
Nel tempo dei «bulli planetari» il diritto internazionale appare sempre più fragile e subordinato alla legge del più forte. In questo vuoto di autorevolezza sovranazionale, papa Leone XIV emerge paradossalmente come una delle poche figure capaci di esercitare un soft power in alternativa al rogo. Fulvio Ferrario è professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Dal sito della rivista Confronti, 3 giugno 2026
Tra chi si occupa di geopolitica, relazioni internazionali e affini, non pochi sostengono che, in fondo, con Trump è cambiato poco o nulla. Gli argomenti addotti, trasversali rispetto agli schieramenti, hanno una loro robustezza: il diritto internazionale veniva scritto dalle potenze vincitrici o comunque dai più forti; a volte, anzi, non preesisteva nemmeno ai fatti che avrebbe dovuto normare, bensì veniva creato a posteriori per legittimare decisioni già prese. E l’ONU?
L’esistenza di Stati membri di diritto del Consiglio di sicurezza non ratifica forse rapporti di forza frutto della Seconda guerra mondiale? Ma anche all’interno di questo «club dei vincitori», il peso, ad esempio, degli Stati Uniti era forse uguale a quello della Francia o del Regno Unito? In questa prospettiva, quella operata da Trump, Putin e Netanyahu costituirebbe una semplice esplicitazione della «legge del più forte», da sempre in vigore.
Quasi un atto di onestà intellettuale, nonostante la drammatica difficoltà di applicare ai soggetti in questione sia il sostantivo, sia l’aggettivo. Ma è proprio così?
È vero, affermano altri, che il riconoscimento del diritto internazionale e delle istituzioni che dovrebbero applicarlo è sempre stato precario, in molti casi formale e non raramente contraddetto nei fatti; tuttavia, prosegue la controargomentazione, persino un tale traballante concetto di diritto ha permesso di comporre conflitti, di avviare processi di disarmo bilanciato (là dove appelli appassionati a quello unilaterale non avevano ottenuto risultati, pur gratificando la coscienza di chi li lanciava – parlo anche per esperienza personale), in qualche caso addirittura di perseguire crimini di guerra.
Da questo punto di vista, un assetto mondiale privo di istanze sovranazionali appare più pericoloso del precedente. Chi si ritiene più forte pone la propria volontà come unico criterio del lecito e nessuno può parlare collocandosi super partes.
Per strano che possa sembrare (a me lo sembra molto, ma tant’è: un pastore protestante pensa e parla in termini meno «religiosi» di un cinico despota) può accadere però che persino un oligarca globale senta il bisogno di legittimare in qualche modo, sul piano discorsivo, le proprie pretese. Come uomo di Chiesa, devo ammettere che uno dei modi più semplici per farlo è noto da millenni: il richiamo alla volontà divina e a una relativa investitura, non a caso utilizzato, in forme diverse, da tutti e tre i soggetti di cui sopra.
Ecco dunque che Donald Trump, attorniato da leader religiosi soprattutto evangelici, ma apprezzato ecumenicamente anche dalle schiere cattoliche che guardano con emozione all’Elegia americana di J.D. Vance, rivendica di essere, come i Blues Brothers, «in missione per conto di Dio», ma forse anche un po’ di più: la sua cappellana post-cristiana, nel corso della Settimana Santa, lo paragona direttamente al Signore Gesù, tradito, ucciso, ma risorto.
Accade però che, presentandosi come una specie di luogotenente terreno del buon Dio, il nostro profeta «fai-da-te» finisca in rotta di collisione con il riservato, ma assai vigile, Leone XIV: quest’ultimo pronuncia poche frasi, senza neanche alzare la voce, ma ottenendo il massimo risultato con il minimo sforzo. Trump crede di essere un inviato del Cielo: ma non si rende conto che entrare in concorrenza contro chi, nel dichiararsi Vicario di Cristo, ha un’esperienza quasi bimillenaria, costituisce una scelta senza speranza.
Torniamo alla domanda di partenza: chi può parlare a nome dell’umanità nel tempo dei bulli planetari? Piaccia o no (a me, per nulla), un candidato c’è. Naturalmente anche quello papale è un potere autocratico (e, per favore, non parliamo della «sinodalità»: su questo Francesco ha detto, ai vescovi tedeschi, quel che c’era da dire) e non consiglierei un monarca assoluto come esempio dell’«agire comunicativo» che piaceva ad Habermas.
In primo luogo, però, da parecchio tempo il pontefice romano ha imparato, bene, a utilizzare il soft power anziché il rogo, il che è pur sempre meno pericoloso. Inoltre, anche nell’essere monarchi assoluti, la classe non è acqua.






Insomma Parigi val bene una messa, se il Papa mi è utile politicamente.