“Mostri”: vent’anni di un cinema in ascesa

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La fine dell’estate e l’inizio dell’autunno sono e saranno segnati da una vera e propria invasione di mostri nelle sale cinematografiche.

L’ondata recente di cinema kaijū (parola giapponese che descrive il mostro gigante), di capolavori concettuali come Godzilla Minus Zero e Minus One, la serie televisiva Monarch dedicata al monster universe con protagonisti King Kong e Godzilla, fino a progetti di imminente uscita come il coreano Hope, Whalefall, Resident Evil, il film e la serie Netflix The Last House e Below (solo per citare alcuni dei titoli a tema mostri della grande distribuzione), non rappresentano un semplice colpo di coda nostalgico né una pura scelta commerciale per riempire i cinema di effetti speciali. Il mostro cinematografico contemporaneo, gigantesco o mutato, alieno o abissale, emerge come la figura mitologica più potente e adeguata per rappresentare le incertezze del XXI secolo.

Sul piano antropologico, il mostro non è mai l’altro assoluto, ma uno specchio deformante della nostra stessa cultura e della realtà umana più profonda. Gli uomini creano mostri nei momenti di grave crisi identitaria o sistemica: il mostro gigante incarna il disordine, l’eccedenza che non riusciamo a categorizzare.

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I mostri come Godzilla o il capodoglio di Whalefall, gli alieni umanoidi e giganti di Hope, sono la materializzazione di quello che il filosofo Timothy Morton chiama iperoggetti – fenomeni vasti e di difficile comprensione globale che si estendono nel tempo e nello spazio (come il cambiamento climatico, l’inquinamento o le pandemie globali) tanto da non poter essere percepiti immediatamente nel loro complesso.

Il mostro incarna l’iperoggetto rendendolo visibile: un corpo enorme che distrugge le nostre città, rendendo tangibile la vendetta della natura violata. In un film come Godzilla Minus One e il sequel di imminente uscita Minus Zero, la bestia rappresenta il trauma collettivo della seconda guerra mondiale, il disastroso epilogo atomico, il senso di colpa, una forza distruttiva che la società deve affrontare per poter rinascere.

Di fronte al mostro, l’umanità scopre la propria vulnerabilità: l’individuo contemporaneo, spesso perso nella frammentazione solitaria del mondo iper-tecnologico, ritrova nello scontro con l’essere colossale una dimensione collettiva e sociale di sopravvivenza. Quello che nelle prossime settimane vedremo nelle sale, l’elaborazione dell’immaginario contemporaneo di una rinnovata mitologia dei grandi mostri, ha cominciato la sua corsa vent’anni fa e non senza motivo.

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King Kong, la pellicola ispirata al libro omonimo di Edgar Wallace, nella versione originale del 1933 rifletteva sulla possibilità di una nuova era barbarica dopo il crollo della borsa del 1929; allo stesso modo la pellicola remake di Peter Jackson si collocava alle soglie della crisi economica esplosa in America nel 2007. Se nel 1933 King Kong dava il via alle pellicole sui mostri, riflettendo l’inquietudine dell’occidente verso una forma di benessere fragile e illusoria, il King Kong di Jackson apre una stagione cinematografica in cui la figura del mostro incarna la cifra ermeneutica per interpretare un nuovo e possibile crollo del mondo.

Nel 2006 esce l’interessante The Host di Bong Joon-ho, film coreano in cui, sullo sfondo della lotta tra un mostro acquatico mutante e una famiglia, viene messa in scena l’onnipresenza militare americana e il ruolo della Corea del Sud nello scenario globale.

Nel 2008 J.J. Abrams, creatore delle serie di culto Lost, rilascia Cloverfield, film girato interamente con una telecamera a mano, che documenta la notte di paura di un gruppo di persone in una New York sotto l’attacco di un misterioso mostro gigante venuto dal mare, pellicola che rifletteva la eco catastrofica degli attacchi dell’11 settembre.

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Nel 2010 il britannico Monsters di G. Edwards rifletteva sulle barriere comunicative tra esseri umani attraverso la storia di una coppia costretta, per rientrare negli USA, ad attraversare una vasta zona del Messico infestata da gigantesche creature aliene. Nel 2015 il sequel Monsters. The Dark Continent, diretto da T. Green, collocava le vicende di una squadra di militari statunitensi e la loro lotta contro le creature aliene nel contesto del conflitto mediorientale.

Nel 2013 il regista messicano Guillermo del Toro gira Pacific Rim: l’umanità deve affrontare la battaglia contro i Kaiju (mostri giganteschi provenienti da un’altra dimensione) a bordo degli Jaeger, imponenti robot da combattimento.

Il 2014 vede anche il ritorno del re dei mostri cinematografici, Godzilla, con il remake americano della famosa serie giapponese iniziata negli anni Cinquanta, firmato dallo stesso regista di Monsters. Nel 2015 esce il film di Ron Howard Heart of the Sea, sulle origini del grande leviatano moderno, Moby Dick.

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Nei dieci anni successivi, a partire dal 2014, il ritorno al cinema del re dei mostri Godzilla segna l’avvio del monster universe, ciclo di film che vedono l’alleanza tra il grande rettile atomico e King Kong contro la minaccia dei titani, giganteschi mostri risvegliatisi da un letargo millenario, i veri dominatori del pianeta ben prima della comparsa dell’uomo.

L’interesse quasi ossessivo per questo tema, seguito da un grande successo di pubblico al botteghino, evidenzia come, soprattutto oggi, la società occidentale abbia bisogno di dare forma alle proprie paure e di esorcizzare i possibili scenari della propria fine. In forza della sua natura informe o per meglio dire plenipotenziale, che sintetizza in sé la possibilità di tutte le forme e insieme il loro annientamento, il mostro resiste ai mutamenti della storia ripresentandosi alle soglie dell’immaginario di ogni tempo con tutto il suo carico di terrore e meraviglia. Questo perché il mostro porta con sé l’enigma stesso del mondo, il mistero della natura e del cosmo: bellissimo quanto abissale e terrificante.

Herman Melville, per bocca del capitano Achab nel romanzo Moby Dick, diceva che «anche se in molti dei suoi aspetti questo mondo visibile sembra formato nell’amore, le sfere invisibili furono formate nella paura». Pessimismo cosmico di rara intensità che esprimere il dubbio circa la bontà originaria della creazione, sostenuta in realtà da forze mostruose al di là di ogni umana ragionevolezza. È il dubbio eretico dello gnostico circa la bontà della creazione e del suo creatore, dubbio che riemerge attraverso i millenni e che torna a risuonare nelle saghe supereroistiche di Hollywood o nei grandi miti della fantascienza tra cinema e letteratura.

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La natura intima del mostro è dunque quella di essere un enigma sulle fondamenta della realtà, sull’origine oscura delle cose. Nei miti i grandi mostri presiedono alla creazione del mondo da parte delle divinità e anzi, vinti da queste ultime in combattimento, diventano il materiale con cui gli dei edificano la struttura del mondo. Entità mostruose però riaffiorano quando il mondo sta per finire, ne minacciano la distruzione: la loro sconfitta determina il rinnovamento ultimo della realtà. Il mostro è dunque interpretabile come il sigillo che viene spezzato tra creazione e eschaton, inizio e fine del mondo.

Nel suo commentario spirituale all’Apocalisse di Giovanni, la mistica Adrienne von Speyr scrive che l’attacco del dragone e dei suoi angeli al cielo apre una falla che mette in comunicazione cielo e terra e dà di fatto il via alla missione redentrice del Figlio di Dio sulla terra. Escludendo ogni possibile vincolo di reciprocità necessaria tra l’azione del male e quella di Dio, bisogna però chiedersi: la realtà del male, il drago, il mostro, è un qualcosa che deve essere unicamente distrutto? L’azione operata dal piano di Dio nella storia sembra implicare qualcosa di più difficile e cioè che anche il male possa produrre alla fine il bene. Il male è pertanto una realtà che va redenta piuttosto che distrutta o completamente eliminata.

Nel romanzo Il castello dei destini incrociati Italo Calvino spiega questo aspetto in maniera esemplare. Un episodio del libro racconta di San Giorgio che porta al guinzaglio il drago che ha catturato nella piazza della città per ucciderlo pubblicamente. Calvino precisa che non c’è nessuna gioia nei volti degli uomini giunti ad assistere all’uccisione del drago, eppure l’uccisione della bestia porrà fine all’incubo: «La spada di San Giorgio è sospesa in aria, stiamo tutti col fiato sospeso, sul punto di comprendere che il drago non è solo il nemico, il diverso, l’altro, ma siamo noi, è una parte di noi stessi che dobbiamo giudicare».[1]

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In questo senso il conflitto tra il mostro e i protagonisti delle pellicole sopracitate non può che avere risvolti drammatici e si traduce in una vittoria sulle forze mostruose che è un epilogo forse ben più inquietante della minaccia del mostro stesso.

Abbiamo detto che la natura del mostro è quella di essere un enigma e c’è un episodio della cultura classica che pone questo problema in un modo assolutamente chiaro e tutt’ora attuale, attualità che proprio il cinema mainstream a tema mostri continua a proporre ossessivamente. Nel mito di Edipo, l’uomo infermo e cieco si presenta dalla Sfinge, mostro per eccellenza, somma di tutte le forme e di nessuna. È lo stesso mostro che in quanto enigma pone l’enigma per eccellenza all’uomo.

Ma la risposta che l’uomo dà al quesito posto dal mostro è l’uomo stesso. Come scrive molto bene Roberto Calasso: «La Sfinge accennava all’indecifrabilità dell’uomo, essere sfuggente e multiforme, la cui definizione non può che essere sfuggente e multiforme. La Sfinge attirò Edipo. L’enigma della Sfinge fu risolto da Edipo, che divenne egli stesso un enigma».[2]

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Così è l’uomo che non arriva mai al confronto definitivo con la propria mostruosità interiore, che la nega piuttosto che toccarla per contaminarsi e risolverla in una forma di vita più vasta. Nella tradizione cristiana la discesa agli inferi di Cristo è il preludio della resurrezione, l’atto necessario a riconciliare il più alto con il più infimo, il puro e l’impuro. L’uomo che uccide il mostro, allora, non vince mai davvero, perché nega la parte più profonda e inconscia di sé, che ciclicamente bussa alle porte della civiltà per distruggerla.


[1] I. Calvino, Il castello dei destini incrociati, Einaudi, Torino 1973, 110.

[2] R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia, Adelphi, Milano 1991, 384.

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