
In una bella domenica d’aprile, un gruppo di persone si ritrova al Castello Sforzesco di Milano, in visita ad alcuni parchi cittadini. Non solo per il piacere di ammirare monumenti e verde pubblico, en plein air, come capitava ai pittori impressionisti di fine 800.
Neppure, soltanto (e non sarebbe poca cosa) per un tour guidato da una giovane laureata in scienze naturali, appassionata botanica, e abilissima nell’illustrare le specie arboree e floreali. C’è un notevole valore aggiunto. Tra i presenti sei persone sono cieche, accompagnate da amici o conoscenti (insieme a due bellissimi cani) e gli organizzatori sono due genitori che – dopo la perdita dell’amatissimo figlio Federico – hanno deciso di investire risorse e impegno in un’associazione (Montagne oltre) che promuove attività di educazione ambientale e di formazione ecologica.
La valorizzazione della natura e in particolare dell’ambiente montano è il fulcro delle iniziative promosse e destinate anche a disabili. Federico è stato un appassionato scalatore e istruttore CAI. Purtroppo, proprio tra le amate montagne, lo scorso agosto ha perso la vita. Quale vita? La domanda è aperta. Per molti la sua presenza è ancora sensibile.
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Accompagno Chiara, non vedente, mia ex alunna (oggi laureata, sposata e madre di tre figli) e la mattinata è spesa in una splendida passeggiata tra Parco Sempione e il modernissimo quartiere di City Life, noto per lo Skyline con le “Tre Torri”.
Ascoltiamo con piacere la presentazione arborea da parte dell’esperta guida che consente (a chi vede e a chi non vede) di individuare foglie, fiori e arbusti al tatto e all’odorato. I suoi rilievi spiegano le riproduzioni delle specie, la loro provenienza e sottolineano alcune profumazioni.
Intensa la fragranza delle splendide rose del parco di City Life. Mi accorgo di non avere mai veramente “visto” quelle piante come meritano e di constatare ancora una volta che Chiara coglie prima e più di me alcune sensazioni, come quando, toccando gli arbusti, mi descrive percezioni tattili con particolare acutezza.
Ѐ già accaduto altre volte per eventi diversi che ci hanno toccato. Il nostro dialogo, negli anni, si è sempre arricchito di uno ricco scambio affettivo e conoscitivo.
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Durante la passeggiata i rumori della città sono attutiti e il sole riscalda le ore di persone che per lo più non si conoscono e che sono tuttavia legate da fili diversi a chi ha organizzato l’evento. Tutti fili buoni: di amicizia, di solidarietà, di vicinanza a chi affronta ogni giorno un dolore che toglie il fiato. Vince su tutto la memoria di chi non c’è più, ma che in qualche modo misterioso dà ancora segni di sé.
Come? Sicuramente interpretando i suoi vissuti (“Federico sarebbe stato contento di avere un bivacco con il suo nome”, nel “sapere che persone disabili potessero andare in montagna su sentieri adattati”) e nei ricordi di chi gli è stato vicino. I suoi amici sanno quanto “il Fede” amasse contatti sobri e autentici, proprio come insegna la vita in montagna. Far rivivere il suo spirito aiuta nelle giornate in cui l’assenza pesa troppo.

Alberto Burri, Teatro continuo (Milano, Parco Sempione).
Attraverso una Milano diversa da quella che percorro (per lo più di fretta…) ogni giorno. Ѐ l’occasione per ammirare il Teatro Continuo dell’artista contemporaneo Alberto Burri (1915-1995), nel Parco Sempione. Riallestito nel 2015 – dopo 25 anni dalla sua installazione (1973) – questa elegante ed essenziale struttura situata tra il Castello Sforzesco e l’Arco della Pace offre la possibilità di salire su un elementare palcoscenico a cielo aperto.
Così faccio insieme a Chiara e le parlo del grande artista che, durante il secondo conflitto mondiale, prigioniero negli Stati Uniti, inizia a dipingere e lascia la carriera di medico per dedicarsi all’arte. Dopo un brevissimo esordio in ambito figurativo produrrà opere informali (pur non aderendo strettamente a questa corrente).
Lavorerà con sacchi di iuta, plastica, stracci, vinavil, legno e altri materiali grezzi. Sulle sue tele appaiono lacerti informi e inevitabilmente rimbalza una peculiare riflessione sulla materia che egli considera protagonista assoluta. Nei suoi lavori è visualizzato il caos magmatico che tutti – e non solo gli artisti – dobbiamo affrontare. Ѐ nel contempo una ricerca di riscatto (“risalita” per Calvesi) attraverso la forma.

Alberto Burri, Sacco nero e rosso 1953 (Fondazione Burri, Città di Castello).
Forse a partire da uno sguardo sul corpo che spesso si presenta ferito e lacerato come mostrano i buchi e le cuciture presenti a tutto campo nelle sue opere. La corporeità, già anatomicamente studiata dall’artista durante gli studi di medicina, appare stravolta sulle tele ma è in qualche modo presente e acutamente riflessa.
Parlando di Burri mi è inevitabile pensare alle perdite e alle bruciature che affrontano ogni giorno le persone del piccolo gruppo cui mi sono aggregata. E agli sforzi di ciascuno per lenire, rimediare, cucire. Con straordinaria abilità, pari a quella del grande artista.
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Dopo una pausa per un pasto al sacco sul prato ombreggiato e una foto insieme, Chiara ed io salutiamo e rientriamo a casa in metropolitana. Il gruppo invece prosegue verso il parco del Monte Stella, una collinetta artificiale formata inizialmente con l’accumulo di macerie, provocate dai bombardamenti effettuati dalle forze angloamericane durante la seconda guerra mondiale e con altro materiale proveniente dalla demolizione degli ultimi tratti dei Bastioni, avvenuta dopo il 1945.
Lì, dal 2003, un giardino ricorda i Giusti che si opposero ai genocidi e ai crimini contro l’umanità. Altre pagine di intensa memoria.
Nei giorni seguenti il tepore di quella mattinata spesa tra il verde cittadino rimane vivo. Mi accompagna un versetto del profeta Isaia: Farò camminare i ciechi per una via che ignorano, li guiderò per sentieri che non conoscono; cambierò davanti a loro le tenebre in luce (Is 42,16)
Ripenso alle immagini del grande maestro impressionista Claude Monet (1840-1926) che realizzò tre splendide vedute di Parc Monceau a Parigi, nella primavera del 1876. Negli ultimi anni di vita Monet soffrì di una grave cataratta che alterò drasticamente la sua vista, rendendolo quasi cieco. Non smise tuttavia di dipingere nella sua amata tenuta a Giverny adattando il suo luogo di lavoro e fissando i colori dell’acqua e delle celebri ninfee tra ricordi e impressioni.
Mi accorgo che, percorrendo oggi le strade milanesi, guardo diversamente le piante e i cespugli che incrocio. Memorie e rimpianti si intrecciano come rami da cui nascono foglie e fiori che possono anche avere un buon profumo.

Claude Monet, Parc Monceau 1878.





