
È sorprendente constatare che il fattore comune, nell’attuale scenario politico mondiale, è il ritorno della violenza di Stato in nome di Dio. Quello che sembrava un residuo arcaico presente soprattutto nella cultura islamica – e, ancora recentemente, in Iran, evidenziato dalla negazione dei diritti delle donne e dalla spietata repressione delle proteste contro il regime –, si sta invece ripresentando più attuale che mai nelle moderne società democratiche, dove sembrava destinato ad essere definitivamente superato con il processo di secolarizzazione e l’affermazione in tutti i campi dei diritti delle persone.
Se ne aveva avuto un’avvisaglia nel ritorno della Russia di Putin, che certo non è rappresentativa del modello di democrazia di cui parliamo, ma che sembrava, dopo la lunga stagione dell’ateismo di Stato dell’URSS, decisamente immune dal rischio di confondere la politica con la religione.
E invece, in occasione dell’aggressione all’Ucraina, Putin ha potuto contare sulla benedizione del Patriarca di Mosca, Kirill, il quale non ha esitato a definire la sua «una guerra santa perché Mosca difende la “Santa Russia” e il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente “caduto nel satanismo”».
L’involuzione fondamentalista di Israele
Molto più vicino al contesto delle democrazie occidentali è il caso di Israele. Ma è innegabile una deriva in senso religioso-fondamentalista che si va sempre di più affermando, per impulso dei partiti ultraortodossi decisivi per il Governo di Netanyahu.
La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele (cf. qui su SettimanaNews − ndr), ha scritto che il suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultraortodossi».
In particolare, scrive l’autrice, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele».
Così anche nella sua vita interna Israele sta sempre di più assumendo la fisonomia di uno Stato fondamentalista. Ha avuto poca risonanza, ma è di estrema gravità, la recente decisone della Knesset di estendere i poteri dei tribunali religiosi, fino a farli diventare un sistema parallelo a quello della magistratura laica , tra cu i cittadini potranno scegliere.
Molto più rumore ha fatto la nuova legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo, riservandola però a quelli compiuti contro lo Stato ebraico e quindi, in sostanza, ai palestinesi.
Siamo davanti, come è stato denunziato da tutti gli osservatori internazionali, a una politica di apartheid, in linea del resto con la Legge fondamentale approvata dalla Knesset il 30 luglio 1980 con cui si proclama Gerusalemme – che, nella risoluzione dell’ONU del 1947 era istituita come «città aperta» a cristiani, ebrei e musulmani – capitale dello Stato di Israele e con la legge del 18 luglio 2018 che, per la prima volta, definisce ufficialmente lo Stato ebraico come «la casa nazionale del popolo ebraico». Nel quale, perciò, i non ebrei, come tutti i fedeli di altre religioni, sono evidentemente cittadini «ospiti». La recente esclusione del card. Pizzaballa dal Santo Sepolcro appare, in questa luce, molto di più che il frutto di un equivoco.
E in questa stessa prospettiva vanno lette le guerre dello Stato ebraico a Gaza, e in Libano, così come il suo appoggio alle violenze dei coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania, dove non c’è neppure la scusa della minaccia di Hamas. L’idea è quella di ricostituire il Grande Israele sulle terre che Dio stesso ha dato temila anni fa, aveva promesso al popolo eletto.
Vanno in questo senso, del resto, le dichiarazioni dell’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, che in un’intervista ha sostenuto «che se Israele colonizzasse tutto il Medio Oriente, dall’Egitto all’Iraq, non ci sarebbe nulla di male perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa». La guerra di Israele è una guerra santa.
Il messianismo trumpiano
Ma il caso forse più eclatante del ritorno di questo concetto è quello degli Stati Uniti. Ha fatto il giro del mondo il video girato nello Studio Ovale, in cui un gruppo di leader evangelici prega per Trump, invocando protezione per il presidente americano e sostegno alle sue decisioni militari.
È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è che i membri di questi gruppi religiosi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo.
I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale. Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo.
Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso. Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza
In questo contesto appare pienamente plausibile la denuncia di un gruppo di duecento soldati statunitensi, secondo i quali alcuni comandanti avrebbero descritto il conflitto in corso nel Medio Oriente come parte di «un piano divino», arrivando ad affermare «che Trump sarebbe stato unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare il segnale per il suo ritorno sulla Terra».
E del resto, nelle conferenze stampa che il Segretario alla Guerra (non più come prima di Trump, alla Difesa) Peter Hegseth ha tenuto regolarmente per fare il punto sulla «guerra preventiva» scatenata da Trump contro l’Iran, non può non colpire l’insistenza sulla dimensione religiosa: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…». E ancora: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione…».
Questa guerra, insomma, sarebbe una missione affidata da Dio agli Stati Uniti e da Lui benedetta. Come hanno evidenziato i media anglosassoni, appaiono un’implicita, eloquente risposta a queste affermazioni le parole pronunciate pochi giorni dopo da un altro illustre cittadino americano, papa Leone XIV. «Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”», ha detto il pontefice durante la sua omelia della domenica delle Palme.
Non c’è bisogno di essere cattolici per riconoscere che in questo momento la sola voce, dotata un’autorità riconosciuta a livello internazionale, che si leva a condannare decisamente l’idea che la guerra sia necessaria per instaurare la pace, è quella dei sommi pontefici romani, da Giovanni Paolo II a a Francesco a papa Leone.
È una sfida alle potenze che oggi dominano la scena politica internazionale e ai loro gregari (tra cui, purtroppo, il nostro Governo). Una volta tanto il cristiano può rallegrarsi che la Chiesa istituzionale non sia nelle retrovie, ma assuma coraggiosamente il proprio ruolo profetico in un mondo che sembra cieco e sordo non solo al vangelo, ma alle esigenze più profonde dell’essere umano.
- Dal sito della Pastorale della cultura della diocesi di Palermo (www.tuttavia.eu), 10 aprile 2026






Ma perchè vi meravigliate della guerra santa? La Chiesa cattolica insegna la guerra santa. Dire che la guerra in certe condizioni è moralmente giustificata non vuol dire che Dio chiede di farla e Dio ti da il permesso di farla? Il Papa parla continuamente di pace, ma nella Chiesa ormai è nella coscienza di tutti che per legittima difesa, in presenza di un danno grave e giustificato, visti vani tutti i tentativi di dialogo, l’inutilità, l’inefficacia dei mezzi pacifici, avendo fondate possibilità di successo, cioè essendo meglio armati e meglio addestrati alla guerra è moralmente giustificato l’uso della forza militare, cioè fare la guerra, trasformare un conflitto, in conflitto armato. Il tutto con l’autorizzazione di Dio, moralmente giustificato, conforme cioè ai comandamenti, conforme alla Parola di Gesù: “v i è stato detto ma io v i dico… amate i vostri nemici, fate del bene…”. Perché invece di preoccuparvi di Trump-Cristiani americani anche cattolici, Cirillo-Putin, degli Ebrei non vi preoccupate della Chiesa cattolica? Perché non chiedete al Papa di modificare il Catechismo? I Vescovi italiani hanno scritto un testo bellissimo sulla pace, ma totalmente contradittorio, accettano che nella Chiesa convivano le due tradizioni che si sono sviluppate nei secoli a proposito della guerra: la tradizione della non-violenza e quella della guerra giusta. L’unica vera tradizione quella Apostolica che ci ha trasmesso fedelmente Gesù insegna solo la non-violenza, la mitezza, il crocifisso mite agnello, le tradizioni che contraddicono il pensiero di Gesù non sono tradizioni ma tradimenti. Smettiamola di essere ipocriti, anche noi e soprattutto noi cattolici continuiamo a fare le guerre in nome di Dio, questo significa la guerra moralmente giustificata. Dio ci lascia liberi di scegliere il bene e il male, la vita e la morte, la pace e la guerra, la benedizione e la maledizione… ma a nessuno Dio comanda di fare il male, scegliere la morte, la maledizione, la guerra….Dio rispetta le decisioni dell’uomo libero ma non da il permesso a nessuno di fare il male… Abbiamo proclamato questa parola di Dio nel giovedì dopo le ceneri, per 50 anni proprio quel giorno iniziavo la benedizione delle famiglie, ho spesso citato ai miei parrocchiani queste parole, Dio benedice non maledice, ma benedire il male equivale a maledire: ho sentito forte per me l’ammonizione “Trasformerò le vostre benedizioni in maledizioni”… Le guerre di oggi non sono forse anche la conseguenza delle nostre benedizioni? Benedizioni di eserciti, di armi, di guerre considerate giuste, moralmente giustificate? Gianni Sabatini discepolo di Gesù, prete fuori uso, servo inutile, ma felice di essere uomo, cristiano, prete.
Secondo me si continua a contrastare l’errore con un altro errore. La guerra non è mai santa, massimo massimo è l’estrema ratio per difendere gli innocenti quando ogni altra via si è rivelata inutile.
E i paletti sono rigidissimi: non basta che sia giusto l’intento, devono essere giusti anche i mezzi, deve essere proporzionale al risultato che si vuole ottenere, deve esserci un forte accordo nella comunità internazionale, deve essere rispettato il diritto umanitario (protezione dei civili, aiuti ecc.)
“Entrambi i partecipanti al dibattito hanno trovato un terreno comune nel loro disprezzo per il regime iraniano e nella preferenza, in linea di principio, per la sua rimozione, sebbene il signor Klay abbia aggiunto: “Solo perché non mi piacciono i tumori al cervello non significa che se ti presenti con un coltello da cucina e un cucchiaio arrugginito, io ti dirò di farlo”.”
Un buon ragionamento che mi è capitato di leggere nei giorni scorsi è questo: certo può essere umanamente corretto rimuovere un grave danno per la popolazione attraverso un intervento militare ma se per rimuoverlo elimino anche la popolazione è evidente che non ho ottenuto il risultato. I puntelli attuali sono talmente stretti che è davvero difficile giustificare gli interventi, al massimo rimane una soluzione che si opponga ad un’altra giustificazione errata quella di una “pace santa” imposta cioè grazie alle armi stesse.
Leone ha ben chiarito tutti questi passaggi in un discorso al corpo diplomatico a Gennaio e forse il motivo dello scontro attuale è partito da lì, ancora prima dell’Iran.
https://www.americamagazine.org/politics-society/dispatches/2026/04/02/catholic-just-war-iran-debate-regis/
Aggiungo un link dimenticato. Secondo me questo esempio mostra molto bene la rozzezza della discussione. Per guarire un paziente non puoi uccidere in paziente.
A mio parere il fenomeno qui descritto è conseguenza dell’attuale concentrarsi dell’attenzione su se stessi: infatti qui sono descritti i comportamenti dei grandi della terra, ma molte persone oggi si ritengono necessarie e al centro del mondo, con evidenti forme tipiche del narcisismo patologico. Il ricorso a questi comportamenti manifesta di per sé una grande immaturita’ e un’enorme debolezza delle persone.
Come la definì Lowith, una secolarizzazione dell’Eschaton. Il sacro, se non lo maneggi con cura, esce dalla porta e rientra dalla finestra..
Non è precisamente così. La secolarizzazione si ha nella sostituzione di un valore profano – la società comunista, il progresso della scienza, etc. – a quello religioso. Qui il sacro non viene dissolto, ma è messo al servizio del potere, che a sua volta pretende di assumere una fisionomia religiosa.