
Proteste a Beirut di sostenitori di Hezbollah per i negoziati con Israele (Ibrahim Amro/AFP)
La storia a volte sorprende. Così accade che il Libano arrivi al primo passo di un colloquio diretto a livelli di ambasciatori con gli israeliani a Washington, presente il mediatore americano, per tentare di avviare negoziati di pace con Israele in questo 14 aprile 2016, il giorno dopo la data che tutti i libanesi ricordano meglio di tutte le altre, il 13 aprile, la data in cui, nel 1975, scoppiò la sempre ricordata e mai abbastanza capita guerra civile.
È una richiesta avanzata dal Presidente libanese da settimane. Israele ha accettato, ma nel colloquio il Libano dovrebbe chiedere che si fermino le azioni militari. Numerosi Paesi, anche europei, hanno sostenuto la richiesta libanese. Secondo fonti diplomatiche, gli israeliani hanno acconsentito a una de-escalation che risparmi solo la capitale e i suoi sobborghi. Beirut ce la può fare?
***
Se c’è una cosa che tutti sottolineano è proprio questa, che lo Stato libanese è un esempio di debolezza. Ma se questo è vero occorre anche dire come mai. Dopo anni complessi ma promettenti, nei quali sembrò ritagliarsi un futuro separato dai grandi contrapposti blocchi arabi, i «religiosi» filo-americani e i «laici» filo-sovietici, il Libano oltre a quindici anni di guerra civile ha conosciuto due occupazioni: quella del Sud del Libano da parte di Israele, che ha fatto da brodo di coltura di Hezbollah, milizia khomeinista appoggiata dell’altro occupante entrato militarmente nel resto del Paese, la Siria degli Assad.
Che sia andata così lo dimostra che, dopo il ritiro dell’occupante israeliano dal Sud del Libano, nel 2000, Hezbollah è rimasta in armi senza più un nemico a cui resistere, ma con il sostegno siriano. Poi c’è stata la lunga stagione dei delitti politici. Difficile anche ipotizzare che dovesse esserci anche un esercito nazionale. Il vero esercito era la «resistenza». Importanti leader cristiani si sono allineati a questo blocco. Mentre l’investimento iraniano su Hezbollah è stato enorme e per decenni, nessun altro ha ritenuto plausibile un serio investimento sullo Stato libanese, minato dall’interno.
Quando nel 2024 il conflitto precedente tra Israele e Hezbollah si è concluso si riuscì, dopo bombardamenti martellanti, a trovare un cessate il fuoco condiviso da tutti, anche da Hezbollah: ritiro israeliano e disarmo della milizia khomeinista. Per Israele, che ha mantenuto cinque avamposti in territorio libanese, era impossibile il ritiro pieno perché Hezbollah non disarmava. Per Hezbollah il disarmo era impossibile perché Israele non si ritirava.
Da allora quasi ogni giorno Israele ha attaccato miliziani armati, causando anche morti civili, rendendo più difficili i non facili tentativi libanesi di confiscare le armi di Hezbollah, come previsto dagli accordi.
La speranza di alcuni era che Hezbollah potesse trasformarsi in un partito libanese, con un’agenda libanese. Il 2 marzo Hezbollah ha attaccato Israele per vendicare l’assassinio di Khamenei. I bombardamenti israeliani sono seguiti immediati ed è scattata l’occupazione del Sud del Libano, con la distruzione di case e infrastrutture civili, oltre che militari, e poi si è giunti al mercoledì nero, con 100 attacchi aerei in 10 minuti, tutti a sorpresa. Il bilancio del mercoledì nero è superiore ai 300 morti e ai 1000 feriti.
***
Richiesto da settimane dal Libano, ora Israele ha accettato il negoziato diretto (che ha solo un precedente, fallito, nel 1983), ma non la tregua. Non è interesse di Israele che il Libano vi arrivi in buone condizioni. Ma non è neanche interesse di Hezbollah, che accusa il Governo di essere «il Governo di Vichy» e definisce il premier «un sionista».
Hezbollah infatti si oppone al negoziato, ma ha lodato l’intenzione iraniana di negoziare per il Libano, cosa che poi ha rinunciato a fare per preservare il suo negoziato con Washington, indisponibile all’allargamento. Hezbollah però non esce dal Governo in carica, di cui fa parte con due ministri. Ieri sera, senza arrivare alla rottura dell’esecutivo, il leader di Hezbollah ha chiesto di cancellare il colloquio in programma per oggi, parlando di capitolazionismo.
Altri esponenti di punta del partito hanno sostenuto che non si riterranno vincolati da nessuna intesa venisse raggiunta tra Libano e Israele. Forse non si arriva al ritiro dei ministri per non irritare alcuni alleati, ma non è troppo dire che il Libano non arriva in buone condizioni a questo negoziato.
La capitale è ancora traumatizzata da quei dieci minuti del mercoledì nero, con interi palazzi crollati. Per Michael Young, corrispondente dal Libano del New York Times per tanti anni e ora commentatore per il Carnegie Endowment’s Middle East Center «molti ritengono che, se gli israeliani non riuscissero a raggiungere i propri obiettivi in Libano (contro Hezbollah), il loro piano B consisterebbe nel destabilizzare il Paese dall’interno, in modo da coinvolgere Hezbollah in un conflitto interno». Il punto dunque è: c’è ancora il Libano per i libanesi?
***
Dall’inizio della sua tormentata storia, un secolo fa, il Libano è stato fiaccato dagli identitarismi, dalle spinte interne a ogni campo confessionale, propense a credere più in se stesse che nello Stato. Queste spinte centrifughe non possono mancare oggi.
C’è davvero il rischio di una nuova guerra civile? Proprio l’assenza di avversari armati di Hezbollah la rende difficile: per arrivarci occorrono attori. Un colpo di Stato di Hezbollah? Molti sostengono che ne ridurrebbe il potenziale militare al fronte. Il rischio è lo spappolamento? Molti lo sostengono, e se la cultura del pregiudizio in qualche caso colpisce i cristiani, quella del sospetto spesso ferisce gli sciiti, da molti degli altri guardati con sospetto.
Le frequenti missioni verso il Sud del Libano del nunzio vaticano, monsignor Borgia, che gli israeliani hanno bloccato in diverse occasioni mentre tentava di raggiungere i villaggi cristiani con grandi convogli di aiuti umanitari, non confermano illazioni. E cosa dire del gran numero di libanesi che nella serata del mercoledì nero sono corsi negli ospedali a donare il sangue? Nessuno poteva dire loro il nome della comunità di fede della persona a cui il loro sangue sarebbe andato. Le sacche di plasma del mercoledì sono state la più grande prova di cittadinanza, non di comunitarismo. E il numero di pasti distribuito dai volontari è impressionante: cristiani e sciiti, nessuno li ha contati, ma erano tanti. Il mercoledì nero non è stato solo nero, il Libano dei libanesi si è manifestato.
L’udienza concessa da papa Leone al presidente francese, Emanuel Macron, ha detto chiaramente che Francia e Santa Sede sono la linea di tutela del Libano. E poco dopo questo è emerso nell’appello di papa Leone per il Libano: «Anche all’amato popolo libanese sono più che mai vicino in questi giorni di dolore, di paura e di invincibile speranza in Dio», ha proseguito il Pontefice: «Il principio di umanità, inscritto nella coscienza di ogni persona e riconosciuto nelle leggi internazionali, comporta l’obbligo morale di proteggere la popolazione civile dagli atroci effetti della guerra. Faccio appello alle parti in conflitto a cessare il fuoco e a ricercare con urgenza una soluzione pacifica». Domani dovremmo sapere. Tutto comunque sarà difficile.





