I molti fronti del Medio Oriente

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Dopo aver lottato per una vita per l’inclusione, una professoressa libanese a Beirut si è sentita dire, “con il suo nome non le possiamo affittare casa”. Lei è sciita e i condomini temono che porti le bombe israeliane.

Il proprietario di casa, mortificato, le  ha detto di non poter fare altrimenti e le ha regalato un cedro, simbolo nazionale. Lei ha apprezzato.

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C’è una convinzione troppo semplice che forse ci impedisce di capire tutta la complessità dei fenomeni. Questa convinzione è che le partite, come nella maggior parte degli sport, si giochino tra due squadre o due contendenti. Così oggi avremmo da una parte Israele e dall’altra i suoi nemici.

Procedendo con un simile ragionamento tutte le corone arabe, acerrime nemiche da decenni degli ayatollah, sarebbero sul carro iraniano o su quello israeliano. Non credo che le cose stiano così. L’odierno vantaggio è tutto dell’Iran. E va riconosciuto che Netanyahu e Trump hanno sbagliato i conti: senza poter mandare soldati sul terreno la  vittoria è improbabile.

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Forse, per capire occorre vedere la profondità delle differenze che allontanano da Hezbollah e Teheran i soci dello strano tentativo di “amicizia” che si starebbe cercando tra Pakistan, il mediatore tra Stati Uniti e Iran, Arabia Saudita, il Paese che si vanta di custodire i luoghi santi dell’Islam ma che ha preso da decenni ad avversare i fratelli musulmani, Qatar e Turchia, che sono vicini proprio ai fratelli musulmani, e infine l’Egitto, amico più per necessità che per virtù dei sauditi.

Tutti costoro cercano di capirsi e di sostenere lo sforzo pakistano. Cosa potrebbe unirli? Il desiderio che il ritiro americano (sempre più imminente) non lasci dietro di sé un’egemonia regionale israeliana o iraniana.

Ecco allora che la questione libanese diviene importante. Per loro non può essere delegata all’Iran e ai suoi seguaci di Hezbollah, non può diventare l’affermazione di un’egemonia di Israele. Così potrebbe andare anche per i territori palestinesi, nei loro auspici.

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Che le cose possano non essere troppo diverse lo si evince dalla freddezza, un tempo non ipotizzabile, con cui tutti loro hanno accolto l’idea trumpiana di un accordo con l’Iran legato al loro aderire ai patti di Abramo. È stato un no, rumoroso soprattutto da parte saudita. Prima potrebbero volere un cambio americano sulla questione palestinese, con il ritorno di una “prospettiva di Stato”.

E sul Libano è chiaro il loro fastidio per Hezbollah, unito al tentativo di difendere Beirut. Una Beirut araba, legata all’orientamento arabo, come ha detto una volta il presidente Joseph Aoun, è ciò che desiderano. Sebbene sia lontano, anche per la loro scarsa incidenza.

Tutto questo renderebbe evidente la debolezza soprattutto araba, ma anche l’eccessiva semplicità con cui si attribuisce a tutto quel mondo una delega in bianco a Hezbollah. La visione teocratica di questo “Partito di Dio” gli risulta indigesta non per un collegamento profondo ai testi di Montesquieu, ma perché l’affermazione di Hezbollah ai loro occhi sarebbe un ulteriore successo dell’Iran, non del fronte islamico del quale sono parte e che quindi non c’è, né la sconfitta di Israele che loro non vedono più, da tempo, in termini esistenziali, ma di un nuovo assetto senza ruoli egemonici. Ma intanto muoiono i libanesi, quasi 4mila da aprile.

Tutto questo e altri errori in queste ore fa sì che sia in evidente vantaggio l’Iran. Troppo facile la sua scelta di ridurre a due la contesa, togliendo di mezzo il flebile terzo.

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La stessa effettiva presenza nel quintetto del Qatar, più autonomo, è da molti discussa e ciò che si è visto sono incontri tra i ministri degli esteri degli altri quattro paesi e un patto militare tra Pakistan e Arabia Saudita. La mutevolezza araba, le frequenti piroette, rendono tutto questo incerto, dai contorni fumosi, non chiari.

Ma la distanza sempre più chiara tra Emirati e Arabia Saudita, con il primo sempre più vicino a Israele e i secondi sempre meno entusiasti al riguardo, rende questa considerazione necessaria per cercare di capire. Il dissidio tra Emirati e sauditi pesa, ha conseguenze.

Le semplificazioni non aiutano, anche se per capire bisognerebbe sapere di più. Certo il fatto è che l’Iran è un paese, ed ha milizie alleate, Israele è un paese, e ha alleati, gli arabi invece sono tanti, per alcuni di loro forse troppi, e Pakistan e Turchia poi neanche lo sono, arabi.

Egoismi, personalismi, piccoli egemonismi, rendono questo fronte fragile, i loro leader sono volubili, ma non si può credere che i sauditi accettino un ordine regionale che li marginalizzi. Come di diventare marginale non lo accetta l’Iran, e per via di Trump e Netanyahu questo scenario per molti sarebbe improbabile.

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Le rappresentazioni che mettono tutti questi vecchi nemici nello stesso cesto, non possono convincere. Bisogna allora capire diversamente la questione che si pone in Libano.

Se sui territori palestinesi Riad si è espressa con Trump: sostegno al Board of Peace ma nella prospettiva di dar vita a un inizio di Stato Palestinese, al quale è sempre più difficile pensare; sul Libano la mancanza di un attore locale forte, come era il defunto Rafiq Hariri, eliminato fisicamente dai suoi compatrioti di Hezbollah, forse potrebbe trovare nell’attuale presidente Joseph Aoun il sostituto pro-tempore.

Pro-tempore, perché nel confessionalismo libanese Aoun è un cristiano e quindi non può ricostruire il campo sunnita che serve come base a Riad. Ma intanto può tentare di rimettere in piedi un simulacro di stato che possa contenere Hezbollah e cercare di trattare con Israele come interlocutore e non come vassallo.

Non è chiaro se Trump sostenga questo sforzo o abbia inteso preservare Beirut dalle bombe israeliane, fallendo vedremo quanto, solo per tener buono l’interlocutore iraniano. Ipotesi che non è affatto esclusa, anzi appare la più probabile.  Come quella iraniana, anche la politica di Netanyahu favorisce di più la riduzione a due contendenti: o lui o Hezbollah. Comprensibile dal suo punto di vista, non da quello degli arabi. Eppure il loro ruolo sembra ancora importante nella mediazione.

Una tesi diversa ma interessante è che sul campo si vede solo lo sforzo iraniano a contrastare l’egemonia di Israele. Tutto sommato questo è stato il cavallo di battaglia di Hezbollah per anni: i leader arabi hanno fallito, sono degli inetti.

C’era del vero per “la gente” e infatti questo ha creato il “mito Hezbollah”, che però ha lasciato dietro di sé solo distruzioni e macerie, tranne che in Iran. Poi gli arabi hanno scommesso su Trump: ora?

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