Con gli occhi di Sebastião Salgado

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Nella visita al palazzo dell’arte di Ravenna, davanti alle fotografie di Salgado per la mostra «Exodus, umanità in cammino», si potrebbe dire niente di nuovo.

Le fotografie sono già state in mostra, il catalogo è una nuova edizione. I conflitti a cui riportano il visitatore sono lontane, sembrano preistoria: la guerra dei Balcani, la lotta tra Hutu e Tutsi, le fughe dei vietnamiti. Fra tutte le fotografie non ce n’è una che sia del 2000, la più recente è del 1999. Questa è la data della prima pubblicazione del testo Exodus (Taschen editore), in cui appaiono le fotografie esposte, mentre la seconda è del 2016.

Ma ancora oggi nel 2024 vale la conclusione della seconda introduzione:

«Since the pubblication of this book, then, the focus of global attention may have shifted but the phenomenon remains the same. What is often forgotten is the most people migrate for no other reason than sheer necessity. To move to a distant city or foreign country involves great risk – of deprivation, loneliness, even hostile popilation. But wile rural poverty persist, dictatorships reèress their societies and civil was rage, the instincnct for survival will continue to drive from people in serach of safety and better. This book their story»

Eppure queste foto non si guardano come i mosaici, antichi ma sempre belli.

Le foto di Salgado sono un’opera d’arte e come tali non hanno tempo. Ma questa grande capacità estetica del fotografo rende immortale non solo l’estetica ma quegli stessi problemi che per tutta la vita ha fotografato.

Conflitti

Al primo piano della mostra troviamo le fotografie legate ai conflitti.

Nella foto della ragazzina senza gambe si vede uno sguardo che aspetta solo di vendicarsi Legge antica di ogni conflitto, e perversione di ogni maldestro tentativo di esportare democrazia.

Poi la disperazione dei bimbi e degli anziani e delle donne, che ricordano mariti, padri e figli. E poi diventar profughi, da qui sempre in movimenti sino a diventare migranti.

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Ma neppure il ritorno riesce a trasmettere luce speranza. La famiglia che brucia la casa dove è rimasta come profuga, come segno di non voler più essere profughi oppure la coppia che ritorna al proprio paese.

Volti posti al centro dell’inquadrature, in posa, per dire che la foto non è stata rubata, chi guarda ascolta molti discorsi di cui Salgado si fa messaggero. Certamente l’autore dice la sua scegliendo la direzione verso cui puntare l’obiettivo, ma poi il dramma parla da solo.

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E non c’è neppur bisogno di ostentare un’impossibile neutralità. Le foto della mostra costringono a uno sguardo attento che vede quello che distrazione, autodifesa e chissà quante altre cose non vorrebbero vedere, e di fatto non vedono.

Povertà

Al piano superiore protagonista non è la guerra ma la povertà. Non intesa come esibizione della ristrettezza di beni e arcaicità di strumenti di alcune popolazioni, delle Ande, della foresta amazzonica e altri.

La povertà che si vede è che sguardi fieri e rassegnati e lavoratori, meglio sarebbe dire lavoratrici, testimoniano di uno squilibrio entrato nelle vite di tutti. Gli uomini partiti verso le città dove riescono a fare poco e stanno in bilico sul cornicione della finestra ad aspettare lavoretti futuri miserrimi per molti cittadini «normali» ma che a loro sembra già un miglioramento, come dice la didascalia di una sala.

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E qui vengono in mente le tante analisi di Ivan Illich che ben spiega come il capitale porta povertà, non solo per le diseguaglianze economiche che introduce, ma prima di tutto per la distruzione di mondi che vivevano, nella fatica, ma anche nella dignità di saperi propri. Un mondo che potrebbe essere spazio di “convivialità”, che Illich intende così:

«È la lotta per un’equa distribuzione della libertà di generare valori d’uso, e per una strumentazione di tale libertà che sia ottenuta mantenendo al primo posto la produzione di quei beni e servizi industriali e professionali che conferiscano ai meno vantaggiati il massimo potere di generare valori» (Per una storia dei bisogni, 1973).

Le foto dedicate al Movimento dei senza terra apre a speranza. In realtà sappiamo che non è neppure bastato essere coinvolti nella riflessione di Papa Francesco per guadagnare serio ascolto.  Una madre tiene con la destra il proprio bimbo in braccio e alza la sinistra con uno sguardo pieno di speranza per appezzamenti di terra conquistati dal movimento. Ma sono pochi, sempre pochi.

Una foto che vede avanzare un grande numero di militanti, quasi un terzo stato in fotografia denuncia il bisogno, assolutamente inascoltato dagli allevatori, dai costruttori.

Una sala della mostra dedicata a bimbi è così presentata: i bimbi erano messi in fila con la promessa di una fotografia perché attorniavano il fotografo, impedendogli il lavoro. Quando hanno capito cosa sarebbe successo ognuno di loro, anche se piccolo e quasi nudo, ha scelto una posa, un messaggio da dare a chi avrebbe guardato.

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In Africa spesso i grandi non vogliono che si fotografino le persone, soprattutto i piccoli, perché, temono che la macchina rubi loro l’anima. Queste fotografie, invece, la strappano a chi le guarda. Entrano potentemente negli occhi, nella mente e nell’anima e le parole si fermano. Non si può dire dell’angoscia: parlano solo le fotografie.

Una denuncia non bellicosa

Lo stile di Salgado contribuisce perché sceglie la foto in bianco e nero, con neri molto intensi e bianchi, quasi lindi. Per questo le sue fotografie piacciono, o fanno reagire chi chiede alla fotografia una riproduzione della realtà più neutra. Ma chi non frequenta certi inferni potrà mai comprendere sino in fondo, senza essere accompagnato nel buco nero di tanta miseria?

La fotografia dall’alto di San Paolo in cui i grattacieli sotto un cielo di nubi nere, che minacciano temporale non ci distrae, sono l’altra faccia della medaglia. Sono la città, il progresso che però perde un numero incommensurabile di volti.

Il discorso di Salgado è lungi da un arcaismo ingenuo e non è neppure militante, nonostante la scelta stilistica: è una denuncia non bellicosa. Ha deciso di mostrarci gli sguardi che si rivolgono al visitatore e lo interpellano. Le sue fotografie sono arte. Le foto del maestro diventano capaci di dire ogni tempo.

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Nella collezione non è presente il dramma dei barconi, ma i volti sono diversi?

Le fotografie non sono sguardo irrispettoso e avido di curiosare.  Si può dire che Salgado non voglia solo suscitare emozioni, ma reazioni forti.

Il visitatore coglie tutto questo ed è interpellato a cercare risposte, in cui l’intelligenza sostenga i sentimenti.

Un profugo di oggi certamente ci si ritrova e tutti gli altri sono coinvolti, perché sanno di essere dall’altra parte dell’obiettivo, ma costruiscono i volti, le case fatiscenti, e i volti che rivendicano dignità.

Le foto di Salgado vanno viste perché sono capolavori dell’arte della fotografia, ma come sempre l’arte dice della vita di tutti e purtroppo di sempre.

Sebastião Salgado, «Exodus. Umanità in cammino», a cura di Leina Wanick Salgado, Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR), 22 marzo – 2 giugno 2024

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