Anthropic davanti al Papa: alla ricerca dell’aiuto della Chiesa

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Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, alla presentazione di Magnifica humanitas (AP Photo/Alessandra Tarantino) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Christopher Olah alla presentazione di Magnifica humanitas (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Pur essendo comprensibili le obiezioni alla presenza di Christopher Olah alla presentazione di Magnifica humanitas, «il suo intervento è stato sincero e opportuno. Si tratta di un caso singolare, che merita di essere meditato in vista del futuro: la Chiesa non è chiamata né a benedire né a condannare l’industria tecnologica, ma a riflettere sull’umano proprio nel momento in cui i confini dell’umano vengono ridefiniti». Dalla rubrica di p. Antonio Spadaro, Vatican Diary, ospitata sul portale Global Catholic (29 maggio 2026; originale inglese).

La presenza di Christopher Olah nell’Aula del Sinodo lo scorso 25 maggio, in occasione della presentazione di Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone, non è stata priva di controversie. Alcuni critici hanno sottolineato una certa dissonanza: un cofondatore di Anthropic, una delle aziende impegnate nello sviluppo della stessa tecnologia che l’enciclica intende regolamentare, seduto accanto a cardinali e teologi.

Qualcuno vi ha visto il rischio di una legittimazione, persino di un’attività di lobbying mascherata da sensibilità etica. Si tratta di preoccupazioni comprensibili.

Olah ha trentatré anni, è canadese e miliardario. Dirige la ricerca sull’interpretabilità dell’intelligenza artificiale presso Anthropic, cioè lo sforzo volto a comprendere ciò che accade all’interno dei modelli di IA. Non è un diplomatico né un filosofo. È uno di coloro che costruiscono questa tecnologia.

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Eppure il suo intervento merita una lettura più attenta. Ha parlato come costruttore, chiedendo aiuto a chi si trova al di fuori del cantiere. Ha riconosciuto, con un realismo privo di cinismo, che ogni laboratorio all’avanguardia nel campo dell’IA — compreso il suo — opera sotto incentivi che possono entrare in conflitto con ciò che è giusto fare: la pressione commerciale, la pressione geopolitica e le più antiche pressioni dell’orgoglio e dell’ambizione.

Olah ha chiesto l’intervento di voci esterne che tali incentivi non possano piegare. E ha indicato la Chiesa.

Questo atteggiamento è significativo. Olah non è venuto per rassicurare né per promuovere un prodotto. È venuto a confessare un limite: la tecnologia più potente del nostro tempo si sviluppa all’interno di un campo di forze che nessun codice etico interno è in grado, da solo, di neutralizzare. Il fatto che egli abbia individuato nella Chiesa un necessario contrappeso rappresenta, dal punto di vista politico, l’aspetto più rilevante dell’intero evento.

Sul piano epistemologico, il suo intervento diventa ancora più interessante. Olah descrive i modelli di IA non come manufatti ingegneristici — come un ponte, del quale comprendiamo ogni componente — bensì come strutture cresciute su un’impalcatura modellata sul cervello umano e alimentate dall’eredità del nostro pensiero e del nostro linguaggio. Sono fatte di noi, delle nostre parole. E rimangono misteriose perfino per coloro che le addestrano.

Ciò conferma quanto sostengo da tempo: la questione dell’intelligenza artificiale non è una questione tecnica con conseguenze etiche, ma una questione spirituale con implicazioni tecniche.

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Olah pone tre interrogativi.

Anzitutto, la questione dei poveri: il rischio che l’IA sostituisca il lavoro su vasta scala, mentre i benefici rimangano concentrati nelle nazioni più ricche.

In secondo luogo, la fioritura umana [human flourishing]: che cosa significhi vivere pienamente in un mondo permeato dai modelli generativi, in cui l’intelligenza artificiale non è più qualcosa che utilizziamo, ma che abitiamo.

Infine, la natura stessa dei modelli. Olah afferma di imbattersi continuamente in fenomeni misteriosi al loro interno e di essere consapevole della necessità di un costante discernimento.

È qui che la voce della Chiesa diventa necessaria: non perché la teologia disponga già di risposte sull’eventuale coscienza artificiale, ma perché possiede una tradizione millenaria di discernimento degli spiriti, capace di distinguere ciò che è autentico da ciò che si limita a simulare l’autenticità. Simulare non significa creare. La simulazione produce effetti; la creazione implica responsabilità.

Pur essendo comprensibili le obiezioni alla presenza di Olah, il suo intervento è stato sincero e opportuno.

Si tratta di un caso singolare, che merita di essere meditato in vista del futuro: la Chiesa non è chiamata né a benedire né a condannare l’industria tecnologica, ma a riflettere sull’umano proprio nel momento in cui i confini dell’umano vengono ridefiniti.

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