Habermas e l’ecumene neoreligiosa

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La scomparsa di Jürgen Habermas segna simbolicamente la fine di una stagione del pensiero occidentale che ha cercato di salvare l’eredità dell’Illuminismo attraverso il dialogo pubblico, il pluralismo e una razionalità autocritica. Il suo pensiero resta un riferimento per immaginare il rapporto tra democrazia liberale, religioni e spazio pubblico, proprio mentre nel mondo avanzano nuove derive autoritarie e oscurantiste. Dalla rivista Confronti, 17 Marzo 2026.

C’è qualcosa di simbolico nella scomparsa di Jürgen Habermas (18/06/1929 – 14/03/2026) in questa fase della storia mondiale e dell’Occidente.

Il filosofo, come si sa, proviene dalla Scuola di Francoforte: i maestri Max Horkheimer e Theodor W. Adorno hanno cercato di condurre quella che potremmo chiamare una critica illuminista dell’Illuminismo, inteso come modalità della ragione umana nell’orizzonte moderno. La bancarotta del pensiero e della stessa civiltà costituita dal Nazionalsocialismo non costituisce, secondo i due francofortesi, un puro incidente di percorso, per quanto catastrofico, nella storia della ragione, bensì la tragedia di una ragione che si avvita su sé stessa, in un delirio di onnipotenza che sfocia nell’autonegazione.

Il punto decisivo è che questa «dialettica dell’Illuminismo» non è sottoposta a critica da un punto di vista reazionario, che si compiace dello scacco della ragione secolare, vagheggiando restaurazioni intellettualmente e politicamente autoritarie. Al contrario, l’Illuminismo è sfidato a pensare «in avanti», mettendo in discussione sé stesso, per proporsi come metodo critico e non come ideologia.

Habermas prolunga le linee di questa riflessione in un pensiero assai suggestivo, benché la sua prosa risulti spesso di non semplice decifrazione. Nella sua opera più nota, Teoria dell’agire comunicativo (Il Mulino, 1986), egli propone il dialogo come strumento fondamentale di elaborazione della convivenza civile: un sistema di regole della comunicazione pubblica permette di elaborare le strutture dello spazio democratico, organizzando costruttivamente il pluralismo.

Il filosofo si caratterizza, utilizzando la celebre espressione di Max Weber, come «sprovvisto di orecchio per la religione» (religiös unmusikalisch). A partire almeno dall’11 settembre 2001, egli dedica però molta attenzione alle possibilità di coinvolgimento delle religioni nel dibattito pubblico. Il liberalismo classico (tipicamente: John Rawls) ritiene che le religioni, per partecipare alla pubblica conversazione, debbano «tradurre» le loro affermazioni e le loro esigenze in un linguaggio per così dire «laico», cioè universalmente accessibile.

Habermas problematizza questa apparente ovvietà: le religioni, egli afferma, potrebbero offrire risorse che non necessariamente sono traducibili in un codice che si presenta come neutro e universale, mentre è espressione, come altri, di storie intellettuali e politiche ben profilate. Se non si inseriscono le religioni nella conversazione politica, esse esprimeranno le loro istanze in altre forme, per esempio quelle del fondamentalismo e dell’estremismo violento.

Naturalmente, non mancano le letture banalizzanti. Un laicismo ottuso considera queste riflessioni cedimenti all’irrazionalismo: in realtà sono l’esatto contrario, cioè un tentativo di approfondire la razionalità pubblica, in prospettiva autocritica da un lato e integrante dall’altro. Sul fronte opposto (ma è veramente tale?), il clericalismo postmoderno (che può anche essere interreligioso) strumentalizza Habermas per riproporre una grottesca rivincita bigotta sulle conquiste della democrazia liberale.

Anche il dialogo con Ratzinger (Ragione e fede in dialogo, Marsilio, 2004), in ogni caso di grande interesse, è stato spesso interpretato in chiave armonizzante: lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, la riflessione non precisamente accomodante del filosofo sulla ratzingeriana «lezione di Ratisbona» (la lectio magistralis tenuta da Benedetto XVI il 12 settembre 2006 presso l’Università di Ratisbona, intitolata Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni). In realtà, il pensiero habermasiano costituisce uno stimolo per immaginare il pluralismo religioso in società di matrice liberale; e per le Chiese cristiane, un contributo a pensare sé stesse nella relatività del pluralismo.

Gli ultimi sviluppi, però, sono noti. L’ondata oscurantista sembra inarrestabile ed è incarnata da quella che definirei un’ecumene neoreligiosa impegnata in una rivoluzione culturale ultraconservatrice: l’accostamento di questi sostantivi e aggettivi, tra loro contraddittori, descrive la natura caotica, profondamente e consapevolmente irrazionale, di quella che in radice è una brutale operazione di potere. Nemmeno Habermas può salvarci da questa deriva. Possiamo solo sperare che le sue riflessioni aiutino, quando sarà possibile farlo, a progettare un futuro meno incivile.

  • Fulvio Ferrario è Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma
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