Lefebvriani: nomi nuovi, parole stanche

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La Fraternità sacerdotale San Pio X ha annunciato i nomi dei quattro preti che verranno ordinati vescovi il 1° luglio a Ecône (Svizzera), mentre emergono memorie sui confronti che hanno preceduto le scelte scismatiche del 1988 e si alzano le voci critiche nei loro confronti dei cattolici a loro vicini per denunciare una decisione dalla conseguenze gravi.

Dopo la morte di Bernard Tissier de Mallerais e di Richard Williamson dei vescovi ordinati nel 1988 restano Alfonso de Gallareta e Bernard Fellay. I quattro prescelti fra i circa 700 preti che compongono la fraternità sono giovani (da 36 a 53 anni), di diverse provenienze nazionali con pregressi impegni soprattutto nei loro seminari (due in Francia, uno in Svizzera, Baviera-Germania e Virginia-USA).

Pascal Schreiber, svizzero di 53 anni, è stato ordinato prete nel 1998. Ha diretto alcune scuole superiori della Fraternità diventando poi superiore del distretto svizzero e responsabile del seminario in Baviera (Zaitskofen).

Michaele Goldade, statunitense di 45 anni è stato direttore, parroco e rettore del seminario San Tommaso d’Aquino in Virginia.

Michel Poinsinet de Sivry è francese e ha 42 anni. È stato ordinato nel 2008, ha diretto diverse scuole ed è superiore del distretto del Benelux dal 2022.

Marc Hanappier è francese e ha 36 anni. Ordinato nel 2013, è stato impegnato nell’insegnamento della teologia prima in Francia e poi nel seminario in Virginia.

Tutti hanno alle spalle famiglie cattoliche con numerosi figli. Nel comunicato della Fraternità che li ha presentati i toni sono molto irenici in contrasto con la durezza della decisione: «Il superiore generale ribadisce che la scelta e la consacrazione di questi eletti non procedono da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa. Esse non costituiscono in alcun modo una negazione, un rifiuto o una sfida al potere di giurisdizione supremo, pieno e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale. La cerimonia del 1º luglio non avrà altro scopo se non quello di assicurare la continuità nell’amministrazione dei sacramenti dell’ordine e della confermazione, così come dei sacramentali riservati ai vescovi, secondo il rito tradizionale della santa Chiesa romana e la fede di sempre».

Sono note le posizioni anticonciliari e le loro pretese giustificazioni.

Da Höffner  a Müller

La rivista Communio ha pubblicato nel suo numero di maggio, con la firma di Dominik Heringer, i contenuti di un confronto severo che il card. Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia, ebbe con mons. Marcel Lefebvre nel dicembre 1977 nel convento femminile di Bühl/Baden.

Il prelato discusse con il vescovo dissidente sei tesi che ripercorrono le stesse ancora oggi proposte, in particolare le critiche all’apertura alle altre religioni (in primis l’ebraismo), le riforme liturgiche e il riconoscimento della libertà religiosa. Sottolineò le contraddizioni del vescovo che, da superiore maggiore della sua congregazione, pretendeva dai suoi religiosi nel 1962 il pieno consenso alla Chiesa e al papa, e poi, nel 1974, diceva: «Nessuna autorità, neanche la più alta nella gerarchia della Chiesa, può costringerci ad abbandonare o a sminuire la nostra fede cattolica».

E incalzava: «Lei possiede forse un primato supremo, una super-infallibilità? O si appella alla sua coscienza contro il primato e l’infallibilità del papa?… È una contraddizione intrinseca abbandonare la tradizione della Chiesa in nome della tradizione».

Lefebvre rispondeva invocando la correctio fraterna della tradizione tomista. Il cardinale ricordava al dissidente la lettera con cui Paolo VI sottolineava come il ripudio del concilio si accompagnasse al rifiuto dell’autorità della Sede apostolica. Inoltre, appariva fragile l’imputazione al nuovo rito di aver cancellato il carattere sacrificale della messa e che il riconoscimento del primato della coscienza in ordine all’appartenenza alle diverse fedi non significava il rifiuto alla decisività della mediazione del Cristo per la salvezza.

Le scelte ecumeniche non potevano venire denunciate come una semplice equiparazione delle differenti confessioni. Il tutto si concluse con il rifiuto di Lefebvre a celebrare in latino nel nuovo rito, a riconoscere il Vaticano II (che lui aveva firmato) e ha onorare il primato della giurisdizione del papa.

Fra le voci critiche che i “conservatori” cattolici stanno facendo alla scelta di nuove ordinazioni della fraternità, cito il card. Gerhard Ludwig Müller, che, in un’ampia intervista a Kath.net, ha detto: «Sembrano ignari della (loro) contraddizione con la fede cattolica, dato che il papa romano è, in caso di dubbio, il criterio decisivo ultimo per la cattolicità». Li invita a spiegare la differenza fra la loro posizione e quella di Lutero nella disputa di Lipsia del 1519 in cui affermava «Anche i concili possono errare». «Nessuno ha diritto alla consacrazione episcopale che appartiene alla Chiesa e non ai singoli gruppi in base alla pretesa di garantire la continuità di esistenza della propria organizzazione secondo diritti puramente umani». «La soluzione appropriata sarebbe che la Fraternità sacerdotale San Pio X non presumesse di dettare al papa le condizioni per la sua piena reintegrazione nella Chiesa cattolica, ma che riconoscesse, in conformità al concilio Vaticano I (1870), al quale si appella così prontamente, che non si può essere pienamente cattolici senza la piena comunione con il papa, attualmente papa Leone XIV».

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