspetti che lasciano intuire che solo Matteo abbia aggiunto l’attributo «ipocriti» a scribi e farisei.
Lohfink afferma che il detto con la «chiave della conoscenza» è più difficile di quello che menziona il «regno di Dio». I testi più difficili sono spesso più autentici dei loro paralleli che scorrono più lisci e suonano orecchiabili, perché probabilmente sono l’esito di interventi fatti per renderli tali. «Gesù rimprovera agli scribi di non fare ciò che la loro professione richiedeva: aprire la sacra Scrittura al popolo. Anzi, facevano il contrario, dice Gesù: non aprono la Scrittura alla gente, ma la chiudono. Non commettono singoli errori nell’interpretazione dei testi biblici, ma impediscono la corretta interpretazione complessiva della Scrittura. Hanno gettato via la chiave necessaria per comprendere la Bibbia, e non solo per coloro che si rivolgono loro come insegnanti, ma anche per loro stessi» (pp. 265-266).
Alla luce della parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14), Gesù dimostra che la misericordia gratuita di Dio è un tratto fondamentale già nell’Antico Testamento. La Bibbia ebraica non è una raccolta di leggi. Tutti i comandamenti fanno parte di una storia inaudita: quella della misericordia divina donata gratuitamente a Israele che lo introduce in una promessa sconfinata e lo fa uscire di continuo dalla sua miseria.
Il filo rosso della Bibbia – annota Lohfink – è una storia di liberazione. Chi si fissa solo sui comandamenti e sui divieti non riesce a vedere questo motivo conduttore e, di conseguenza, non riesce a comprendere l’essenza del regno di Dio. Non ha la chiave della conoscenza che permette di comprendere la sacra Scrittura. Non entra nella salvezza donata da Dio e impedisce agli altri di entrarvi.
Un detto molto importante e difficile è quello di Mc 11,12, che spiega l’enigmaticità delle parabole per coloro che sono «fuori». Ed è la maggioranza di Israele! Un vero problema teologico…: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene [solo] in parabole, affinché guardino sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato». Per chi non si apre a Gesù, resta «fuori» del popolo escatologico che lui sta formando, tutto resta enigmatico.
Lohfink menziona, quindi, i detti ammonitori sui tempi escatologici già iniziati. Sono i lóghia sulla nuvola che sale da ponente, sul regno che viene senza attirare l’attenzione, sulla negazione di un ulteriore segno dal cielo chiesto a Gesù. Chi non raccoglie con lui, disperde.
Tenera e tragica è la metafora della chioccia applicata a Gerusalemme: «Gerusalemme, Gerusalemme, tu uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho dovuto [così Lohfink traduce ēthelēsa, lett. «volli»] raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi» (Lc 13,34-35).
Altrettanto forti sono le ammonizioni/guai/invettive rivolte a Corazìn (Lc 10,13-15) e a coloro che saranno esclusi dal banchetto escatologico (Lc 13,28-29).
Al cospetto della morte
Nella settima e ultima parte del suo lavoro (pp. 309-350) Lohfink commenta sette lóghia di Gesù riguardanti il trovarsi al cospetto della morte.
In Lc 12,49-50 Gesù confessa il suo desiderio mischiato ad angoscia di fronte al battesimo di morte nel quale sarà battezzato. Egli è convinto che nel terzo giorno – il giorno in cui nella Bibbia avviene sempre qualche capovolgimento e qualcosa di decisivo – la sua opera sarà compiuta (cf. Lc 12,31-32).
Gesù rassicura il suo piccolo gregge e lo invita a non avere paura, perché ci sarà sempre la protezione del Risorto (cf. Lc 12,32).
Il destino dei Dodici sarà quello di essere giudici delle dodici tribù di Israele ((Mt 19,28). Un detto intrigante.
Vita in riscatto per molti
Decisivo per la soteriologia cristiana e per l’illustrazione del significato dato da Gesù a tutta la sua vita è il detto riportato in Mc 10,45: «Il Figlio dell’uomo […] non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Con la stessa autorità con cui si serve della Scrittura, Gesù si rifà ora anche a Is 40–55, il cosiddetto DeuteroIsaia.
«Figlio dell’uomo» rimanda a Dn 7. Gesù riferisce a sé questo titolo, così come la figura del servo di Dio di Isaia. Gesù si spoglia «fino alla morte» (cf. Is 53,12).
La parola «molti» collega il detto a Is 52,13–53,12, dove ricorre quattro volte. Il termine «riscatto» rimanda direttamente a Is 43,3, che va letto nel suo contesto di Is 43,1-7. Dio riscatta il suo popolo dall’Egitto e da Babilonia.
Gesù dà la sua vita in «riscatto» per «molti», «in favore di molti». «Riscatto» ha un retroterra di significato giuridico (cf. Es 21,29-30: riscatto da pagare nel caso di una mucca che uccida una persona a causa della negligenza del suo proprietario). Con la propria vita Gesù riscatta la vita di «molti», di per sé perduta.
A favore di chi viene pagato l’alto prezzo? Lohfink risponde: «In Is 43,3 “molti” si riferisce chiaramente a Israele. In Is 52–53 è rivolto in maniera univoca alle nazioni».
Annota lo studioso: «In Mc 10,45 resta aperto: diamo una volta tranquillamente per scontato che anche Gesù si riferisca a Israele, ma, allo stesso tempo, alle nazioni oltre a Israele. In ogni caso, qui c’è una sostituzione: Gesù dà la sua vita in sostituzione «per» Israele – e secondo numerosi testi dell’Antico Testamento – Israele rappresenta le nazioni» (pp. 330-331; l’autore cita Is 42,6; 49,6 ma anche Gen 12,2-3).
Gesù si spoglia della sua vita fino alla morte
Secondo l’autore, molti non accettano che si alluda a riscatto, sofferenza vicaria ed espiazione, perché non si concilierebbe con il messaggio e la prassi di Gesù e il perdono incondizionato da parte di Dio. Ma l’annuncio e la vita annunciata nel regno esige radicalità, come Gesù ha richiesto ai suoi discepoli.
Lohfink scrive: «La spoliazione del proprio io era un dato di fatto fin dall’inizio del ministero di Gesù. Quando poi un giorno ha parlato di dare la propria vita “per molti”, la strada era già stata preparata da tempo. La novità era solo un crescendo della situazione e l’interpretazione teologica con cui si doveva rispondere a questa escalation […]. In una nuova situazione che si aggrava senza pietà, Gesù interpreta la morte che lo minaccia come l’ultimo atto di salvezza da parte di Dio. E lo fa con termini che gli sono stati preconsegnati dalla sua Bibbia, ma soprattutto da Is 40–55. All’inizio lo fa ancora quasi a tentoni, come nei testi finora discussi. Successivamente, lo fa in maniera definitiva e in una forma che arriva a toccare corde profonde durante l’ultima cena» (p. 332).
Gli ultimi due lóghia commentati da Lohfink sono dedicati alle parole dell’Ultima cena (Mc 14,22-24) e a quelle riguardanti l’incontro al banchetto escatologico (Mc 14,25).
Il testo dell’autore corre fluido, con un dettato semplice e molto comprensibile, senza tecnicismi, con note a piè di pagina ridotte al minimo.
Non vi è chi non veda la ricchezza enorme racchiusa nel volume composto da Gerhard Lohfink quasi come un canto del cigno. Il numero elevato di detti commentati – spesso di difficile interpretazione –, insieme alla loro decisività per la comprensione della persona e del pensiero di Gesù ne fanno una preziosa miniera a cui attingere a piene mani.
- GERHARD LOHFINK, Le parole più importanti di Gesù. Un’analisi dei lóghia nel Nuovo Testamento (Biblioteca di Teologia contemporanea 228), Queriniana, Brescia 2025 (or. ted. Freiburg i. Br. 2022), pp. 376, € 47,00, ISBN 9788839936288.





