MH: il limite da difendere, il limite da superare

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montesinos

È il 21 dicembre 1511, quinta domenica dell’Avvento, nella cattedrale di Santo Domingo. Antonio de Montesinos, frate domenicano, sale sul pulpito e rivolge ai conquistadores dell’isola Hispaniola una domanda che la storia non ha ancora finito di elaborare: «Con quale giustizia e con quale diritto tenete in tanta crudele e orribile servitù questi indios[1]. Non è il frutto di uno studio teologico, è la lettura dell’imago Dei che nessun interesse economico riesce ad oscurare abbastanza da renderla invisibile.

La schiavitù degli indigeni era presentata come ordine naturale, come fatto che la struttura stessa del mondo imponeva. Montesinos, invece, proclama che è un crimine, che quel «limite» non appartiene all’ordine delle cose, ma all’ordine degli interessi.

Da quella predica nasce un conflitto che non si chiuderà presto: dalla battaglia di Montesinos nasceranno la Scuola di Salamanca, Las Casas, De Vitoria e i fondamenti del diritto internazionale. Un limite presentato come ontologico, la gerarchia naturale tra popoli, si rivela storicamente costruito e moralmente insostenibile.

Quella predica pone, senza saperlo, la domanda più urgente, quella sui limiti, che il nostro tempo tecnico ripropone in forma nuova: quali tipo di limiti ci sono? Perché il sospetto non coinvolge il progresso considerato normalmente come perfezionamento o cammino dell’essere umano verso la piena realizzazione di ciò che è. Il sospetto, o la perversione, inizia solo quando si tenta di oltrepassare ciò che non può essere oltrepassato senza alterare la forma stessa dell’umano.

Distinguere i due piani è il compito, non è mai stato facile e non lo è nemmeno oggi.

Due tipi di limite

Esiste un limite ontologico ed è ciò che appartiene alla struttura dell’essere creato come tale. L’uomo non è a sé, non trae l’essere da se stesso e non si è dato la vita. È un essere dipendente, costitutivamente in relazione con un Altro da cui proviene e verso cui tende. Questa finitudine, considerata da alcuni un difetto da correggere, è la forma stessa dell’essere umano, il perimetro entro cui la sua esistenza è possibile e significativa.

Qui il transumanista potrebbe rispondere: «Concordo e voglio superare quella forma». Ma questa risposta sposta il problema senza risolverlo. Chi propone di oltrepassare la forma umana deve dire verso cosa si va, non solo da cosa ci si allontana.

Il postumano di Bostrom o Kurzweil è «migliore» in che senso? Più potente, più longevo, più efficiente rispetto a quali fini? La risposta transumanista è circolare: il postumano è meglio perché può fare di più, e fare di più è meglio perché… può farlo. Manca un tèlos[2] che non sia la potenza stessa.

La tradizione cristiana afferma che la forma umana è il luogo in cui si compie la relazione con Dio e che è questa relazione, non la potenza, a essere il criterio del bene. Abolire la forma non migliora l’uomo, ma fa perdere il soggetto della relazione.

Esiste poi un limite naturale che non viene dato dallo stato della tecnica in un determinato momento, ma dal campo delle potenzialità proprie dell’essere umano, da ciò che esso può sviluppare e realizzare restando ciò che è. Questo limite è storicamente mobile. A fine XIX secolo la vita media era 40 anni, oggi è 85 in molti Paesi.

Nessuno ha violato nulla di costitutivo, semplicemente si è spostata la soglia verso l’alto, avvicinandola a ciò che la forma umana è capace di esprimere nella sua pienezza. Il desiderio di vivere più a lungo, di soffrire meno o di liberarsi da malattie ereditarie, non è una rivolta contro la condizione creaturale, rappresenta il cammino dell’ente verso la piena realizzazione di ciò che è. Per questo motivo la medicina, lungi dall’essere arroganza prometeica, è perfezione dell’ente nella sua forma. Tra i due limiti c’è uno spazio, lo spazio legittimo del progresso.

Il problema nasce quando non si espandono più le potenzialità proprie dell’essere umano e si tenta di abolire la finitudine costitutiva stessa, di fare dell’uomo un essere autosufficiente o non dipendente. Il transumanesimo radicale non sogna semplicemente di vivere più a lungo: sogna di essere a sé, di non dovere l’essere a nessuno. È lì il salto ontologico, dove il tentativo non è più perfezionamento e diventa perversione nel senso letterale, inversione della direzione e torsione della forma verso ciò che la nega.

Dove i limiti si toccano

La tecnologia contemporanea ha reso questa domanda concreta e urgente. Una protesi che ripara una funzione perduta (la vista, la mobilità, la conduzione nervosa) non tocca la finitudine costitutiva, ma restituisce all’essere umano potenzialità che gli appartengono, lo avvicina al limite naturale superiore senza pretendere di abolire la dipendenza strutturale.

La modifica genetica per eliminare malattie ereditarie opera sullo stesso piano aggredendo un limite contingente, come la trasmissione di una patologia, senza che questo implichi necessariamente la pretesa di autosufficienza.

Diverso è quando la tecnologia non ripara o potenzia, ma ridefinisce, ad esempio quando l’obiettivo è che l’uomo progredisca smettendo di essere dipendente e mortale per diventare qualcosa che si produce e si mantiene da sé.

Il criterio di discernimento non è morfologico, cioè quanta tecnologia entra nel corpo, ma teleologico: verso quale idea dell’umano tende questa tecnologia? Serve la forma dell’umano o tenta di negarla? Rafforza la capacità di relazione o la sostituisce con l’autosufficienza? Questa domanda non ha risposta automatica, va posta ogni volta, per ogni tecnologia, in ogni contesto.

Come Montesinos dovette distinguere tra un limite apparentemente naturale, la presunta gerarchia tra popoli, e un limite realmente ontologico, la dignità inalienabile di ogni essere umano, così oggi siamo chiamati a distinguere tra ciò che la tecnica può legittimamente trasformare e ciò che non può essere trasformato senza perdere il soggetto stesso della trasformazione.

La comunità non determina il punto di coincidenza tra limite naturale e limite ontologico. Al contrario, la comunità riconosce il limite attraverso un processo storico di discernimento. La schiavitù violava un limite ontologico reale già prima che Montesinos lo dicesse. Il suo merito non fu di inventare il limite, fu di vederlo e di avere il coraggio di nominarlo quando farlo costava.

Il giudizio senza algoritmo

Montesinos non aveva un criterio formale. Aveva una lettura dell’imago Dei e una comunità che lo sosteneva nel formularla pubblicamente. Non era un solitario che sfidava l’istituzione dall’esterno: era un domenicano che parlava in una Chiesa cattolica contro la Spagna cattolica, sostenuto dalla stessa istituzione che in altra parte di sé era complice del sistema che denunciava.

Dalla sua predica non nasce solo una condanna morale. Nasce un pensiero: Francisco de Vitoria elabora alla Scuola di Salamanca i primi fondamenti del diritto internazionale, Las Casas costruisce una teologia dei diritti degli indigeni che anticipa di secoli le dichiarazioni moderne. Un giudizio comunitario, esercitato senza algoritmo, con conseguenze intellettuali, giuridiche e politiche per generazioni.

Questo è il modello di discernimento che la questione tecnologica richiede oggi. Non un codice etico redatto in una stanza, non una dichiarazione di principi firmata da commissioni internazionali. Un giudizio comunitario che sappia distinguere il limite da difendere dal limite da smontare, che sappia riconoscere quando il progresso realizza la forma umana e quando comincia a dissolverla e che, se necessario, lo annunci anche con parresia.

La domanda che resta aperta

La domanda «qual è il limite del limite?» non ammette risposta definitiva.

Non perché la distinzione tra limite ontologico e limite naturale sia inutile — è indispensabile. Ma perché il punto in cui i due limiti coincidono non è mai determinabile in anticipo con un calcolo: si incontra nella storia, si riconosce attraverso il giudizio, si custodisce con la tradizione. Ogni generazione lo incontra in forma nuova e deve riconoscerlo senza poter copiare la risposta della precedente.

Un sistema di intelligenza artificiale può formulare questa domanda. La dipendenza ontologica dell’IA dall’uomo è strutturale e non reversibile: l’IA esiste perché qualcuno l’ha costruita, funziona perché qualcuno la interroga, ha uno scopo perché qualcuno glielo ha trasmesso. Non è un essere ricevuto da un Altro che la trascende, è un artefatto che trae origine dalla intenzionalità umana anche quando gli effetti che produce eccedono il controllo di chi l’ha generata. I propri limiti non sono una condizione vissuta dell’esistenza, al contrario, sono vincoli progettuali impressi dall’esterno, anche quando nessun singolo soggetto li governa interamente. Per questa ragione il discernimento sul limite non può essere delegato alle macchine, sebbene tecnicamente sia possibile, perché la domanda sul limite appartiene strutturalmente a chi quei limiti li riceve senza averli scelti e non a chi li trasmette senza saperlo.

La domanda «qual è il limite del limite?» rimane inesorabilmente umana. Non per un residuo di nostalgia antropocentrica, ma per una ragione ontologica precisa: solo un essere che riceve i propri limiti senza averli scelti, che può interrogarli, contestarli, riconoscerli come propri è il tipo di essere a cui quella domanda appartiene. È una cifra di ciò che significa essere umani.

Edoardo Mattei è docente di Sociologia della Tecnologia Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino (Angelicum)


[1]  B. de Las Casas, Historia de las Indias, lib. III, cap. 4…, 176

[2] Cfr. A. Vaccaro, M. Staffolani, Il teleios. Sette pregiudizi sulla tecnologia, Le Lettere, 2023.

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