
Premiato a Bergamo nei giorni dei Santi Pietro e Paolo dalla rivista Limes, il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa in un’intervista al Corriere della Sera si è detto sorpreso da tanti premi «laici» a un «pretastro» come lui: infatti tre settimane fa ha ricevuto la Legion d’Onore francese:
«Credo che non siano legati soltanto alla mia persona, ma anche a un interesse sempre maggiore verso la voce del mondo religioso e spirituale in un contesto molto problematico come la Terra Santa. Alla voce della Chiesa, che cerca di essere chiara, ma allo stesso tempo di tenere le porte aperte a tutti».
In occasione della consegna del premio di Limes a colloquio con il direttore Lucio Caracciolo, ha parlato di Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania con dolore, chiarezza e la convinzione che occorre «empatia con chi non la pensa come noi».
Il 22 e il 23 giugno scorsi, con il patriarca ortodosso Teofilo III, ha nuova visitato Gaza, definendola «un disastro». Il cardinale ha riferito che ora un po’ di cibo entra, per tutto il resto restano molte limitazioni. Più di tutto colpisce il racconto dei bambini di Gaza, dei topi che li mordono, gli odori che nessuna immagine può far sentire. «Quel che serve subito, mi hanno detto gli operatori sanitari, è il personale preparato a gestire i traumi psicologici dei bambini e delle mamme. Sarà una questione di cui prendersi cura con la dovuta sensibilità».
La descrizione di Gaza ridotta a un cumulo di macerie, le città livellate, i bambini tra le fogne morsi dai topi, come le aggressioni dei coloni in Cisgiordania, dove dice che «ai coloni israeliani viene permesso tutto. Fanno check-point ovunque, tagliano gli alberi, non ti fanno coltivare la terra, aggressioni, furti, insulti sono diventate scene quotidiane». Tutto questo spinge il Patriarca a insistere sull’importanza del dialogo. «Il 7 ottobre è molto presente nell’animo ebraico e israeliano».
Il cardinale riconosce che oggi Israele
«è un insieme di cose» dove «c’è di tutto ma dove, devo dire con dolore, i più duri sono i militari religiosi. Con loro è molto difficile avere un rapporto chiaro e sereno. Le componenti più estreme della popolazione ebraica non sono ancora una maggioranza, ma hanno una crescita di consenso e stanno diventando sempre più rilevanti sul piano politico, con conseguenze però divisive sulla stessa società israeliana».
Lucio Caracciolo si è soffermato sui quattro gruppi distinti che vivono in parallelo in Israele, con sistemi educativi separati e stili di vita differenti: i sionisti laici, gli ebrei nazionalisti religiosi, gli ultraortodossi e gli arabi israeliani. Questa divisione, insieme alle statistiche sulla crescita degli haredim (gli ebrei ultraortodossi), «sta alimentando una situazione di incertezza nella società israeliana, parallelamente al fatto che Israele continua a sentirsi accerchiato dai Paesi arabi. È anche questo a determinare le scelte di Israele».
Muta anche Gerusalemme,
«nella demografia, nella geografia, ma soprattutto nei confini interni e psicologici degli abitanti. Sta mutando la maniera in cui la città è sentita. Fino a poco tempo fa la città vecchia di Gerusalemme era prevalentemente abitata da arabi: adesso è normale vedere ebrei, anche religiosi, ovunque. La popolazione araba cresce di meno e la componente cristiana sta scendendo. Il motivo per cui stanno crescendo gli scontri è legato anche a questo: al fatto che ci si incontra di più e più facilmente. Noi stiamo ormai vivendo in bolle separate.
In questi anni la comunità araba di Gerusalemme ha partecipato poco ai fenomeni politici di Gaza e Cisgiordania non per mancanza di solidarietà, bensì per via del controllo ferreo dei militari, ma anche per proteggere quel poco che resta del carattere di Gerusalemme. Il cuore è tutto lì».
Ecco, il cuore: «Veniamo da anni di linguaggio, di narrativa violenta ed escludente, da un pensiero sottovalutato divenuto un po’ alla volta molto presente»; la crisi della parola all’origine dei conflitti attuali.
L’incontro di Limes è stata l’occasione per ritornare nella sua Cologno al Serio, dove è stato accolto con tutti gli onori. Interessante notare che parlando a braccio in chiesa abbia detto:
«Ciò che conta è saper donare, non fare le cose per avere altro in cambio: nella vita i conti non tornano mai, anzi, tornano quando qualcuno è disposto a perdere per amore dell’altro in qualsiasi relazione e contesto dove si vive insieme, la giustizia che conta, non quella umana ma quella davanti a Dio, si realizza dove qualcuno per amore riesce a donare qualcosa all’altro e lo fa crescere nella gratuità, nella libertà. Anche nelle famiglie l’amore può diventare possesso, ci sono relazioni che ti aprono e altre che soffocano. Gesù dice “avete ricevuto da Dio, con lo stesso spirito donate”.
Il mondo così cresce, cambia e si sviluppa. I miti erediteranno la terra, non i potenti: noi abbiamo ereditato dalle generazioni precedenti la bellezza, tutto quello che hanno costruito con lavoro e fatica, non dai grandi che pensavano di dominare il mondo e che abbiamo già dimenticato».





