Un classicista cattolico sull’«Odissea» di Nolan

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Jason Baxter è un accademico cattolico statunitense, specialista di letteratura medievale, filosofia e teologia, particolarmente noto per i suoi studi su Dante, C.S. Lewis, il pensiero medievale e la mistica cristiana. Oltre all’attività accademica, scrive articoli divulgativi per riviste cattoliche, tra cui America, affrontando temi che spaziano dalla cultura alla letteratura, dal cinema alla spiritualità. Attualmente è direttore del Center for Beauty and Culture presso il Benedictine College (Atchinson, Kansas). America, 17 luglio 2026 (originale inglese)

Nella sua recensione video dell’Odissea di Christopher Nolan, l’artista e filosofo canadese del mito Jonathan Pageau ha espresso ciò che molti di noi, legati ai grandi classici, provano da oltre un anno: il timore che il nostro regista preferito potesse non riuscire a rendere giustizia al nostro libro preferito (o, nel mio caso, al secondo preferito).

Dopo disastri cinematografici come Troy, avevo giurato di non guardare più adattamenti hollywoodiani dei classici dell’antichità. Se trascorri ore ogni giorno, ogni settimana, per anni, cercando semplicemente di cogliere anche solo una scintilla della magia della letteratura del mondo antico, inevitabilmente guardi con sospetto chi tenta di trasformare quelle storie amate in un tradizionale blockbuster estivo, rischiando di «contaminarle», per usare l’espressione di Pageau.

Christopher Nolan era l’unico regista al quale fossi disposto a concedere il beneficio del dubbio, e la recensione di Pageau mi aveva incoraggiato. Egli sosteneva infatti che non solo il cast multiculturale non sottraeva nulla al film, ma che Nolan era riuscito a conservare il nucleo mitico della vicenda.

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Con tutto il rispetto per il mio collega e collaboratore, devo però dissentire, almeno in parte. Pageau ha ragione quando afferma che il cast multiculturale non interferisce con la narrazione. Ed è vero anche che il film possiede un nucleo profondo: come osserva Pageau, l’opera è essa stessa un cavallo di Troia. Tuttavia, quel nucleo è politico, psicologico e, negli ultimi minuti, sviluppa una sorprendente filosofia della storia. Non è però propriamente «mitico».

Personalmente non ho avuto alcun problema con il casting multiculturale e credo che quanto prima riusciremo a superare questa superficiale battaglia all’interno della più ampia guerra culturale, tanto meglio sarà.

Certo, a un primo sguardo può sorprendere vedere una donna africana nera (Lupita Nyong’o) interpretare Elena di Troia, originaria di Sparta, oppure un Euriloco dall’aspetto indiano (interpretato da Himesh Patel), benché sia un itacese. Ma la realtà è che il Mediterraneo antico era straordinariamente cosmopolita; per questo una scelta di casting nello stile di Bridgerton rappresenta uno strumento efficace per evocare oggi quella realtà. Nolan sembra inoltre voler rappresentare un mondo di collaborazione tra popoli, un mondo che è andato perduto e che rischia nuovamente di scomparire.

L’ostacolo più difficile da superare, tuttavia, non è quello interculturale, bensì quello che potremmo definire una traduzione «verticale» nel tempo. Omero abitava un cosmo incantato, popolato di spiriti, dèi, magie e amuleti. In un universo di abissi spaventosi e di vertiginose altezze, l’anima umana era percepita come dotata di profondità e di elevazioni ben oltre ciò che siamo soliti immaginare nel nostro mondo appiattito, utilitaristico e secolarizzato.

La distanza che separa un uomo dell’età arcaica di Omero da un abitante di un benestante quartiere suburbano contemporaneo è assai maggiore di quella che esiste oggi tra persone benestanti di Oslo, Tokyo o Chicago. Non sorprende quindi che le «traduzioni» operate da Nolan risultino talvolta riuscite, talvolta meno.

Antinoo (Robert Pattinson), il principale dei Proci, diventa una sorta di bel ragazzo californiano dalla parlantina sciolta, restio persino a impugnare personalmente le armi. Nell’Odissea omerica è invece un personaggio assai più combattivo. Anche la scena in cui Telemaco (Tom Holland) incontra Menelao (Jon Bernthal) ricorda troppo da vicino un cliché tipico dei film di pugilato: il giovane inesperto che incontra il mentore anziano, burbero ma dal cuore generoso.

Sinon, il personaggio che convince i Troiani ad accogliere il cavallo di legno — e che, va ricordato, non compare né nell’Iliade né nell’Odissea — subisce una trasformazione radicale. Da bugiardo e traditore dell’antichità, odiato da Virgilio e collocato da Dante all’Inferno, diventa qui un guerriero (interpretato da Elliot Page) profondamente empatico, capace di sacrificio e addirittura ignaro del fatto che il cavallo sia pieno di guerrieri greci nascosti. L’Odisseo di Nolan lo definisce addirittura «il soldato più coraggioso e migliore che abbia mai conosciuto».

Infine Calipso (Charlize Theron) assume le sembianze di una psicoterapeuta che finisce involontariamente per innamorarsi del proprio paziente, invece dell’immortale che, sfidando gli dèi, desidera possedere Odisseo interamente, nel corpo e nell’anima. Calipso convince Odisseo a smettere di voler controllare ogni aspetto della propria vita e, semplicemente, a «lasciarsi andare». Dopo aver appreso questa lezione, così tipicamente moderna, egli riesce in qualche modo a ritornare a Itaca (mentre in Omero è il generoso e quasi divino popolo dei Feaci a ricondurlo in patria con una nave).

Forse preferiamo il Sinon di Nolan, sincero, emotivamente maturo e pieno di empatia, ai guerrieri maschilisti di Omero. E, bisogna ammetterlo, ogni moglie preferirebbe certamente che il marito trascorresse del tempo sull’isola della Calipso di Nolan piuttosto che su quella della Calipso omerica. Il rischio, però, quando si traducono personaggi antichi nel linguaggio della sensibilità contemporanea, è che essi finiscano per assomigliare troppo a noi, perdendo quella distanza e quella alterità che costituivano una parte essenziale del loro fascino. Paradossalmente, così si vanifica proprio uno degli obiettivi principali dell’operazione cinematografica.

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Una parte della magia dell’epica antica è invece custodita magnificamente dalla colonna sonora del compositore svedese Ludwig Göransson, che impiega strumenti inconsueti — campane, metalli percossi, sintetizzatori — creando al tempo stesso una musica che alle nostre orecchie richiama il Medio Oriente, grazie soprattutto all’uso dei semitoni. In realtà si tratta di un omaggio a quanto conosciamo della musica del Mediterraneo antico, compresa quella greca.

Anche la fotografia è straordinaria. Più volte minuscole figure umane attraversano immense spiagge riprese in campo lunghissimo o da prospettive aeree. Altre volte vengono inquadrate da vicino mentre affrontano il mare a bordo di un’antica nave, sbattuta dalle onde. Si potrebbe fermare il film fotogramma dopo fotogramma e desiderare di stampare quasi ogni immagine per appenderla come un manifesto.

In questo modo i guerrieri vengono continuamente ricollocati all’interno di uno dei sette paesaggi esotici scelti come ambientazione delle riprese, e la vita umana viene ricondotta al contatto con gli elementi primordiali: il sole, l’acqua, il vento, il cielo, la terra, gli animali, le piante. La sensibilità ecologica di Nolan e il suo desiderio di costruire una squadra internazionale di artisti rendono un autentico servizio alla dimensione propriamente epica del poema antico.

Alcune delle traduzioni culturali operate dal regista risultano persino riuscite, stimolanti e, a tratti, geniali. L’artista trap Travis Scott interpreta l’aedo itacese Femio. Le sue «canzoni» funzionano esattamente come ci si aspetterebbe da un musicista trap vissuto in quell’epoca. Il Femio di Nolan scandisce ritmi potenti e, più che raccontare una storia in forma lineare, costruisce una successione di frammenti associativi che ritornano come un loop. Per noi il rap — e ancor più la trap — possiede oggi un prestigio culturale non troppo diverso da quello che gli aedi avevano nel mondo omerico. Le poesie quasi proto-rap di Scott, ricche di immagini e simboli, riescono forse a comunicare al pubblico contemporaneo più di quanto potrebbe fare un narratore tradizionale. È una scelta davvero interessante.

Poi c’è Atena, interpretata da Zendaya. Diversamente dalla dea guerriera di Omero, che ama impugnare la lancia, qui appare quasi come una divinità della pace e della coscienza. Compare e scompare dal campo visivo di Odisseo seguendo i movimenti della sua interiorità. È significativo che l’Atena di Nolan non aiuti Odisseo nello sterminio dei Proci, come avviene invece nel poema omerico.

Eppure questo personaggio mi convince. Quando l’Odisseo di Nolan si lamenta del fatto che gli dèi non si manifestino apertamente, Atena gli offre una risposta quasi stoica, invitandolo a leggere il «libro della natura»: il tuono non è forse già un segno sufficientemente chiaro? E il fuoco? Il pane? Il dolore? Non parlano forse da sé?

Nel frattempo, la Circe di Nolan (Samantha Morton) è una femminista profondamente ostile agli uomini, disgustata dalla loro insaziabile brama. Dice a Odisseo di non aver trasformato gli uomini in porci: si è limitata a rendere visibile esteriormente ciò che essi erano già nella loro natura. Una lettura che non solo coglie un tratto autentico della maga omerica, ma rimane sorprendentemente fedele anche alla successiva tradizione filosofica e letteraria. Boezio, infatti, sviluppa proprio questa interpretazione nel quarto libro della Consolazione della filosofia, riflettendo sul significato filosofico della figura di Ulisse.

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Ma arriviamo ora al personaggio più complesso di tutti: Odisseo, che Omero definisce, fin dal primo verso del poema, polýtropos.

Il termine può essere interpretato in molti modi. Il prefisso poly- significa «molto», «molteplice»; tropos richiama invece il movimento del voltarsi, del cambiare direzione. Odisseo è dunque l’uomo dai molti percorsi e dai molti espedienti; colui che ha viaggiato per il mondo; colui che è partito, ha compiuto un lungo giro ed è infine ritornato; oppure, come traduce con felice semplicità Emily Wilson, è semplicemente «un uomo complicato».

Nella tradizione platonica Odisseo è soprattutto l’uomo che ha vissuto una profonda inversione di rotta, ciò che potremmo persino chiamare una conversione. Per i lettori di Platone egli è l’uomo che ha conquistato, accumulato ricchezze, ottenuto successi, sconfitto nemici e consumato la propria vita in una frenetica corsa verso il possesso; ma che, alla fine, scopre il vuoto interiore che né la ricchezza né il successo sono in grado di colmare.

In questa interpretazione — che ho sviluppato altrove — Omero appare già come un teologo, pur scrivendo non solo prima della nascita della teologia, ma addirittura quattro secoli prima di Platone e della stessa filosofia sistematica. Egli desidera parlare dell’eternità e delle profondità infinite dell’anima umana, ma non dispone ancora del linguaggio concettuale necessario per farlo.

L’Odisseo di Nolan (interpretato, naturalmente, da Matt Damon) non è però mosso da una sete spirituale così profonda. È piuttosto una sorta di agnostico disincantato dell’età omerica. Ritiene che la vera motivazione di Agamennone sia distruggere il potere commerciale dell’Oriente; ripete spesso ai suoi uomini che ciascuno deve cavarsela da solo («gli dèi aiutano chi si aiuta»); parla con tono sprezzante dei «vostri dèi» rivolgendosi all’equipaggio; promette di sfidare le divinità, giudicando ingiusti i loro disegni; e riesce a superare la prova di Circe senza alcun intervento soprannaturale.

Se l’Odisseo di Omero ha bisogno dell’aiuto di Ermes e di un talismano sacro, quello di Matt Damon si affida semplicemente alla propria onestà e alla propria capacità di empatia. Al tempo stesso, tuttavia, è molto meno arrogante e meno violento del suo modello omerico. Nell’Odissea, dopo l’incontro con Polifemo, Ulisse grida contro il Ciclope, lo provoca e gli rivela persino il proprio vero nome, con tutte le conseguenze che ne derivano. Nel film di Nolan, invece, scaglia un’ultima freccia contro il mostro, fugge e si limita a gioire di essere scampato al pericolo.

Eppure il film possiede una reale profondità. Così come in Oppenheimer Nolan utilizzava la vicenda della costruzione della bomba atomica per interrogarsi sull’intelligenza artificiale e, più in generale, sulle tecnologie create dall’uomo che finiscono per sfuggire al suo controllo, anche nell’Odissea è evidente che il regista riflette sul nostro presente.

È difficile non cogliere l’attualità della figura di Agamennone, autoproclamatosi «re dei re», deciso a ottenere la sottomissione degli altri e a distruggere il potere dell’Oriente per controllare le rotte commerciali. L’Odisseo di Nolan è tormentato dal senso di colpa per aver partecipato alla devastazione dell’Oriente voluta dal presidente degli Stati Uniti… anzi, degli «Stati Uniti greci». Si sente corresponsabile della distruzione non soltanto di una civiltà, ma della civiltà stessa. Viene spontaneo chiedersi quanti generali dei nostri giorni, una volta lasciato il comando, si pongano interrogativi simili.

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Ma è soprattutto nella sua concezione della storia che Nolan offre il meglio di sé. Gli archeologi del Novecento si sono appassionati all’Omero storico, vissuto circa quattro secoli dopo i potenti sovrani micenei del cosiddetto «mondo omerico». Quel mondo, però, era stato distrutto da misteriosi invasori che avevano posto fine a un’epoca di prosperità e ricchezza, inaugurando quello che gli studiosi chiamano il Medioevo ellenico. Quando Omero compose — o forse cantò — i suoi poemi, la civiltà greca stava appena iniziando a risollevarsi.

Nolan fa di questo sfondo storico uno dei temi portanti del film. Più volte vengono evocati i misteriosi «popoli del mare», il cui arrivo appare imminente. Penelope e Menelao esprimono apertamente la preoccupazione di non possedere risorse sufficienti per affrontarli.

In una delle scene più intense dell’opera, Penelope, parlando con l’uomo che ancora non riconosce come suo marito, lo guarda con orrore e gli dice: «Voi — cioè voi Greci — siete i popoli del mare!». I «buoni» si rivelano così i veri barbari. Coloro che si consideravano i difensori della civiltà sono invece coloro che, accecati dalla sete di potere e di ricchezza, l’hanno distrutta.

Nelle suggestive sequenze finali — che da sole valgono il prezzo del biglietto — Odisseo e Penelope salpano insieme verso Occidente, dirigendosi verso un sole che tramonta, simbolo eloquente di un mondo al declino. Mentre la nave si allontana, la voce fuori campo di Penelope afferma: «La civiltà risorgerà». E Odisseo aggiunge: «Una nuova alba sorgerà sul mondo oscurato… e ancora una volta i nostri errori saranno dimenticati».

Alla luce di questo magnifico finale, forse, oltre a rileggere l’Odissea di Omero, dovremmo riprendere in mano anche un moderno racconto sull’ascesa e il declino delle civiltà, come Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller. La visione della storia proposta da Nolan è insieme affascinante e inquietante: le civiltà sorgono, crollano e poi risorgono. Ma ogni volta che tornano al potere dimenticano le lezioni del passato. È questo il prezzo, insieme devastante e profondamente personale, dell’oblio. Ed è per questo che abbiamo bisogno degli aedi, come Femio.

E anche di Christopher Nolan.

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