Libano: dalla colonizzazione iraniana all’annessione israeliana

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La forza dei fatti è presto riassunta: oltre il 20% della popolazione libanese è profuga in patria, costretta a lasciare il sud occupato dall’esercito israeliano. Il governo di Beirut ha più volte denunciato la distruzione di terre coltivate, di infrastrutture civil, la demolizione di villaggi.

Sebbene ci sia un “cessate-il-fuoco”, con l’occupazione israeliana fino al fiume Litani, secondo il quotidiano La Stampa “mercoledì l’esercito israeliano ha dichiarato zona di combattimento una nuova area del Libano meridionale, ordinando ai residenti della zona di spostarsi verso nord e avvertendo che avrebbe agito ‘con grande forza’ contro il gruppo armato libanese Hezbollah presente nell’area. La dichiarazione dell’esercito, pubblicata su X, sembra preannunciare un’ulteriore escalation dopo gli oltre 120 attacchi aerei che martedì 26 maggio hanno colpito il Libano meridionale e orientale, nonostante il cessate il fuoco annunciato il 16 aprile”.

Annessione israeliana del Libano meridionale

Il ministro Smotrich chiede da tempo di annettere il Libano meridionale, la linea ufficiale rimane quella di smantellare Hezbollah e la sua milizia, senza finalità di modifica dei confini.

Prima si parlava di un’occupazione dal confine tra Libano e Israele fino al fiume Litani, quella che era considerata la profondità necessaria a garantire la sicurezza del nord di Israele dai miliziani e dai loro razzi; ora si sale ulteriormente, dichiarando che la zona di guerra arriva fino a un fiume più a nord, lo Zahrani. È un terzo di tutto il Libano.

Questo dipende dal fatto che l’esercito israeliano ha trovato davanti a sé un nuovo nemico, i droni più piccoli e più semplici, dicono gli esperti, quelli a fibra ottica che sono molto difficili da contrastare. È la nuova arma di Hezbollah, che ha capito che il nemico è in difficoltà davanti a essa.

Dunque, le interpretazioni più diffuse parlano di offensiva per arrivare alla tregua da posizioni migliori, controllando più territorio, o per evitare che una tregua ci sia finché quella possibile non è quella preferita.

Vite in balia

Il discorso si potrebbe chiudere qui se di mezzo non ci fosse un numero enorme di esseri umani, quindi città, antichi castelli, princìpi fondamentali del diritto umanitario internazionale, antiche coltivazioni, futura vivibilità.

Se tutto questo è chiaro, una parola in apparenza altrettanto chiara orienta il dibattito libanese. Questa parola è “resistenza”.

Non si riesce a capire l’assenza di empatia verso i libanesi se non vediamo che manca una narrazione libanese. Anzi, oggi ne esistono due così contrapposte da essere in un urto feroce tra di loro tanto da farci domandare: qual è il Libano?

Mezzo Paese, o più di mezzo, è contro quella che Hezbollah definisce “resistenza”; mentre ciò che sostiene questa metà di Libano (o più) viene definito da Hezbollah “tradimento”, intelligenza con il nemico. Dove porre la solidarietà, con chi?

I due campi sono guidati, o forse rappresentati, da Hezbollah, il Partito di Dio, khomeinista, opposto a governo e Presidenza della Repubblica. Leggendo si ha la sensazione che vogliano la stessa cosa; il ritiro di Israele dai territori libanesi occupati e la piena sovranità libanese, il ritorno dei profughi nelle loro case. Ma il primo vuole che ciò passi attraverso la sua vittoria miliziana contro Israele, il secondo attraverso un negoziato con il nemico – e questo per Hezbollah è un inammissibile tradimento.

Il negoziato possibile

Osservando più da vicino, ma senza avvicinarsi troppo perché altrimenti si vedrebbe bene un dettaglio ma non il contesto, ci accorgiamo che il negoziato anche per Hezbollah è possibile, ma se viene condotto dall’Iran. È ben noto che l’Iran ha tentato e tenterebbe ancora di legare il Memorandum of Understanding con Trump a una tregua anche in Libano.

E questa tregua che diviene ammissibile per Hezbollah, mentre non lo è quella richiesta dal governo per negoziare una pace con il potente nemico. Essendo Hezbollah un partito khomeinista, finanziato dall’Iran khomeinista dagli anni Ottanta, ci si forma l’idea che il modo migliore per espandere la propria influenza nella regione sia quello di usare il conflitto libanese al proprio tavolo negoziale. “Resistenza”?

Hezbollah, una creazione israeliana

L’impressione se guardiamo alla lunga storia di questo conflitto è che l’invasione terrestre del sud del Libano da parte di Israele negli anni Ottanta abbia aiutato a far emergere questo soggetto in armi, che ha sgomberato il campo da altri soggetti “resistenti” al tempo presenti per diventare la sola “resistenza”.

Sostenuta dall’Iran e dalla Siria degli Assad, che nel frattempo occupava il resto del Paese, Hezbollah è diventata nel corso del tempo una potenza miliziana, temuta anche da Israele. Uscendo dalla sua guerra civile a dir poco tumefatto nel 1990, il Libano ha disarmato tutte le sue milizie che si erano allegramente combattute per anni. I partiti di cui erano espressione restavano attivi, ma senza armi: la guerra civile era finita.

C’è stata un’eccezione però, Hezbollah, perché combatte contro l’invasore nel sud. L’altro invasore, la Siria, era compatibile, diciamo come “benevolo protettore del Libano” e questa invasione non si combatte, la si appoggia.

Trovato il modo di capirsi con L’Iran, che ha armato e addestrato i miliziani di Hezbollah, la Siria accettava negli anni Ottanta la loro gestione esclusiva della lotta armata contro Israele in cambio dell’affidamento all’altro partito sciita del peso politico nel governo libanese. La Siria doveva avere un suo alleato in ogni comunità confessionale libanese. Il patto tra le due formazioni sciite libanesi è emerso dal loro conflitto e da allora è stato rigido, assoluto: nessuna voce dissenziente è riuscita mai a emergere senza essere soppressa.

L’occasione mancata

Facciamo un salto in avanti, andiamo al 2000, quando Israele ha deciso di ritirarsi dal sud del Libano, per la scelta politica che intendeva perseguire il suo nuovo premier. È stata l’occasione per il Libano per chiedere a Hezbollah di disarmare: se non c’è più occupazione non c’è più resistenza armata…

Ma grazie a una disputa (artificiosa) sui confini, relativa a un’area infinitesimale, che in realtà apparteneva alla Siria, Hezbollah è riuscito a definire quel ritiro non completo e tutti gli alleati libanesi della Siria e dell’Iran si sono allineati; non c’erano le condizioni per disarmare la “resistenza”. Non si trattava di sciogliere il partito, come non era accaduto con gli altri quando era finita la guerra civile, ma il suo braccio armato.

Hezbollah: il Libano in mano ad altri

Forse la resistenza era soprattutto altro: un avamposto militare dell’Iran, tutelato dalla Siria degli Assad: queste finalità le possiamo immaginare vedendo Hezbollah come un avamposto iraniano, difensivo o offensivo, accanto a Israele. Questo avamposto, in questa visione, serviva o a dissuadere dall’attaccare l’Iran o a espandere l’area di influenza iraniana nel mondo arabo-islamico. Dipende.

Il successo di Hezbollah è stato evidente perché ha modellato una comunità, l’ha modellata culturalmente. Con quello che a me è sempre apparso un lavoro di indottrinamento e conquista sociale con scuole, assistenza, moschee, televisione, ospedali e altro, Hezbollah ha plasmato una comunità a sua immagine e somiglianza, intrisa di pensiero apocalittico. Questo, il pensiero apocalittico, è il vero motore culturale di Hezbollah, mai sufficientemente indagato.

Dall’altra parte c’è un governo che non può governare, perché non c’è lo Stato, per due motivi. Il confessionalismo è rimasto quello che era prima della guerra civile, si è dimostrato un mostro irriformabile, aggrappato al potere delle grandi famiglie.

Questo Stato, e siamo al secondo motivo della sua assenza, ha ceduto per decenni la sua politica di difesa a un soggetto non statale, che ha dichiarato guerra quando ha ritenuto, rafforzando la spinta bellicista del nemico, che così facendo rafforzava la pretesa “resistenza” del nemico.

Ora lo Stato, con le enormi magagne che lo caratterizzano, dice di andare allo scontro con Hezbollah, ma dice anche di non volerlo, per paura della piazza, della guerra civile. Così le due narrative sembrano fondarsi su compromessi non dichiarati, negati, ma forse esistenti.

Hezbollah infatti accusa il governo di tradimento, ma di quel governo fa parte, con i suoi due ministri che non si dimettono. E le chiamate alla mobilitazione di piazza per abbattere il governo restano sulla carta.

Non esiste una ricetta completa. Occorre cominciare, poi il resto potrebbe venire cammin facendo. Difficile pensare a un altro punto di partenza.

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