Immagini e cristianesimo: il libro che ci voleva

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Gino De Dominicis, autore di taglienti aforismi, ha affermato che «le opere d’arte sono tutte contemporanee. Altrimenti sarebbe come se, vedendo arrivare un’automobile del 1920, si decidesse di attraversare tranquillamente la strada pensando di non poter essere investiti, essendo quell’automobile di un’altra epoca. Mentre non è così. Per le opere d’arte è lo stesso, sono sempre ‘in diretta’». Un amore inquieto. Potere delle immagini e storia cristiana di Giuliano Zanchi è un libro che ci aiuta a non perdere il bello della diretta.

Il libro di Zanchi

L’autore non nasce come storico dell’arte, è direttore scientifico del Museo Diocesano di Bergamo e si occupa, da tempo, di temi che incrociano l’estetica, la sociologia e la teologia. Da questo interesse nasce un libro che va a colmare un vuoto che ha spesso generato pregiudizi e superficialità nella lettura della relazione tra immagini e cristianesimo.

Per chi non è, ovviamente, specializzato nel tema, la questione di questo rapporto – da cui deriva il titolo di amore inquieto ‒ viene liquidata nei manuali di storia dell’arte in due riprese, nel capitoletto sull’iconoclastia dell’VIII secolo e in quello che affronta il legame tra immagini e religione nei dettami della Controriforma, dopo di che il nulla, non si capisce come mai nei volumi che trattano il periodo dal Settecento ai giorni nostri le opere d’arte sacra non compaiano, fatta eccezione per una chiesa di Michelucci e la cappella di Duchamp.

Nel campo della storia dell’arte mi è spesso capitato di vedere gli studiosi lavorare a compartimenti stagni, come se la specificità di una formazione non dovesse ibridarsi o contaminarsi con altri campi disciplinari o, peggio, con altre epoche storiche: io personalmente resto dell’idea che chi sa tutto sull’Arringatore del Trasimeno ma non ne conosce la versione specchiante di Michelangelo Pistoletto manchi di un tassello importante nel significato di quell’opera antica, chi conosce il Cristo morto di Mantegna ma non sa quanto sia stato importante per Pasolini, e Pasolini importante per Adrian Paci, non possa veramente capire la portata rivoluzionaria di tale iconografia.

Dall’antico al contemporaneo

Faccio questa premessa perché il libro, che si snoda dall’antichità alla contemporaneità, ricuce e inanella, dando un senso compiuto e fornendo strumenti chiari di leggibilità, il processo che ha portato all’utilizzo, da parte della comunità cristiana, delle immagini, l’evoluzione degli ideatori da artigiani ad artisti, la dialettica tra ragioni della committenza e ragioni dell’arte e infine l’apertura di quella forbice che ha portato, nella contemporaneità, a situazioni di fatica, in cui il dialogo tra arte e chiesa dà spesso risultati naïf, di basso livello, ma riesce ancora, anche se raramente, a trovare uno straordinario terreno d’incontro, capace di generare stupore, incanto e sfide.

Chi lavora nel campo dell’arte – storici, ma anche artisti – solitamente liquida la complessità di questo «amore inquieto» con motivazioni che non solo non rendono conto delle ragioni reali del distacco, ma perseverano nello scavare un fossato divisivo, quando invece il contesto dell’arte sacra potrebbe diventare, per artisti lucidi e preparati, uno straordinario terreno di ispirazione e produzione.

Il punto di vista di Zanchi è dichiarato ed esplicito, per questo è prezioso, uscendo dalle secche di una storia dell’arte incentrata solo sull’attenzione formale e raccontando invece storie, dibattici, corsi e ricorsi, passi avanti e rovinose cadute, incrociando i propri percorsi con quelli della storia, del pensiero filosofico, delle riflessioni estetiche e sociologiche.

Passando da Il mondo delle icone a I secoli della rappresentazione, sino a Il tempo della videosfera, che recupera la definizione di Debray, l’autore ci accompagna con sicurezza e chiarezza attraverso i secoli, con un’attenzione inusuale, e per questo preziosa, al dibattito contemporaneo. Come la nascita delle Accademie segna la fine di una condivisione di canoni e valori? A che cosa si deve, tra Settecento e Ottocento, il primato dell’arte sulla religione? Duchamp ‒ con lo spostamento dell’arte dall’esperienza sensoriale al pensiero ‒ in che modo gioca una partita di scacchi decisiva nella relazione con l’arte sacra? Ma non è certo lì che l’autore si ferma, alla nascita dell’arte concettuale più di cent’anni fa.

Religione, arte ed estetica

La vera sfida del libro è sapere sistematizzare soprattutto il dibattito dell’ultimo secolo, tra sapere tecnico scientifico e dominio della dimensione estetica, con un’attenzione a un’arte coraggiosa che “lavora insistentemente al compito di togliere il velo e levare l’epidermide di quanto può impedire la manifestazione di quello che in qualsiasi modo possa essere considerato una verità e non la sua artificiale contraffazione”, da Cattelan a González-Torres a Quinn.

Leggerlo significa essere guidati su un tracciato che si affaccia su numerosi approfondimenti, suggeriti per chi desideri andare ancora più a fondo, e su un pensiero sostenuto, fino alle sue ultime pagine, dal coraggio di denunciare i punti d’inciampo e le rovinose cadute, senza tacerne le responsabilità, ma anche da una incrollabile fiducia nell’arte contemporanea: «Il futuro non si pianifica, si fa avanti. Il presente non va deprecato, ma attraversato. Il nuovo non sorgerà certamente nelle forme che un senso di mancanza suggerisce al nostro desiderio». Nessun atteggiamento di rimpianto, nessuno sguardo indietro. Ci serve, ora, un libro così.

Giuliano ZanchiUn amore inquieto. Potere delle immagini e storia cristiana, EDB, Bologna 2020, pp. 264; euro 20,00. Recensione pubblicata il 22 agosto 2020 sulla rivista Art Tribune.

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