
“Unplugged” significa spina staccata. Il concerto “unplugged” è senza amplificatori, senza sintetizzatori, niente matasse di cavi in giro, insomma spazio all’acustica, al talento puro niente trucchi e niente inganni. Non raduna masse oceaniche, ma gruppi di “cinquanta circa” ed è perfetto per una “stanza al piano superiore”.
La gente è spalla a spalla, uomini e donne che “hanno orecchie per ascoltare e ascoltano”; e i musicisti non appaiono idoli lontani ma sono lì, vicini, fragili, umani pure loro. Non serve nessun foglietto o libretto anzi, i presenti cantano cori, ritornelli e strofe intere a memoria, con gusto e così più che di pubblico si potrebbe parlare di assemblea, di varia umanità raccolta intorno a una voce che dice e canta parole non banali.
I salmi biblici e i grandi poemi sono sorti per contesti simili al concerto unplugged e in greco c’è una parola per descrivere un capannello di gente così, radunata da una voce: è la parola “chiesa”. La gente prima o poi ci arriva alla sete di un salmo, di un poema e di un ascolto “da chiesa”, e ci arriva sia dal cosiddetto lato “colto” della musica classica (“unplugged” per natura), sia dal cosiddetto lato “pop”, grazie a band talentuose che anche con la spina staccata fanno musica, e che musica.
L’amplificazione cattolica
Dobbiamo tristemente riconoscere che la bellezza di un salmo cantato e di un’assemblea che ascolta e canta, raramente caratterizza le nostre liturgie anzi, quasi mai. Infatti, se c’è una categoria che sembra non poter vivere senza amplificatori grandi come baobab e microfoni con il volume a palla tipo rave party, siamo noi cattolici.
Da decenni i preti sono i tronfi missionari dell’amplificazione cattolica e impiantano microfoni da studio televisivo e amplificatori da stadio anche in chiesette di campagna poco più grandi di un ascensore. Così l’amplificazione cattolica è diventata parte integrante dell’immaginario collettivo religioso, perché da quasi un secolo la liturgia cattolica è riconoscibile per microfoni che fischiano perforando i timpani, esplosioni che coprono un jet che supera il muro del suono, rimbombi, fruscii e botti tipo fuochi d’artificio e in qualche caso interferenze radio che trasmettono la prova del cuoco o il derby durante la consacrazione.
Tra le navate della chiesa si accende il microfono con un piccolo scoppio ed è subito “Pomeriggio Cinque” e la liturgia diventa farsa quando il prete o il sacrestano picchiettano insistentemente sul microfono dicendo: “È acceso? Uno, due, tre…”. Così la messa è finita ancor prima di cominciare.
La voce amplificata del celebrante è sempre, sempre, sempre fuori luogo, sproporzionata, eccessiva, è fisicamente e moralmente un “alzare la voce” inopportuno, ineducato, brutale, non senza tratti di violenza. Gli amplificatori sono brutti alla vista, bruttissimi, e distruggono il contrappunto delle colonne, infrangono la fuga delle navate, sabotano il catino absidale, trasformano l’edificio di culto nella piazza di un comizio e il celebrante in un impacciato imitatore di Bruno Vespa.
Anche i microfoni sono brutti, bruttissimi, sono fastidiosi intrusi, imbarazzanti come il cellulare sulla tavola, i microfoni non centrano nulla con la mensa, con il condividere il cibo, non centrano nulla con il pane spezzato, con il vino versato. I microfoni sono diventati oggetto di culto per colpa dei cerimonieri paonazzi ed infiocchettati, quelli che durante l’incensazione dell’altare, con un sol cenno del mento, fanno allontanare dai soldatini chierici il povero messale, ma lasciano puntualmente lì il microfono, che così incensa ed incensa, dai e dai di turibolo e giravolte di fumo è diventato sacro e venerabile, guai a toccare il microfono senza mandato vescovile.
I microfoni sono oggetto del desiderio per chi forse nella vita non ha mai avuto ascolto e così dai e dai la frustrazione si trasforma in battaglie e guerre nel risiko parrocchiale che consegnano infine la medaglia ambita: il lasciapassare al microfono dell’ambone, prima alla messa feriale e poi, ma solo in qualche caso e con moderazione, alla messa festiva ma non se c’è il vescovo, non esageriamo.
Voce guida: la chaperon liturgica
Da decenni e con fedeltà, eserciti di don Luigi nelle parrocchie di tutto il mondo smanettano con manopole, alzano il volume dei microfoni al massimo per assecondare le moltitudini di Mariucce che dal fondo della chiesa strillano impettite: “Non si sente! Ma è acceso il microfono?”.
Tra le tante colpe dell’amplificazione cattolica c’è n’è una imperdonabile ed è aver dato spazio alla “voce guida”, quella persona che con precisione da cecchino polverizza tutti i momenti di silenzio della liturgia, scandendo con tono accademico indicazioni salvavita del tipo “ci alziamo” oppure “ci sediamo”, come se avesse davanti tutti i giorni gente che entra in chiesa per la prima volta – o peggio come se il pregare insieme dipendesse da un ordine di scuderia, come se fossimo non in chiesa ma in caserma: “aaattenti, saluto al Santissimo Sacramento, riiiposo”.
Come se non bastasse, la “voce guida” si dilunga volentieri in introduzioni prodotte in proprio, in spiegazioni di questo o quel segno della liturgia, perché i sacramenti istituiti da Nostro Signore sono poco chiari senza il commento della voce guida.
Ma come abbiamo fatto a cadere così in basso? Ma che tristezza, ma che vergogna, non se ne può più, stacchiamo la spina alla voce guida, spegniamo i microfoni in chiesa, torniamo a parlare, ad ascoltare, a cantare insieme la Parola, torniamo a celebrare la messa unplugged.
Serve una riflessione urgente sull’amplificazione cattolica, così non possiamo andare avanti, dobbiamo tenere presente il “predicatelo sui tetti”, ma anche “non griderà, non alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce”.
La perdita della prossimità
Noi preti abbiamo dato per scontato di saper utilizzare il microfono, abbiamo imbrigliato le nostre stupende chiese in una rete infinita di cavi e cavetti, abbiamo offeso il silenzio e come dei Lanzichenecchi abbiamo sfondato armadi del Seicento e muri affrescati del Settecento per inserire dj set in sacrestia ed anche in chiesa. Nelle nostre chiese quello che conta non è più ascoltare, ma amplificare.
L’amplificazione cattolica non ci ha uniti, non ci ha fatto crescere come comunità, anzi: ci ha disperso, ci ha allontanati, ha legittimato l’inganno della messa “privata”. Il devoto viene alla Messa, si mette in un angolino e che ci siano gli altri o meno non importa. “C’è il microfono” e così i fedeli si siedono ad almeno dieci metri l’uno dall’altro, si nascondono dietro le colonne e compaiono solo per il momento della comunione – che comunione! – altro che assemblea, altro che comunità, altro che chiesa, c’è decisamente più fraternità in un concerto di Cremonini.
È ormai dai tempi di Kurt Cobain e dei Nirvana (i primi concerti “unplugged”, anni Novanta del secolo scorso) che se qualcuno spinto da un lumicino interiore vuole fare esperienza di salmo e di assemblea e di ascolto da “chiesa”, se qualcuno ha sete di parole e suoni veri senza trucco e senza inganno, di vicinanza tra fratelli e sorelle va ad un concerto, non ci pensa nemmeno ad entrare in chiesa dove regna un casino da mercato delle vacche, dove si urlano banalità nel microfono – possiamo alzarci, possiamo sederci, viene portata la pisside all’altare – e si esce frastornati e rimbambiti, altro che rinfrancati.
Il corpo dimenticato
Interessanti le discussioni storiche e teologiche e pastorali su questo o quel rito vetus o novus, tutte prospettive che rivelano passione e fanno pensare: grazie teologi, monaci, storici. Ma prima della teoria c’è la pratica terra terra, c’è il volto della chiesa che è la liturgia di tutti i giorni e della domenica e che purtroppo parla con voce metallica e soverchiante come ad un convegno di periferia, segno esplicito di sciatteria pastorale e non solo, anche teologica.
Mi pare infatti che sia evidente un problema teologico drammatico e non secondario: la sottostima del corpo. Per noi, quelli dell’Incarnazione, guardare con sospetto al corpo, alla materia, alla carne, al fratello, alla sorella, al prossimo non è un problemino marginale: caro cardo salutis. Davvero pensiamo che amplificare la liturgia renda più efficace l’annuncio del Vangelo?
Davvero pensiamo che smanettare con le manopole dei microfoni, accenda i cuori come ai discepoli di Emmaus? Siamo diventati quelli dell’amplificazione, non siamo riconoscibili come quelli dell’Incarnazione. Che fare? Don Luigi potrebbe iniziare così: “Mariuccia: vieni più vicina, vieni qui, siamo quattro gatti alla messa del lunedì sera, mettiamoci nelle prime panche”. Forse farebbe eco Franco: “A sto punto non serve il microfono…mi sentite?”. “Sì Franco, siamo qui, ti sentiamo e anche io che ho novant’anni se sto vicino ci sento meglio e comunque stare vicini mi fa più piacere che sentirci bene”.
In memoria di Emmaus
Non siamo sordi ma siamo lontani, per questo alziamo la voce ed il volume. Non siamo sordi, ma siamo frastornati dall’amplificazione, per questo la nostra fede è confusa, la nostra umanità annebbiata e non viviamo in modo credibile quel Vangelo che amplifichiamo con così tanta cura. Mariuccia, Franco, don Luigi: più vicini, come a mensa, come fratelli e sorelle alla stessa tavola, quella della Parola e della Eucarestia.
Spegniamo i telefonini e spegniamo i microfoni e così la messa feriale e chissà magari anche quella festiva non sarà più una “mesta incombenza”, ma lascerà una traccia di nostalgia nel cuore, come ad Emmaus. Come un concerto unplugged senza trucco, senza inganno e fratelli e sorelle richiamati da una voce che ha delle cose da dire e che ci fanno respirare a pieni polmoni e viene voglia di vivere e si torna a casa lieti e pensosi, non rintronati da banalità urlate nel microfono.
Pensiamoci, congediamo cortesemente ed urgentemente la voce guida dagli altari delle nostre chiese, non siamo masse di imbecilli o di gente che non ha mai messo piede in chiesa, sappiamo quando alzarci, quando sederci e anche se non ci alziamo tutti come soldatini non è poi così grave e da ultimo lo vediamo benissimo che stanno portando la pisside all’altare.
Celebriamo con più frequenza la messa “unplugged”, fatta di corpi e voci e meno di cavi e microfoni, apparirà a tutti da subito la bellezza dimenticata della preghiera di carne, della comunità di corpi vicini che hanno orecchie per ascoltare e ascoltano.
Spegniamo il microfono, impratichiamoci della preghiera fisica, di carne, di corpi, con voce acustica senza trucchi e senza inganni, rispettosa delle distanze e umanissima. Se si diffonde la celebrazione della messa “unplugged” anche la messa con l’amplificatore troverà una collocazione meno invadente, avrà addirittura più senso.
Ma questo accade se siamo capaci di staccare la spina e di metterci in ascolto della Parola e delle nostre voci e con i nostri corpi vicini che fanno da splendida cassa di risonanza, ricominciamo a pregare insieme, a cantare insieme, ad ascoltare insieme: c’è profonda nostalgia di questa verità del celebrare, non mediata dalla corrente elettrica.
Stiamo vicini, a portata di mano, altrimenti il Vangelo è solo amplificato e non vissuto, infatti neppure il Verbo riesce a farsi carne se tra Lui e noi insistiamo ad alzare la muraglia disturbante dell’amplificazione cattolica.
- Don Jacopo De Vecchi, parroco di sant’Anna a Rapallo, è Direttore dell’ufficio per la pastorale della cultura della diocesi di Chiavari (GE).






Boh. Vivo a Roma da 56 anni, ho frequentato tre parrocchie e ho seguito la Messa in molte altre, e ho persino cantato nel coro liturgico della mia seconda parrocchia: MAI visto scene del genere né sentito volumi strabordanti. Giusto durante la Via Crucis, ma in quel caso la cosa è giustificata per far sentire bene anche chi è in fondo alla processione…
Ottimo articolo, caustico e opportuno. Concordo anche con l’intervento di Giovanni Polidori. Ah, i vecchi tempi… quando le chiese erano piene! A leggere i molti articoli di questo blog riguardanti la liturgia – che, tra l’altro, sono quelli che suscitano più commenti – sembra quasi che la scristianizzazione sia colpa del nuovo Messale. Con questa Babele di lingue, verrebbe da dire che Dio non ci capisca più; quando ci rivolgevamo a Lui in latino, forse ci capiva meglio. Vorrei però fare alcune considerazioni sul canto. Non ho nostalgia degli ululati sguaiati in “artistico latinorum” che sentivo da chierichetto negli anni Sessanta: c’era sempre il solista che doveva emergere, l’altra che strascicava la voce, o chi cantava totalmente fuori tonalità. Siamo passati poi ai dilettanti allo sbaraglio, soprattutto nei cori giovanili.. Se questi stessi dilettanti, aspirando a entrare nel mondo del pop, si proponessero a un’etichetta discografica, troverebbero subito dei professionisti che – dopo averne valutato il potenziale – li “catechizzerebbero” su come si suona una chitarra o su come si imposta la voce. Nelle nostre chiese, oggi, manca proprio questo filtro. E il problema è legato più a una carenza artistica dei liturgisti – oltre che dei coristi e strumentisti, ovviamente – che a ragioni canoniche o teologiche. Ciò che manca è l’arte, o almeno la tensione verso di essa. Ci vuole competenza anche solo per dosare i suoni quando si usano strumenti amplificati. Il responsabile liturgico (ad esempio diocesano) dovrebbe unire le competenze teologiche a quelle di un vero direttore artistico, armonizzando i vari aspetti senza che l’uno prenda il sopravvento sull’altro, ma avendo cura di non spegnere il “lucignolo fumigante” della buona volontà dei giovani. Se le diocesi organizzassero un workshop annuale riservato ai cori giovanili (invitando ad esempio uno o due rappresentanti per coro) in cui sviscerare le problematiche con parresia e competenza, credo che la qualità delle nostre liturgie migliorerebbe molto.. Una parte del lavoro andrebbe dedicata alla scelta dei canti e dei testi, mettendo in luce le sdolcinatezze – testuali e musicali – di certo repertorio cantautorale e valutandone la reale valenza teologica. Se poi a questo workshop, oltre al sacerdote di turno, partecipasse un professionista con dimestichezza tra studi di registrazione, strumenti e suoni moderni – non mettiamo limiti alla Provvidenza! – le sue indicazioni avrebbero un peso enorme per chi si trova a maneggiare chitarre e impianti di amplificazione. Troppo macchinoso? Vengono organizzati incontri per catechisti, lettori e ministri della Comunione; facciamolo anche per i cori, se vogliamo che qualcosa cambi. Un breve appunto sui microfoni e l’amplificazione: come le lampadine, il turibolo o il leggio, il microfono è un semplice strumento. Richiamando poi l’immagine in evidenza (si vede la chitarra collegata a un amplificatore) l’unplugged puro esiste forse solo attorno al fuoco in spiaggia o nei campeggi. I Nirvana non fanno eccezione e, per correttezza storica, l’unplugged (ibrido) – la fortunata collana MTV unplugged – non l’hanno certo inventato loro; sono stati solo uno dei tanti nomi illustri ad adottare questa pratica. Mi scuso per la lunghezza ma, sul tema si potrebbe scrivere un libro.
Credo che, al di la di qualche esagerazione don Jacopo abbia ragioni da vendere. In generale: la Messa non è uno spettacolo, allo spettacolo si assiste, alla Messa si partecipa nel senso più pieno della parola.
Perciò è vero, non dobbiamo farci stordire dalle amplificazioni ma neppure mortificare dalla sciatteria liturgica.
Non andiamo per ascoltare Bach o cori lirici professionali (per quello ci sono i teatri) ma per cantare insieme le Lodi di Dio (e perciò ben vengano canti semplici ma profondi e meditativi, possibilmente usando testi biblici, ma che tutti possano seguire e cantare magari con voce sommessa perché poco intonata o con voce chiara e limpida, chi ne è capace, per trascinare gli altri a seguirne l’armonia). Non andiamo per ascoltare uno che prega al posto nostro in una lingua incomprensibile ai più ma tanto ieratica e solenne, ma per innalzare insieme una preghiera corale guidata da colui che ci presiede visibilmente a Colui che ci presiede veramente. Smettiamo di vagheggiare riti del passato che rispecchiano una Chiesa del passato. Rispettiamo le indicazioni del Concilio V.II. Ma non pensiamo di cristallizzare pure quelle come si tenta di fare con le indicazioni e rubriche del Concilio di Trento. Esso ha avuto le sue ragioni e ha svolto la sua funzione. La liturgia è materia in evoluzione come è in evoluzione la nostra cultura e sensibilità insieme alla visione delle cose. Perciò penso che anche la attuale liturgia sia destinata ad evolversi in qualcosa di nuovo e più aderente alla nostra sensibilità e cultura per poter continuare ad esprimere ciò che deve in ogni tempo e luogo.
… che dire a questo proposito – vado un po’ fuori titolo – di tutte le celebrazioni liturgiche trasmesse in televisione? perchè vengono regolarmente commentate a più voci, insistentemente, chiacchierando, come fosse una partita di calcio dei mondiali? perchè i telecronisti (come i telecronisti sportivi) si sovrappongono in ogni momento parlando sopra un canto, sopra un momento di silenzio, sopra una preghiera? già la traduzione vocale della lettura e del latino è in sè eccessiva, perchè si sovrappone alla voce del celebrante e del lettore (che bello il latino! che belle le letture nelle lingue straniere! che bello il salmista che canta! che bello il coro!) ….. tutt’al più un sottotitolo sarebbe sufficiente, oppure – grande eleganza – l’immagine sul testo italiano ripresa dalla pagina del lezionario. Per non parlare poi dell’orrore nel momento della comunione, dove passano interviste e filmati più o meno improbabili, forse perchè per il pubblico è lungo e noioso. Ma non si raccoglie in preghiera anche il fedele che è in casa? La trasmissione di una Messa in TV dovrebbe essere SILENZIO SILENZIO SILENZIO assoluto dall’inizio alla fine e l’unico audio concesso dovrebbe essere quello raccolto in chiesa, come lo sentirebbe un fedele presente fisicamente. A me personalmente la telecronaca fatta in questo modo mi infastidisce come se in chiesa sentissi chiacchierare continuamente dal banco dietro ….. e per questo evito di proposito la messa in TV. Piuttosto mi cerco un video su Youtube senza commenti molesti.
Perfettamente d’accordo, Paolo. I continui commenti, o addirittura interviste, durante le trasmissioni televisive della Messa, anche quella presieduta dal Papa, sono veramente insopportabili. Soprattutto quando è in corso un’esecuzione musicale, magari stupenda e di un grande autore (e la musica è l’arte che tocca più in profondità le corde dell’animo umano ed eleva a Dio) immancabilmente il telecronista vi si sovrappone, come se la musica fosse solo un sottofondo e non parte integrante della celebrazione.
Ottimo Don Jacopo… tuttavia forse giova ricordare gli organi a canne rottamati dopo il Vaticano 2 per fare posto alle Messe beat… Ricordate?
“Come siamo caduti così in basso?” Visto che non si può rispondere “colpa del Concilio”, proviamo almeno a dire “colpa del cosiddetto Spirito del Concilio”, che nessuno sa che cosa sia, ma che molti citano per sostenere ogni aberrazione liturgica. E non solo liturgica.
Molto d’accordo .
Ae si vede l’ultima Messa di Padre Pio si vede che ha quasi sempre il disturbante microfono davanti…
https://www.youtube.com/watch?v=gpnF395lUBs
Lo stesso in una Messa da egli celebrata nel 1956 https://www.youtube.com/watch?v=52a_5bnWli0
Molti dei problemi postconciliari sono hanno cause preconciliari, le riforme li hanno solo amplificati
L’unplugged andava di moda negli anni ’90.