
Domenica 21 giugno, il vescovo dehoniano Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha fatto il suo ingresso nella diocesi di Münster.
Negli ultimi giorni ho compiuto un pellegrinaggio attraverso la diocesi di Münster. Non solo da un luogo all’altro, ma da una persona all’altra, da un’esperienza all’altra. Abbiamo camminato sull’asfalto, sui ciottoli e sui sentieri di sabbia, attraversando splendidi boschi di faggi.
Il cammino di pellegrinaggio ci ha condotti lungo campi di grano, impianti industriali e aziende commerciali, attraverso villaggi e città. Abbiamo sentito il fresco austero di chiese antichissime, quel respiro di pietra e di tempo che ci avvolge quando entriamo e per un attimo tutto tace. Ci siamo seduti all’ombra delle querce, abbiamo condiviso il pane e ci siamo passati le bottiglie d’acqua, in modo semplice e sobrio, eppure era più di un semplice nutrimento.
Abbiamo sentito il vento, la pioggia sulla pelle, il sole sul viso. Ci siamo seduti sull’erba, abbiamo mangiato insieme, parlato insieme – e soprattutto: ci siamo ascoltati a vicenda.
Avevo solo una domanda: quali sono le vostre esperienze con la fede?
Non: cosa ne pensate? Ma: cosa avete vissuto? Cosa vi ha segnato? Dove la fede vi ha sostenuto – e dove è mancata? Dove si percepiva Dio – dove è rimasto lontano? Dove vivete il dubbio? Come sopportate l’oscurità, l’incomprensione, la lotta con Dio?
E ho sentito molte cose. Cose vulnerabili. Cose sincere. Cose incomplete. Ho sentito parlare di fiducia – e di delusione. Di speranza – e di fratture. E ho sentito persone che non si nascondono. Che lottano. Che chiedono. Che credono – a modo loro.
E alla fine di questi giorni è accaduto qualcosa che mi ha profondamente commosso: i nostri pellegrini si sono scambiati parole di incoraggiamento per il cammino. Nessun grande programma. Nessuna risposta pronta. Ma frasi semplici e forti che, messe insieme, dicono: Non abbiate paura! Siate saldi! Rimanete saldi nella fede!
Ed è proprio qui che le nostre esperienze si intrecciano con il Vangelo di questo giorno.
Gesù manda i suoi discepoli. Non li manda in un mondo sicuro. Non li manda in una situazione chiara e semplice. Dice loro: «Incontrerete resistenza. Sarete oppressi. Vivrete ciò che ha vissuto anche Geremia: rifiuto, persecuzione, scherno». Geremia, il profeta, viene imprigionato dal sacerdote Paschhur, torturato e legato al ceppo. Geremia viene umiliato pubblicamente. Conosce la paura, conosce la stanchezza. La cosa peggiore: Geremia si sente ingannato da Dio stesso, messo in ridicolo. Eppure più tardi dirà: «Cantate al Signore, lodate il Signore; perché egli salva la vita del povero dalla mano dei malfattori».
E Gesù dice: «Non temete. Non abbiate paura». E poi quella frase nel Vangelo che riassume tutto: « Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli». Cosa significa – confessare? Riconoscersi?
Nel testo originale greco c’è la parola «homologéo». Significa: dire la stessa cosa, essere d’accordo, unirsi al discorso. Confessare non significa quindi, in primo luogo, affermare qualcosa. Confessare significa: la mia vita è in sintonia con ciò che dico. Il mio cuore, la mia parola, le mie azioni vanno tutte nella stessa direzione. Confessare significa: essere in sintonia con Dio – e renderlo visibile. E proprio questo è tutt’altro che facile.
Il nostro tempo è diventato turbolento. Peter Sloterdijk parla del nostro tempo come di un campo di addestramento per il sovraccarico, come di tensione continua, come di un esperimento senza rete di sicurezza. Siamo divisi tra un profondo desiderio di senso, di durata, di eternità – e una realtà che spesso si perde nell’attimo. Sentiamo che chi vede più in profondità soffre di più. La sofferenza è il prezzo di una maggiore sensibilità.
E in questa situazione si ripropone la domanda: da che parte stiamo? A chi ci affidiamo?
La diocesi di Münster conosce le risposte. Non risposte astratte, ma vissute. La diocesi di Münster è ricca di voci profetiche. Ce ne sono così tante qui. Vorrei citarne solo tre.
Penso ad Annette von Droste-Hülshoff. Nel suo racconto «Die Judenbuche» arriva proprio dove fa male. Descrive la colpa, la violenza, l’emarginazione. Guarda alle minoranze emarginate nella società e nella religione, là dove gli altri distolgono lo sguardo. E si schiera – in modo discreto, ma in modo innegabile – dalla parte di chi non ha voce.
E quando oggi ascoltiamo ciò che raccontano le persone che sono state vittime di violenza, che sono state disprezzate, ferite, la cui dignità è stata calpestata – allora sentiamo quanto sia vicina questa voce. Sono le storie dei sopravvissuti all’abuso di potere. Storie che per molto tempo non sono state ascoltate. Storie che non devono lasciarci indifferenti.
Qui diventa chiaro: Confessare significa: non distogliere lo sguardo. Confessare significa: sopportare la verità. Confessare significa: stare dalla parte dei feriti.
Allora penso a Maria Droste zu Vischering, nata qui all’Erbdrostenhof di Münster e che conosciamo come suor Maria del Divino Cuore. La sua vita la porta dal convento locale fuori nel mondo, in Portogallo, nella città di Porto. Lascia ciò che le è familiare per recarsi là dove le persone, a causa della rapida industrializzazione, sono emarginate: ragazze e donne ridotte in povertà, costrette alla prostituzione ed emarginate, prive di prospettive. Allo stesso tempo, suor Maria dal Divino Cuore è una donna di profonda misticità. Una donna di preghiera, di raccoglimento interiore, di dedizione a Dio.
In lei si uniscono due movimenti che vanno di pari passo: misticismo e politica. Il legame interiore con Dio – e l’impegno concreto verso l’uomo. La sua vita ci racconta che non abbiamo solo una responsabilità verso le nostre famiglie, le relazioni umane e le comunità religiose, i nostri villaggi e le nostre città, no: tutti noi abbiamo anche una responsabilità verso il nostro paese e verso il mondo. Perché tutti abitiamo l’unica grande casa e apparteniamo tutti insieme a una grande famiglia umana.
Confessare significa: uscire nel mondo dalla profondità di Dio. Confessare significa: pregare – e agire. Confessare significa: cercare Dio – e servire l’uomo.
E infine suor Maria Euthymia. Sotto il regime di terrore nazista, in cui il mondo si divideva in amici e nemici, lei intraprese una strada diversa. Lei vedeva l’essere umano. Si prende cura dei feriti. Distribuisce il pane, anche ai nemici, nonostante il divieto. Fascia le ferite. Anche là dove vengono tracciati i confini. Quando, nel campo di prigionia di Dinslaken, viene a sapere della morte di suo fratello Hermann, caduto in Unione Sovietica, si ferma. Prova un dolore infinito. E poi prosegue. Verso coloro che hanno bisogno di lei, verso i prigionieri di guerra sovietici.
Confessare significa: fare il bene anche nell’incertezza. Confessare significa padroneggiare l’arte delle zone grigie (Sloterdijk). Suor Maria Euthymia incarna il silenzio assordante della voce profetica e l’agire coraggioso.
E con questo siamo a noi. Confessare non significa essere perfetti. Confessare non significa non avere dubbi. Confessare non significa essere sempre sicuri. Confessare significa: orientarsi. Ancorarsi. Non nascondersi.
Forse tutto inizia in piccolo. Una parola che non si conforma. Un passo che non è comodo. Uno sguardo che vede davvero l’altro. E forse in questo proviamo paura. La paura di urtare la sensibilità altrui. La paura di rimanere soli. La paura di essere fraintesi.
Ma è proprio qui che sta la promessa di Gesù: Chi mi riconosce me, anche il Padre che è nei cieli lo riconoscerà
Non dobbiamo proteggerci da soli dall’abisso dell’umiliazione pubblica. Possiamo lasciarci sostenere da Dio.






Un cattolico, in particolare se “adulto”, non ha molto di cui avere paura, oggi in Occidente. Gli basta essere “del” mondo. E allora affermare che la 194 è una legge equilibrata, che non è il caso di cambiare. Oppure, innanzi a peccati che tradizionalmente gridano vendetta al cospetto di Dio, chiedere retoricamente “chi sono io per giudicare?”. Ma, soprattutto, confondere la virtù teologale della Carità con lo schierarsi politicamente dalla “parte giusta”. Diverso, naturalmente, è restare fedeli alla dottrina di Cristo ed essere nel mondo, ma non del mondo. Allora sì, che le cose possono mettersi veramente male.