Polonia-Ucraina: memorie divisive, relazioni necessarie

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Insorti UPA della regione di Rivne (foto da Litopys Ukrains’koi Povstans’koi Armii).

Sta montando in Polonia un’onda di xenofobia dai tratti preoccupanti. A farne le spese i circa due milioni di ucraini presenti (un milione di rifugiati a causa della guerra).

Alimentata dalla destra politica e dal presidente della Repubblica, il nazionalista, Karol Nawrocki, è esplosa dopo l’imprudente scelta di Volodymir Zelenscki di titolare le Forze per le operazioni speciali dell’esercito ucraino agli eroi dell’UPA. UPA è l’acronimo dell’Esercito insurrezionale ucraino, il gruppo armato che durante la seconda guerra mondiale ha operato in Ucraina contro l’esercito russo fornendo un indiretto sostegno all’esercito nazista.

Ad esso, capitanato da Stepan Bandera. è addebitato il massacro di 100.000 polacchi e la ritorsione per 15.000 ucraini. Il dramma è passato alla storia col nome della località: le stragi di Volyn (Volinia).

La lettera dei cardinali

Un contesto che penalizza l’attuale governo polacco europeista, ma soprattutto la popolazione ucraina tesa allo spasimo per la guerra con la Russia che dura ormai da cinque anni. A guadagnarci è la Russia che vede incrinarsi il sostegno per la libertà dell’Ucraina e tutte le forze anti-europee attive nei due paesi.

Per questo sono importanti le voci delle Chiese locali sia sul versante polacco che su quello ucraino (la Chiesa greco-cattolica e latina, con il consenso della Chiesa ortodossa autocefala). La Chiesa che ha avviato e alimentato la comprensione fra polacchi e tedeschi a partire dalla lettera dei due episcopati nel 1965 è ora protagonista per la resistenza all’onda di ritorno delle memorie conflittive fra i due paesi.

Il 29 giugno, in occasione del concistoro a Roma, i cardinali polacchi e ucraini (Konrad Krajewski, Kazimir Nycz, Grzegorz Rys), compreso l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk e il cardinale ucraino attivo a Melbourne (Australia) Mykola Byshok, hanno firmato una dichiarazione comune.

Richiamando l’invito di papa Leone per un linguaggio evangelico «chiaro ma non umiliante, coraggioso ma non aggressivo, veritiero ma aperto al perdono» i presuli prendono atto della «crescita della tensione reciproca e il riaffiorare dei sentimenti di ostilità tra polacchi e ucraini. Ancora più doloroso è il fatto che ciò accade mentre l’Ucraina continua a sperimentare gli orrori della guerra e la Polonia ha dimostrato negli ultimi anni grande solidarietà con milioni di sorelle e fratelli ucraini».

Richiamano un passaggio della lettera di Giovanni Paolo II del 2003 a sessant’anni dalle stragi della Volinia: «Il nuovo millennio, da poco iniziato, esige che ucraini e polacchi non restino prigionieri delle loro tristi memorie, ma considerando gli eventi passati con uno spirito nuovo, si guardino l’un l’altro con occhi riconciliati, impegnandosi ad edificare un futuro migliore per tutti».

E concludono: «Sentiamo il dovere di non abbandonare il cammino comune iniziato con la benedizione di san Giovanni Paolo II, ma di percorrerlo con pazienza e coraggio. Troppe cose uniscono i nostri popoli per poterci permettere di disperdere la comune eredità».

Shevchuk: diversi ma uniti

Pochi giorni prima, l’arcivescovo maggiore degli Ucraini Sviatoslav Shevchuk aveva rilasciato una lunga intervista all’agenzia cattolica polacca Kai affrontando lo stesso problema.

Dopo aver riconosciuto a papa Wojtyla nella sua visita al paese nel 2001 il merito del riconoscimento della società civile e dell’incoraggiamento alle giovani generazioni, affronta il problema della memoria storica evocata dalla decisione si Zelensky: oggi nell’Ucraina in guerra «il semplice accenno a eventi che coinvolgono l’UPA non ha una connotazione anti-polacca. Questo può essere difficile da comprendere per la Polonia. Fare riferimento all’eroica storia della lotta di liberazione nazionale ucraina contro il dominio sovietico non ha assolutamente alcuna annotazione anti-polacca. Perché? Perché oggi l’Ucraina è in guerra per l’indipendenza contro la Russia. I nostri politici, il nostro presidente, prendono molte decisioni senza considerare le opinioni altrui, in questo caso, della Polonia. Perché? Perché oggi è una nazione amica, un partner per noi. Nessuno pensa che oggi potremmo fare qualcosa che possa offendere i polacchi. Ma ahimè è così, un certo contesto politico-militare porta purtroppo a incomprensioni […] Molto spesso i nostri vicini reagiscono a certi eventi in Ucraina attraverso la lente dell’interesse nazionale, il che rende molto difficile l’ascolto e la comprensione reciproci».

Per questo è importante che le Chiese confermino il lungo cammino di dialogo e la condivisione della necessità di progredire verso la riconciliazione. Con l’impegno per una rigorosa ricerca storica e per la riesumazione delle salme degli uccisi in vista del riconoscimento e di una loro degna sepoltura. «Questo processo non deve e non può essere interrotto per nessun motivo».

L’Ucraina sta pagando un prezzo altissimo alla guerra con dieci milioni di sfollati e una ricostruzione che chiederà decenni. «È chiaro che in futuro l’Ucraina sarà la garante della sicurezza dell’Europa. Oggi dobbiamo tutti comprendere che nelle circostanze attuali non sarà solo la NATO a proteggere l’Europa, ma l’Ucraina stessa. Ricordiamo ancora una volta che papa Giovanni Paolo II, nel suo concedo all’Ucraina la ringraziò per aver difeso l’Europa. Questo sarà anche il ruolo del nostro paese in futuro».

Non è casuale che per una riapertura del dialogo si sia pronunciata anche l’Università cattolica ucraina che è stata negli anni uno dei motori del dialogo. Il 9 giugno i vescovi greco-cattolici operanti in Polonia hanno manifestato la loro piena comprensione del dolore del popolo polacco in merito agli eventi della Volinia e hanno osservato che «le autorità statali dell’Ucraina e della Polonia dovrebbero consentire e agevolare il ritrovamento di tutte le fosse comuni, l’identificazione delle vittime e una degna sepoltura».

Toccherà agli storici chiarire modi e circostanze degli eventi senza facili giustificazioni all’orrore. Rinnovano il ringraziamento per l’accoglienza ricevuta in questi anni di guerra. È assai probabile che anche il segretario di stato, card. Pietro Parolin, nella sua prossima visita al paese (21 luglio) riprenda e incoraggi lo sforzo delle Chiese locali.

Le pulsioni antisemite

Un ruolo positivo e prezioso per la Chiesa polacca occupata in un braccio di ferro con il governo relativamente alla nuova regolamentazione dell’insegnamento della religione che considera fortemente penalizzante. Secondo il ministero gli insegnanti di religione che hanno perso il lavoro in seguito al dimezzamento delle ore di insegnamento sono 4.500. L’associazione degli insegnanti afferma che in realtà sono quasi il doppio.

C’è da aggiungere che per molti preti insegnanti l’esclusione dalle scuole significa perdere stipendio e copertura pensionistica con un grave problema per loro e per l’episcopato. Lo scontro sul versante scolastico non impedisce il prezioso compito di contenimento operato dai vescovi rispetto alle pulsioni antisemite della storia del paese. La lettera che i vescovi hanno pubblicato in occasione dei quarant’anni della visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma ha conosciuto una sorprendente resistenza.

Un professore dell’università cattolica di Cracovia, Dariusz Oko, ha accusato i vescovi di aver tradito Cristo. Il settimanale di destra Do Rzeczy ha parlato di umiliazione per i cattolici affermando enfaticamente che il 90% del clero l’ha ignorata. Un prete della diocesi di Drohiczyn, p. Beniamin Sektas, è stato censurato dal suo vescovo per la violenza critica pubblica al testo.

La fondazione Jean Kaski, ispirata all’eroe dell’opposizione al nazismo, ha paragonato la resistenza dell’opinione pubblica al testo a quella registrata nel 1965 contro la lettera di offerta e richiesta di perdono fra gli episcopati polacco e tedesco, e il gesuita Grzegorz Kramer ha ammesso di non aver mai censito tanti commenti negativi per una lettera pastorale.

Il principale estensore della lettera, il card. Grzegorz Rys, è rimasto relativamente solo. A testimonianza di un nervo ancora scoperto nella memoria collettiva e di un compito prezioso e stimabile per la Chiesa polacca.

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