
Il 26 giugno 2026, celebrando con i cardinali un Concistoro straordinario, Leone XIV ha consegnato una formula che vale come cifra del suo ministero: nel chiedere l’aiuto del Collegio egli si pone come «chi chiede, non chi comanda», perché l’autorità del primato è propria di chi ascolta e solo per questo guida, di chi apprende e solo per questo insegna.[1]
Pochi mesi prima, aprendo un altro Concistoro, aveva riassunto in tre parole il metodo del suo governo: «Sono qui per ascoltare».[2] Non è un vezzo retorico, ma la riproposizione, in chiave petrina, di una verità antica: il primato del Pontefice, in continuità con il dogma stabilito dal Vaticano I, non si esercita contro la Chiesa né separato da essa e dai suoi pastori, ma dentro un ascolto reale di ciò che le Chiese vivono, soffrono, sperano e discernono, lungo un più generale atteggiamento di discernimento sinodale.
Un primato che ascolta
Lo stile con cui Leone XIV ha più volte descritto il proprio ministero – un primato che chiede, ascolta, apprende e solo per questo guida – potrebbe essere letto non semplicemente come un tratto personale di governo, ma come l’emergere di una modalità particolarmente significativa di esercizio del ministero petrino nel nostro tempo.
Essa sembra trovare le proprie radici nell’intuizione profetica di Paolo VI circa la permanenza del respiro collegiale del Concilio nella vita ordinaria della Chiesa, nella prassi delle grandi consultazioni che accompagnarono l’esercizio del Magistero straordinario e nel cammino verso una Chiesa sempre più sinodale, missionaria e «in uscita», fortemente promosso da papa Francesco.
In tale prospettiva, la presente riflessione non pretende di inaugurare percorsi inediti, ma di interrogarsi se queste convergenze non offrano oggi un terreno particolarmente favorevole per pensare forme ulteriori di ascolto ecclesiale a servizio del discernimento petrino.
È in questo orizzonte che intendiamo proporre, come ipotesi di lavoro offerta al discernimento, una Consultatio Episcopalis Universalis: universale per ampiezza, ma convocata di volta in volta su singole questioni, e perciò non un concilio permanente; non un nuovo potere, ma un nuovo servizio; non un parlamento, ma un ascolto universale dei vescovi (attuato anche mediante i recenti mezzi telematici e digitali). Una disponibilità stabile del ministero petrino ad ascoltare ordinatamente l’intero episcopato mondiale, i periti della Chiesa e i testimoni della fede, prima di discernere e decidere.
La riflessione qui proposta non nasce dalla convinzione che la Chiesa manchi di strumenti adeguati, né dall’intento di avanzare rivendicazioni istituzionali. Essa è semplicemente un tentativo di pensare, alla luce della tradizione e delle possibilità offerte dal nostro tempo, una modalità ulteriore attraverso la quale il successore di Pietro potrebbe, se lo ritenesse opportuno, esercitare il proprio ministero nell’ascolto sempre più ampio della cattolicità. Come ogni proposta teologica, essa viene consegnata con serenità al confronto degli studiosi e, in ultima istanza, al discernimento della Chiesa.
La quaestio
La domanda è semplice e grave insieme: come può il successore di Pietro esercitare il proprio ministero universale non in modo isolato, ma entro un ascolto realmente cattolico, ordinato e qualificato della Chiesa intera? Non si tratta di indebolire il primato, né di parlamentarizzare la Chiesa, né di trasformare l’episcopato in una sorta di camera deliberante. Si tratta di chiedersi se l’epoca digitale offra strumenti nuovi perché il Papa ascolti meglio, più ampiamente e più ordinatamente, in vista dell’edificazione di una Humanitas davvero Magnifica.[3] Nel discorso di apertura del Concistoro straordinario, Leone XIV lo ha verbalizzato: «Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo. Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli».[4]
Paolo VI, istituendo il Sinodo dei vescovi nel 1965, comprese che il Concilio ecumenico non poteva restare un grande evento del passato: occorreva conservarne il respiro collegiale nella vita ordinaria della Chiesa.[5] A distanza di sessant’anni, è lecito domandarsi se quell’intuizione abbia espresso tutte le sue possibilità.
Il cammino sinodale (che si aprirà presto alle previste Assemblee sinodali, con tappe, criteri e strumenti per la preparazione) ha prodotto assemblee, documenti, consultazioni, comunione: nulla di ciò va negato. Ma il processo è passato per lo più attraverso rappresentanti, delegati (anche laici), mediazioni e sintesi. Oggi, quando sarebbe tecnicamente possibile ascoltare tutti i vescovi, è ancora necessario limitarsi ad alcuni?
Un fondamento già posto: i due dogmi mariani
La proposta non inventa nulla: porta a regime ciò che il primato ha già praticato nei momenti più solenni. Per due volte, infatti, la Chiesa ha celebrato una vera consultatio episcopalis universalis, per iscritto e su scala mondiale.
Con l’enciclica Ubi primum (1849), Pio IX interrogò tutti i vescovi della cattolicità sull’opportunità di definire l’Immacolata Concezione, chiedendo il loro parere e il sentire del clero e del popolo:[6] l’immensa maggioranza dei 604 vescovi interpellati rispose favorevolmente,[7] e cinque anni dopo venne Ineffabilis Deus.
Non a torto Giovanni Paolo II ha potuto definire quel ricorso scritto all’episcopato «quasi un concilio per iscritto»; e già san Leonardo da Porto Maurizio aveva preconizzato un «concilio per iscritto e senza spese».[8]
E vi è un dettaglio teologicamente decisivo: la definizione stessa iscrive tra i testimoni della verità la singolare conspiratio dei vescovi cattolici e dei fedeli.[9] Il papa che, nel 1870, chiederà la formula dell’infallibilità ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae, aveva, già nel 1854, una concezione del proprio ministero tutt’altro che solitaria: cum ecclesia, non sopra e indipendentemente dalla Chiesa.
Pio XII replicò il metodo per la formula dogmatica dell’Assunzione. Con Deiparae Virginis Mariae (1946) interpellò l’intero episcopato, dichiarando espressamente di seguire la via dei predecessori e specialmente di Pio IX,[10] delle 1.181 risposte pervenute, soltanto sei avanzarono riserve sul carattere rivelato della verità.[11]
La bolla Munificentissimus Deus poté così addurre il consenso universale del Magistero ordinario come argomento certo a conferma dell’enunciazione della verità rivelata.[12] Ecco il punto che illumina la nostra proposta: in entrambi i casi, una consultazione tendenzialmente universale del corpo episcopale ha informato senza vincolare; ha prodotto conoscenza ecclesiale, non un voto deliberante.
È esattamente ciò che una Consultatio universale potrebbe oggi offrire non più soltanto davanti a un dogma, ma dinanzi a questioni che il Romano Pontefice stesso ritenga di particolare rilevanza per la fede, la comunione, la disciplina ecclesiale o la missione evangelizzatrice della Chiesa, aggiungendosi alle forme di consultazione già esistenti, come il Concistoro straordinario.
Il fondamento ecclesiologico: conspiratio, non democrazia
La Chiesa non è una democrazia, ma non è neppure una monarchia solitaria nel senso della politica moderna: è comunione gerarchica. Il papa possiede ed esercita un primato reale, personale e universale; i vescovi – e tra essi, in modo peculiare, i cardinali – sempre cum Petro et sub Petro, partecipano alla sollecitudine per tutta la Chiesa.[13] L’ascolto non limita il primato: lo qualifica pastoralmente. Un papa che ascolta di più, non è meno papa; è un papa che decide con maggiore conoscenza della cattolicità concreta.
La tradizione teologica offre qui la categoria esatta. Nel celebre saggio On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine (1859), il dottore della Chiesa John Henry Newman – scrivendo proprio nella stagione della discussione sull’Immacolata – ricordava che la tradizione apostolica si manifesta ora per bocca dell’episcopato, ora dei dottori, ora del popolo, nelle liturgie e nelle consuetudini,[14] e parlava appunto di una conspiratio, un «respirare insieme» di pastori e fedeli.[15] Non per caso Newman richiamava Ineffabilis Deus, in cui Pio IX, pur conoscendo già il sentire dei vescovi, volle conoscere anche quello dei fedeli.[16]
Il Vaticano II raccoglierà questa intuizione in Dei Verbum 8: la comprensione del deposito dottrinale cresce per la contemplazione e lo studio dei credenti, oltre che per la predicazione dei vescovi.[17]
Newman offre, però, anche l’antidoto storico contro ogni ingenuità: durante la crisi ariana del IV secolo, larga parte dell’episcopato venne meno – al punto che, per la celebre espressione di san Girolamo, «il mondo intero gemette e si stupì di ritrovarsi ariano»[18] –, e la fede fu comunque custodita dal corpo dei fedeli.[19]
Anche gli organismi qualificati – e perfino i sinodi di vescovi – possono errare. Il criterio decisivo, dunque, non è mai il conteggio, ma il discernimento del Pastore. È qui che la differenza tra consultare e deliberare va custodita con rigore: consultare non significa abdicare, ascoltare non significa obbedire a una maggioranza. La consultazione – anche quella richiesta ai cardinali nel Concistoro straordinario del 26-27 giugno 2026 – è un esercizio ecclesiale: non serve a contare i voti, ma a conoscere meglio l’orientamento generale della Chiesa.
Sviluppo, non superamento, di Paolo VI
La Consultatio va intesa come sviluppo dell’intuizione montiniana. Il Sinodo nacque «per consultazione e collaborazione», come istituzione centrale, rappresentante di tutto l’episcopato e – si noti – «perpetua per sua natura».[20]
Il Codice di diritto canonico ne fa un organismo che presta aiuto al pontefice con i suoi consigli, sempre da lui convocato, presieduto e concluso.[21]
Con Episcopalis communio (2018) due passi sono già stati compiuti: la fase preparatoria è divenuta consultazione del Popolo di Dio nelle Chiese particolari;[22] e si è stabilito che il Documento finale, se approvato espressamente dal pontefice, partecipa del suo Magistero ordinario.[23]
La Consultatio non duplica il Sinodo, né i Concistori cardinalizi straordinari: ne nutre il processo, portando a compimento universale ciò che oggi avviene in forma rappresentativa.
Che il momento sia maturo, lo dice lo stato delle cose. Il Documento finale del Sinodo sulla sinodalità (2024) ha valore magisteriale, al punto che il papa del tempo scelse di non aggiungervi un’esortazione apostolica.[24]
Leone XIV ne ha rilanciato l’attuazione, che prosegue verso le Assemblee sinodali 2027-2028.[25] In questo cantiere – e nella prospettiva di Praedicate evangelium, che vuole la Curia a servizio del papa e delle Chiese particolari[26] – la Consultatio troverebbe il suo posto naturale. Il Discorso di apertura del secondo Concistoro straordinario del suo pontificato lo ha ribadito: «Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione».[27]
L’architettura: tutti, alcuni, uno
La Commissione Teologica Internazionale ha già offerto la possibile grammatica che ordina l’intera proposta: la sinodalità si articola in «tutti», «alcuni» e «uno».[28] Tre livelli, tre soggetti, un solo movimento dinamico.
«Tutti»: la consultazione dell’intero episcopato, ovvero dei Pastori di tutte le Chiese particolari. Stabilito il tema, il papa invierebbe a tutti i vescovi un documento con domande precise – com’è avvenuto per il Concistoro straordinario: le ferite pastorali, le esperienze positive, gli errori da evitare, gli elementi dottrinali da chiarire, le proposte concrete –, con contributi firmati, riservati o, in contesti difficili, anonimi e protetti. Accanto a tutto ciò, una Consultatio Testium: non analisi tecniche specialistiche, ma brevi testimonianze di missionari, di esperti, consacrate, ministri istituiti, catechisti, malati, perseguitati, poveri. Perché lo Spirito non parla soltanto attraverso gli esperti, ma anche attraverso i piccoli e, soprattutto, attraverso il sensus fidei.
«Alcuni»: il lavoro dei periti. Un Album Peritorum Ecclesiae Universalis, aggiornato ogni cinque anni dalle Conferenze episcopali, raccoglierebbe per ogni materia – teologia, diritto, bioetica, economia, demografia, intelligenza artificiale, ecologia, famiglia… – non pochi nomi di fiducia, ma tutte le competenze realmente disponibili: nel mondo ecclesiale e, limitatamente al sapere tecnico e scientifico, anche in ambito non cristiano o agnostico, ben distinguendo in tal caso l’apporto della competenza dal discernimento di fede, che resta proprio dei credenti.
Da esso il papa attingerebbe per costituire delle Commissiones ad quaestionem: commissioni per una singola questione, internazionali, temporanee, a scioglimento automatico. Il loro compito non sarebbe dire «noi pensiamo», ma «dall’esame dei contributi emerge». Poiché chi sintetizza esercita un potere, occorrono garanzie forti – rotazione, pluralità di sintesi, accesso del papa alle sintesi intermedie e all’archivio integrale, riservatezza giurata –. Il compito di tutti costoro è quasi ascetico: sparire dietro i contributi ricevuti.
«Uno»: il pontefice che ascolta, discerne e decide, eventualmente e se, del caso, anche esercitando un Magistero infallibile. Qui la Consultatio si arresta, perché qui comincia il primato. Il papa sceglie i temi, approva il metodo, riceve le sintesi e decide liberamente se e come servirsene. La consultazione non crea diritto, non produce magistero, non vincola: produce conoscenza.
Le obiezioni
«È democrazia» nelle decisioni pontificie? No: nessun voto, nessuna maggioranza, nessun vincolo. Il fondamento non è solo prudenziale, ma dogmatico: le definizioni del pontefice sono irreformabili ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae.[29] È proprio questo a rendere la consultazione sicura: il papa ascolta tutti, ma non è legato ad alcuno.
«Ma le consultazioni universali del XIX e XX secolo riguardarono soltanto questioni dogmatiche: non si rischia oggi di trasformare il governo della Chiesa in un sistema di sondaggi?».
È, questa, probabilmente l’obiezione teologicamente più seria. Le due grandi consultazioni promosse da Pio IX e da Pio XII ebbero ad oggetto verità strettamente connesse al deposito della fede e all’esercizio del Magistero straordinario, e non costituiscono perciò un precedente immediatamente trasponibile ad ogni questione disciplinare, pastorale o di governo.
In quelle circostanze il Romano Pontefice non intese chiedere all’episcopato se una verità dovesse essere creduta, né subordinare la propria decisione a un consenso costitutivo, ma verificare più compiutamente il dato della fede vissuta nelle Chiese particolari e l’opportunità di una definizione solenne.
La presente proposta non pretende dunque di istituire una consultazione generalizzata su qualsiasi materia, né di introdurre nella Chiesa logiche proprie dell’indagine sociologica o della formazione della volontà mediante maggioranze. Essa intende soltanto evidenziare che la storia del ministero petrino mostra come il Romano Pontefice possa ritenere opportuno, quando la questione lo suggerisca e nella misura da lui liberamente determinata, acquisire una conoscenza più ampia del sentire delle Chiese particolari prima di esercitare il proprio discernimento. La consultazione resta sempre eventuale, tematica, prudenziale e integralmente rimessa alla libera decisione del successore di Pietro.
Il Vaticano I, del resto, ha definito la pienezza della potestà, non il dovere di esercitarla isolatamente: potremmo quasi dire che esso ha affermato ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae; non tamen, alla luce della storia concreta dell’esercizio del primato, sine auditu Ecclesiae.
«È conciliarismo»? Solo in senso analogico. Non c’è formale convocazione conciliare, non assemblea, non voto deliberativo, non decreto collegiale: nessun soggetto pretende di giudicare o limitare l’autonomia del papa. È cattolicità ascoltata, non potere alternativo. Né si tratta di sottovalutare il «consultivo»: la stessa Commissione teologica avverte che la distinzione tra consultivo e deliberativo non va letta con la mens del diritto civile, sì che l’espressione votum tantum consultivum risulterebbe, così intesa, inadeguata.[30]
«I periti prenderanno il potere»? È, questa, l’obiezione più seria: chi sintetizza governa, chi seleziona orienta. La risposta sta nelle garanzie già dette, nel voto di ogni singolo vescovo e in un principio che viene da lontano: l’esempio ariano insegna che nessun corpo, per quanto competente, è al riparo dall’errore; perciò la sintesi non sostituisce mai il dibattito, la sinodalità locale, il diritto di proposta dei vescovi, il discernimento del Pastore supremo.
«La segretezza è impossibile»? È, questa, la difficoltà pratica più reale. Senza riservatezza, i vescovi scriveranno dei testi diplomatici; con una riservatezza seria – piattaforma sicura, archivio protetto, accessi tracciati, giuramento dei periti, sanzioni canoniche per le violazioni – potranno dire ciò che davvero ritengono utile dire e comunicare al papa. La segretezza, qui, non è un dettaglio: è una condizione di libertà.
«È materialmente impossibile»? Lo era nel 1965; non più oggi. Traduzioni assistite, archivi digitali e indicizzazione rendono possibile ordinare migliaia di contributi. Ma qui occorre un limite netto: all’intelligenza artificiale spetta soltanto un supporto archivistico e linguistico – tradurre, indicizzare, reperire –, mai la sintesi, mai l’individuazione di tendenze, mai la proposta.
Ogni lettura teologica, pastorale e spirituale, e ogni sintesi, restano alla coscienza morale di persone reali e responsabili, non alle macchine. È, del resto, l’indirizzo che il magistero più recente va tracciando sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana.[31]
«E le Chiese d’Oriente?» Potrebbero obiettare: noi viviamo da sempre la sinodalità nei nostri Sinodi patriarcali e maggiori; perché un meccanismo romano a scala mondiale?
La risposta rovescia l’obiezione. La Consultatio non romanizza né assorbe la sinodalità orientale: la presuppone e la onora. Le Chiese sui iuris vi parteciperebbero come tali, attraverso i loro Sinodi, non sciolte in una procedura latina. Anzi, è proprio dall’Oriente che il ministero petrino impara questo stile: un primato che, secondo l’antica formula di sant’Ignazio di Antiochia, «presiede nella carità»[32] – cioè raccoglie senza assorbire, convoca senza sostituire.
La Consultatio non è Roma che parla al posto delle Chiese, ma Pietro che si dispone ad ascoltarle tutte, ciascuna nella sua voce.
«La Curia verrebbe svuotata; i cardinali perderebbero centralità»? Accadrebbe il contrario. La Curia, a servizio del papa e delle Chiese, ne uscirebbe purificata da ogni autoreferenzialità; e i cardinali giungerebbero al Concistoro straordinario non più con impressioni parziali, ma con una base ecclesiale veramente mondiale. Non perderebbero centralità: perderebbero isolamento informativo. Il Concistoro non sarebbe impoverito, ma elevato.
Conclusione: la consultabilitas Petri
La Consultatio Episcopalis Universalis non nasce dal desiderio di riformare la Chiesa secondo categorie politiche o digitali, ma da una domanda ecclesiale: può il papa essere aiutato ad ascoltare meglio tutta la Chiesa prima di discernere e decidere? La storia risponde di sì – lo dicono i due grandi atti mariani –; la teologia risponde di sì – lo dice la conspiratio di pastori e fedeli –; il diritto risponde di sì – lo dicono la natura «perpetua» del Sinodo e la consultazione del Popolo di Dio, già istituzionalizzata.
Se si volesse nominare il nucleo di questa proposta, si potrebbe arrischiare una parola. Il Vaticano I ha definito la potestas del primato; il Vaticano II ne ha mostrato la collegialitas; Francesco ne ha dischiuso la synodalitas.
Ciò che qui si tenta non è un quinto potere né una nuova struttura, ma un atteggiamento: una consultabilitas Petri – la disponibilità strutturata del successore di Pietro a lasciarsi informare ecclesialmente prima di discernere e decidere.
Non meno primato, dunque, ma un primato più consapevole della cattolicità concreta che è chiamato a servire. Non è la Chiesa che chiede di essere consultata: è Pietro che, restando integralmente libero, decide di consultare. Né la presente proposta intende colmare una lacuna costitutiva dell’ordinamento ecclesiale vigente, ma soltanto suggerire una possibile modalità storicamente opportuna di esercizio del ministero petrino nelle condizioni comunicative del XXI secolo.
Paolo VI intuì che il Concilio ecumenico doveva continuare come stile di comunione attorno a Pietro; Francesco ha insistito sulla sinodalità come via della Chiesa (anche nelle sue componenti laicali e femminili) del terzo millennio; Leone XIV ha definito il primato come autorità di chi ascolta e solo perciò guida.
Il nostro tempo dispone ora di strumenti che permettono un passo ulteriore: non sostituire il Sinodo, ma prepararlo meglio; non ridurre il Concistoro straordinario, ma nutrirlo; non indebolire il papa, ma offrirgli una conoscenza più ampia della cattolicità concreta.
Il papa non ha bisogno di maggioranze; ha bisogno di verità, comunione, discernimento, libertà interiore e ascolto reale. Una Chiesa cattolica deve desiderare un ascolto cattolico.
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è spiritualmente opportuno; ma quando la tecnica può servire la comunione, la prudenza non consiste nel rifiutarla, bensì nell’ordinarla e ri-finalizzarla ecclesialmente. Perché la cattolicità, prima di essere guidata, deve essere conosciuta; prima di essere conosciuta, deve essere ascoltata; e prima di essere ascoltata, deve essere amata. «Conserviamo l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,3).
[1] Leone XIV, Omelia nella Messa con i Cardinali per il Concistoro straordinario, 26 giugno 2026.
[2] Leone XIV, Discorso di apertura del Concistoro straordinario, 7 gennaio 2026.
[3] Cfr. Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), sul contributo della Chiesa al bene comune e sul discernimento «nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità» (n. 86); il titolo richiama il Magnificat di Maria.
[4] Leone XIV, Ai Cardinali riuniti nel Concistoro straordinario (intervento introduttivo), 26 giugno 2026.
[5] Paolo VI, Lett. ap. in forma di motu proprio Apostolica sollicitudo, 15 settembre 1965.
[6] Pio IX, Enc. Ubi primum, 2 febbraio 1849, indirizzata a tutti i vescovi della cattolicità.
[7] Giovanni Paolo II, Catechesi del 12 giugno 1996: «l’immensa maggioranza dei 604 vescovi rispose positivamente»; cfr. Pio IX, Cost. ap. Ineffabilis Deus, 8 dicembre 1854.
[8] La formula «concilio per iscritto e senza spese» fu preconizzata da san Leonardo da Porto Maurizio sotto Clemente XII e Benedetto XIV; l’espressione «quasi un concilio per iscritto» è ripresa da Giovanni Paolo II (cfr. nota 7).
[9] Ineffabilis Deus iscrive tra i testimoni della verità la «singularis catholicorum Antistitum ac fidelium conspiratio».
[10] Pio XII, Enc. Deiparae Virginis Mariae, 1° maggio 1946: il Pontefice dichiara di seguire il metodo dei predecessori e specialmente di Pio IX.
[11] Delle 1181 risposte pervenute, soltanto sei manifestarono riserve sul carattere rivelato della verità: cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi del 2 luglio 1997, e Pio XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus.
[12] Pio XII, Cost. ap. Munificentissimus Deus, 1° novembre 1950 (AAS 42 [1950], 757), sul «consenso universale del Magistero ordinario» quale argomento certo.
[13] Cfr. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium (21 novembre 1964), nn. 22-23; Decr. Christus Dominus (28 ottobre 1965), n. 5.
[14] J.H. Newman, On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine, in The Rambler, luglio 1859. Newman è stato proclamato Dottore della Chiesa da Leone XIV il 1° novembre 2025.
[15] Ivi: la tradizione si manifesta ora per bocca dell’episcopato, ora dei dottori, ora del popolo, nelle liturgie e nelle consuetudini; di qui la conspiratio pastorum et fidelium.
[16] Newman richiama Ineffabilis Deus, ove Pio IX, pur conoscendo il sentire dei vescovi, volle conoscere anche quello dei fedeli.
[17] Cf. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum (18 novembre 1965), n. 8.
[18] San Girolamo, Dialogus contra Luciferianos, 19: «Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est».
[19] Newman richiama la crisi ariana del IV secolo, quando larga parte dell’episcopato venne meno e la fede fu custodita dal corpo dei fedeli.
[21] Cf. CIC, cann. 342-348; can. 342: i vescovi prestano aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice, che convoca, presiede e conclude il Sinodo.
[22] Francesco, Cost. ap. Episcopalis communio (15 settembre 2018), artt. 5-7, sulla fase preparatoria e la consultazione del Popolo di Dio.
[23] Ivi, art. 18 § 1: il Documento finale, se approvato espressamente dal Pontefice, partecipa del suo Magistero ordinario.
[24] XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi, Documento finale Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione (26 ottobre 2024); Francesco, Nota di accompagnamento (24 novembre 2024).
[25] La fase attuativa del Sinodo prosegue verso le Assemblee sinodali 2027-2028: cfr. Segreteria Generale del Sinodo, Verso le Assemblee sinodali 2027-2028. Tappe, criteri e strumenti per la preparazione (2026), presentato al Concistoro straordinario del giugno 2026.
[26] Cf. Francesco, Cost. ap. Praedicate evangelium (19 marzo 2022), sul servizio della Curia Romana al Pontefice e alle Chiese particolari.
[28] Commissione Teologica Internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (2 marzo 2018), spec. cap. II, sulla circolarità tra i soggetti «tutti», «alcuni» e «uno».
[29] Cf. Conc. Ecum. Vaticano I, Cost. dogm. Pastor aeternus (18 luglio 1870), cap. IV: le definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili «ex sese, non autem ex consensu Ecclesiae».
[30]Commissione Teologica Internazionale, La sinodalità…, cit., n. 69: la distinzione tra voto consultivo e deliberativo non va intesa secondo la mens del diritto civile.
[31]Cf. Leone XIV, Lett. enc. Magnifica humanitas (15 maggio 2026), spec. n. 86, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale; e Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Nota Antiqua et nova (28 gennaio 2025).
[32]Cf. S. Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani, proemio (la Chiesa di Roma «presiede nella carità»); e Conc. Ecum. Vaticano II, Decr. Orientalium Ecclesiarum (21 novembre 1964), sul rispetto delle Chiese sui iuris e dei loro Sinodi.





