Lettere da Lampedusa /3

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Suor Maria Cristina Tibaldo, vicentina, è Carmelitana minore della Carità. È tra le cinque suore di diverse congregazioni che attualmente vivono a Lampedusa e fanno parte del progetto dell’Unione italiana superiore generali (UISG) per accogliere i migranti durante gli sbarchi al molo Favarolo. Proseguiamo la pubblicazione di alcune delle sue lettere da Lampedusa.

Lampedusa 24 ottobre 2024 (S. Antonio Maria Claret)

Questa mattina presto ho fatto la mia prima uscita da sola, sono ritornata al molo Favarolo. Avevo bisogno di vedere com’era il molo senza quei nostri amici sbarcati il giorno prima. Il mare è mosso, con molto vento. Rivedo quel bambino: 6 o 7 anni, una coperta sulle spalle, una coperta troppo troppo pesante per lui, così gracilino… camminava con difficoltà. Un dente sì e uno no, camminava da solo, e dietro a lui nessuno…

Stavano sbarcando altri: qualcuno era già seduto sulle panchine, giovani, meno giovani, una mamma e un papà con 5 o 6 figli, una piccola ancora in braccio.

E c’eravamo noi: i militari, la polizia, i guardacoste, i volontari, la Croce Rossa. Pochi movimenti, ben studiati, ognuno sa quello che deve fare senza intralciare il lavoro dell’altro (come si suol dire: ognuno fa il suo pezzettino).

Sembrava un momento SACRO! Io non conoscevo nessuno, se non la suora che stava con me. Pochissime parole, soprattutto tra i volontari, si comunica con lo sguardo e si agisce: si da’ da bere, si aiuta a cambiare i vestiti inzuppati d’acqua, si avvolge nella coperta… Con lo sguardo si capisce che l’altro volontario ha bisogno perché ha solo due mani… le altre due gliele devi prestare tu.

Allora, questa mattina sono dovuta ritornare al molo… pensavo: chissà se qualcuno era rimasto lì? Ma non c’era più nessuno! Speravo di rivedere i due barconi arrugginiti… sono sicura che loro avrebbero potuto raccontarmi tante cose, ma non c’erano più. Chissà dove li hanno portati? Anche loro hanno fatto il loro servizio.

Resta solo quest’INCONTRO: mare, barcone, terra ferma, panchine… ci sono delle panchine di ferro tutte arrugginite (visto che spesso fanno il bagno con l’acqua salata) ma ora vicino a quelle hanno messo delle panchine nuove, tutte colorate con farfalle e fiori, mandate dagli oratori di Bergamo.

Mi sembra un segno molto bello che arrivino da là dove il Covid ha seminato tanta sofferenza qualche anno fa. Panchine che permettono di fermarsi a riposare un po’ prima di proseguire il proprio cammino della vita. Su queste panchine ci siamo guardati… e poi, il pulmino della Croce Rossa li ha caricati un po’ alla volta per portarli al centro di accoglienza.

Da lì entro brevissimo tempo partono per qualche città europea… E POI? Il film Io Capitano rende bene l’idea: si arriva in Italia il più delle volte traumaticamente… E POI?

Mi dicono che è quasi impossibile, se non con permessi speciali, ma uno di questi giorni mi piacerebbe andare a trovare quelli del centro d’accoglienza. Ci voglio provare.

Durante il giorno, in casa, a parte le varie mansioni e i momenti di preghiera comunitaria, andiamo alla messa in chiesa e poi a visitare le famiglie, soprattutto dove ci sono ammalati e anziani. La domenica si porta l’Eucarestia a chi lo desidera. La gente è molto molto accogliente, c’invitano spesso a pranzo o anche al bar per un caffè.

«Andate e invitate al banchetto tutti» (Mt 22,9) ci diceva la Giornata Missionaria Mondiale pochi giorni fa. Qui ancora una volta sono stata io ad essere invitata in casa dagli altri. Non ero certo partita pensando di salvare quelli di Lampedusa e i suoi amici di passaggio, ma confesso che non avevo messo in conto che forse è Lampedusa e i suoi amici di passaggio che salvano me.

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